
4° Capitolo – NEL TEMPO E NEL TEMPIO IL SOGGETTO (101)
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2 piccole considerazioni (102)
Quello che dico oggi intende esistenzializzare tutto quello che è stato detto, e tutto quanto è stato detto, e tutto quanto è stato detto si esistenzializza in un luogo, non luogo, in un luogo spirituale, in un luogo, però, fatto terra, fatto di carne, luogo spirituale perché fatto anche di anima: è l’io.
PRIMO:
«Perché non sosteniamo la durata?».
Risposta: non si costruisce se non si dice: «seguo uno che è vivo». Seguo, cerco uno che è vivo.
Vogliamo elencare con attenzione quello che significa la parola vivo.
- In una delle nostre case fu detto: «Riconoscere Cristo come presenza che ci costituisce». Questo è l’atto di fede. Vivo vuol dire che vive la fede: riconoscere Cristo come presenza che ci costituisce. “Questo Cristo che sei tu – questo Cristo che sei tu! – perché va a lavorare? Perché in genere agisce?». Perché Cristo non è riconosciuto dagli uomini, per questo ci alziamo al mattino, andiamo a lavorare, ci diciamo le prime parole, andiamo a lavorare, ci diciamo le prime parole, diciamo parole stentate dapprima, poi sempre più sciolte, sempre più desiderose di avvincere la gente con cui lavoriamo. Poi si ritorna stanchi e si ritorna a riposarsi perché il giorno dopo ancora riavvenga tutto. La prima caratteristica dell’uomo vivo è, dunque, la fede secondo lo sviluppo che essa origina, speranza e struggimento per Cristo e per gli uomini.
- Questo io, se innanzitutto tu lo guardi come credente, riconosce che Cristo è la consistenza, riconosce Cristo come presenza che lo costituisce. Ma questo io ha un’altra cosa misteriosa, che è sottolineata da sant’ Agostino, che abbiamo letto: «Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l’oggetto del nostro amore». Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. «Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo».
- Quell’uomo che è stato scelto, non varrebbe nulla, se non fosse innanzitutto umanamente certo! Un uomo vivo, dunque, è innanzitutto un uomo di fede: Cristo è la Presenza che mi costituisce. E questa cosa resa cosciente inonda di certezza; la certezza: questo è l’aspetto più palese dell’uomo vivo.
- Come si fa a sapere di essere stati scelti tanto da esserne costituiti? Come si fa a sapere, a prendere coscienza di questo, a capire sempre di più questo? Stare in un luogo, stare in un luogo anche esso fissato. Che banalità: il proprio destino, l’individuazione della propria vocazione, del proprio senso della vita segnato da quattro mura in cui mi sono trovato, le quattro mura della circostanza di tempo e di spazio, di storia in cui mi ha fatto trovare.
SECONDO (110):
«Non basta durare nel tempo per costruire, per durare occorre generare».
Occorre che attraverso te altri siano chiamati, altri siano scelti, altri credano.
Da che cosa si genera un popolo nuovo, si collabora a generare un nuovo popolo?
Ecco quanto giustamente si specifica la figura dell’uomo vivo da seguire da vicino, da essere una cosa sola: «Non sapete che siete membra l’uno dell’altro?».
- Oggettività: le quattro mura che rendono semplice il cammino. Più semplice di così: «Sta dove sei». La recriminazione è l’ingombro satanico e demoniaco delle nostre giornate altrimenti più serene.
- Libero: l’uomo vivo è libero. Libero da tutto ciò che fu; per questo è senza recriminazione: la recriminazione rivanga quello che fu. Libero da sé stesso, cioè da ciò che fu; libero in quello che è ora, nel Cristo che è ora, nella presenza di Cristo riconosciuta. Libero dalla catena del tempo e dello spazio; e libero nei rapporti.
- L’uomo vivo è capace di gioia
- E per questo l’uomo vivo è un uomo desiderabile: la desiderabilità è caratteristica dell’uomo libero, la desiderabilità è caratteristica degli uomini mandati. Mandati a chi? All’uomo viandante. Per i viandanti la gioia e la desiderabilità formano il sottofondo della presenza dell’uomo scelto che ha fede in Gesù. Si desidera quel luogo, con una nostalgia nel senso vero del termine.
Lettera dalla casa dei Memores da Nazareth
«Carissimo don Giussani, una caro saluto e augurio di Buona Pasqua dalla casa di Nazareth. A Natale uno di noi è ritornato (in Italia). Quel momento drammatico ci ha posti di fronte ad una posizione irrinunciabile: sperare la nostra energia di impatto con reale solo dall’Avvenimento di Cristo, giocarci totalmente nella offerta della nostra vita, nella domanda di pietà e aiuto alla Sua misericordia. Nella sofferenza e nello smarrimento, ci è stato chiesto di porre la nostra vita, nella domanda di pietà e aiuto della Sua misericordia. Nella sofferenza e nello smarrimento, ci è stato chiesto di porre la nostra fiducia nella Sua iniziativa, di abbandonare ogni nostro progetto per obbedire e per obbedire innanzitutto nel lavoro quotidiano del Priore.
Abbiamo scoperto che eravamo qui per costruire dentro l’ospedale la visibilità del rapporto di unità e di amicizia con le comunità dei frati e delle suore, amandoli così come sono, e affermare questo di fronte a tutti. E questo chiedeva, prima di ogni cosa, il nostro cambiamento. Con sorpresa ci siamo risvegliati e riscoperti sul fatto che quello che tu ci dici cambia veramente l’essere della nostra vita. Le tue parole indicano un valore di cambiamento reale del nostro io.
L’arrivo di Gualtiero ci ha confortati nella certezza che siamo amorevolmente seguiti per imparare a vivere un’esperienza che ci rinnova abbracciandoci e abbracciando ogni situazione. Nel lavoro abbiamo costruito l’organigramma e affrontato l’inventario, il budget di previsione e la razionalizzazione dei costi, ponendo i primi strumenti per una direzione operativa dell’ospedale Fatebenefratelli.
Abbiamo iniziato rapporti stabili con le autorità e le istituzioni sanitarie locali [cioè ebree]. contemporaneamente è iniziato con una famiglia araba di Nazareth un lavoro su Scuola di Comunità. Siamo stati chiamati in parrocchia per una testimonianza e un inizio di rapporto con i giovani. C’è una attenzione e una domanda per la presenza della nostra esperienza qui, per conoscere chi siamo, da parte di molte persone.
Attendiamo e lavoriamo con gioia allo sviluppo di questo inizio drammatico, ma reale e bello, soprattutto perché ci accorgiamo sempre più personalmente che non c’è divisione fra la vita della casa, il lavoro, il movimento e il nostro essere nel mondo, ma tutto è parte della scoperta continua della nostra vocazione.
Ti ricordiamo sempre alla Madonna tutte le volte che andiamo alla grotta dell’Annunciazione e alla casa di san Giuseppe. Il loro aiuto è reale e sperimentabile ogni giorno. Andarci per vedere quel luogo ci rende memori dell’avvenimento che lì è stato generato da un “sì”, come quello di Pietro, il “sì” di Maria.
È attraverso questo nostro “sì”, in cui echeggiano e quello di Pietro e quello della Madonna, che l’Annunciazione, l’annuncio del Grade Avvenimento resta presente»
Intendevo fare una sintesi esistenziale dei tre capitoli precedenti. Riconducono tutto quello che esprimono ad una sola parola “IO”.
IO: la tua esistenza, la mia esistenza, la nostra esistenza.
E ad essa è affidato tutto quello che il Padre vuole dall’universo: la gloria di Gesù.
Ma per sentire questo non si può solo aderire per una obbedienza sterile, sterile nel senso dello Spirito.
Bisogna realizzare che Cristo è la Presenza che ti costituisce, che costituisce il mondo, «Tutto in Lui consiste».
Che la sua gloria, che tutti riconoscano chi Lui è, che tutti riconoscano che cosa Lui è per la realtà umana intera, per la storia intera: questo deve essere l’oggetto appassionato nostro.
Perché è la certezza ciò che scombina l’incertezza del mondo, che fonde le montagne e non fa tremare davanti ai terremoti più disastrosi.
