Temi di “All’origine della pretesa cristiana”

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Lettera «R»



Ragione – ragionevolezza

(3s) Il senso religioso altro non è che quella natura originale dell’uomo per cui egli si esprime esaurientemente in domande «ultime», cercando il perché ultimo dell’esistenza in tutte le pieghe della vita e in tutte le sue implicazioni.

(4) In tal senso la dimensione religiosa coincide con la dimensione razionale e il senso religioso coincide con la ragione nel suo ultimo profondo aspetto.

(6s) Dio, in quanto oggetto proprio ed esauriente della fame e della sete umane, dell’esigenza costitutiva della coscienza e della ragione, è sì una presenza perennemente incombente sull’orizzonte umano, ma si situa pur sempre al di là di esso.

Questa imperitura situazione di sproporzione e di inarrivabilità facilita l’insorgere nella coscienza dell’idea di mistero, la consapevolezza cioè che l’oggetto proprio e adeguato all’esigenza esistenziale è incommensurabile con la ragione come «misura», con la capacità di misura che l’esigenza stessa ha.

L’oggetto cui l’uomo tende non è riconducibile a nessun raggiungimento, a nessun traguardo cui egli possa arrivare.

(7) L’uomo consapevole realizza così che il senso della realtà, vale a dire ciò cui la ragione tende, è una «X» ultimamente non comprensibile e che non può essere rinvenuta nella capacità di memoria della ragione.

È fuori.

La ragione al suo vertice può coglierne l’esistenza, ma una volta raggiunto questo vertice è come se essa venisse meno, non può andare oltre.

Ma, pur in questa impossibilità di arrivare a conoscere ciò di cui intuisce l’esistenza e che massimamente la concerne – si tratta infatti del senso delle cose, interesse di ogni interesse -, la ragione mantiene la sua struttura di esigenza conoscitiva: vorrebbe conoscere il destino suo.

È vertiginoso essere costretti ad aderire a qualcosa che non si ariva a conoscere, che non si riesce ad afferrare.

È una condizione vertiginosa dover obbedire a qualcosa di cui intuisco la presenza, ma che non vedo, non misuro, non possiedo.

(11) San Tommaso dice che nella storia la ragione dell’uomo ha raggiunto qualcosa della verità del divino solo in alcuni grandi personaggi, dopo molto lavoro e non senza mescolanza di gravi errori.

Eppure la ragione è spinta da un impulso strutturale alla ricerca di una soluzione.

Anzi, la ragione secondo la sua natura, implica l’esistenza della soluzione.

(23) Unico aiuto adeguato alla riconosciuta impotenza esistenziale dell’uomo non può essere che il divino stesso, quella divinità nascosta, il mistero, che in qualche modo si coinvolga con la fatica dell’uomo illuminandolo e sostenendolo nel suo camminare.

Non può che essere ipotesi perfettamente ragionevole, corrispondente cioè all’impeto e coerente all’apertura dell’umana natura, pienamente inscritta dentro la grande categoria della possibilità.

La ragione non riesce a dir nulla di ciò che il mistero possa o non possa fare: proprio per essere fedele a sé stessa non può escludere nulla di ciò che il mistero possa intraprendere.

Se la ragione pretendesse imporre una misura al divino, ad esempio una impossibilità di questo entrare comunque nel gioco dell’uomo per sostenerlo nel suo cammino, se arrivasse alla negazione della rivelazione sarebbe l’ultima estrema forma di idolatria, l’estremo tentativo della ragione per imporre a Dio una propria immagine di Lui.

Prima di ogni altra considerazione, sarebbe un gesto estremo di irrazionalità.

(48)

(93s) Gesù spinge al massimo la sua provocazione: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò».

Vi sono affermazioni davanti alle quali è come se il gioco egocentrico dell’animo umano fosse fatto esplodere.

Sono sfide alla ragione così come è vissuta, non certo alla ragione in tutta l’ampiezza del suo appetito conoscitivo.

Occorre notare che, se in luogo della parola «Abramo» ci fosse la parola ragione, e invece della parola «farisei» ci fosse «gli intellettuali», tutta la dialettica sarebbe perfettamente applicabile alla tensione fede-cultura mondana propria dei nostri giorni.

(129) In quanto opera divina, l’Incarnazione è un mistero.

Compito della nostra coscienza, oltre a quello di accettarlo come il fatto più significativo della storia dell’umanità, pur senza poterlo “comprendere”, deve essere quello di capire chiaramente i termini di esso, cosa che invece è possibile.

In secondo luogo, è compito della nostra coscienza verificare quanto questo avvenimento non sia contraddittorio con le leggi della nostra ragione.

E, infini, trarre da esso luce per una migliore comprensione della esistenza umana.

Prendere sul serio la pretesa di Cristo è profondamente razionale, poiché essa si è posta come fatto nella storia, e come fatto generatore di un «nuovo essere», di una nuova creazione.

Sostenere a priori l’impossibilità di questo fatto, questo è irrazionale, in quanto così si abolisce la categoria della possibilità, che è propria della ragione, di una ragione autentica.

(133) Abbiamo mostrato come la ragione non possa a priori escludere l’ipotesi che il  mistero entrasse come fattore nuovo nella storia umana.

Trovandoci ora di fronte alla compiutezza storica di quell’ipotesi realizzata nella persona di Gesù, dobbiamo sottolineare la resistenza istintiva che la ragione può avere di fronte all’annuncio dell’Incarnazione.

È come se l’uomo rifiutasse che il mistero si piegni a diventare fatto e parole umani.


Religione-religiosità

(14) La religione è l’insieme espressivo di questo sforzo immaginativo, ragionevole nel suo impulso e vero per la ricchezza a cui può attingere, anche se degenerabile nella distrazione.

(31) Abbiamo visto che, nel nobile sforzo razionale, morale ed estetico che esprimono, tutte le religioni sono vere e che l’uomo indotto dalle esigenze della sua umanità deve compiere questo sforzo e avere quindi una religione.

Abbiamo visto che l’esigenza di una rivelazione è alla radice del tentativo e questo vale per le più diverse esperienze religiose.

Nella libertà e pluriformità dei tentativi e dei messaggi, se c’è un delitto che una religione può compiere è quello di dire « ».

È esattamente ciò che pretende il cristianesimo.

Non è ingiusto sentirsi ripugnare di fronte a tale affermazione: ingiusto rimarrebbe non domandarsi il perché di tale affermazione, il motivo di questa grande pretesa.

(102) Quella che abbiamo chiamato genialità religiosa, quello spalancamento ultimo dello spirito, pur a partire da doti naturali diverse in ciascuno di noi, è qualcosa in cui deve continuamente impegnarsi la persona.

Se trattata come pura spontaneità, la base di sensibilità di cui originalmente si dispone verrà soffocata.

Ridurre la religiosità alla pura spontaneità è il modo più sottile per perseguitarla, di esaltarne gli aspetti fluttuanti e provvisori, legati a una sentimentalità contingente.

(106ss) Cristo evidenzia nell’uomo una realtà che non deriva da dove l’uomo fenomenologicamente proviene, realtà che è rapporto dirette esclusivo con Dio.

(107) Quell’irriducibile rapporto è un valore inaccessibile e inattaccabile da qualunque genere di influenza.

Le «beatitudini» sono un inno a tale libertà e a tale dignità.

Tale rapporto, unico, in quanto è riconosciuto e vissuto, è religiosità.

Ciò significa che senza quel rapporto il singolo uomo non ha possibilità di avere un volto suo, indistruttibile, d’eterna durata; non ha cioè la possibilità di essere persona, di rappresentare quindi un ruolo inconfondibile nel cammino del mondo, d’essere protagonista del disegno totale.

(108) È la scoperta della persona che con Gesù entra nel mondo.

La religiosità cristiana non sorge come gusto filosofico, ma dall’accanita insistenza di Gesù Cristo che vedeva nel rapporto con il Padre l’unica possibilità di salvaguardare il valore della singola persona.

La religiosità cristiana sorge come unica condizione dell’umano.

Gesù ci avverte di non farci ingannare su quel rapporto definitivo con Dio: esso, cioè la religiosità conviene per salvare la propria persona.

(109) La grandezza e la libertà dell’uomo derivano dalla dipendenza diretta da Dio, condizione per cui l’umano realizzi e affermi sé.

La dipendenza da Dio è la prima condizione per l’interesse umano.

La dipendenza da Dio vissuta, cioè la religiosità, è la direttiva più appassionata che Gesù dà nel suo Vangelo.

L’insistenza sulla religiosità, è la direttiva più appassionata che Gesù dà nel suo Vangelo.

L’insistenza sulla religiosità è il primo assoluto dovere dell’educatore, cioè dell’amico, di colui che ama e vuole aiutare l’umano nel cammino al suo destino.

La religiosità in quanto tende a far vivere tutte le azioni come dipendente da Dio si chiama moralità.

(110) È una ambiguità carica di menzogna una moralità che non parta da qualcosa che sia più dell’io, che non sia l’io: subdola forma per imporre se stessi a tutti è l ‘identificazione del dovere con la propria coscienza.

Mentra la coscienza è il luogo dove si percepisce la dipendenza, un luogo dove emerge la direttiva di un Altro.

(111) L’espressione della religiosità e della moralità in quanto coscienza della dipendenza da Dio si chiama preghiera.

(124) Gesù è venuto a richiamare alla religiosità vera, senza della quale è menzogna ogni pretesa di soluzione.


Riconoscimento

(35) Nell’ipotesi che il mistero sia penetrato nell’esistenza dell’uomo parlandogli in termini umani, il rapporto uomo-destino non sarà più basato su sforzo umano, come costruzione o immaginazione, su uno studio volto a una cosa lontana, enigmatica, tensione di attesa verso un assente.

Sarà invece l’imbattersi in un presente[…]: il problema starebbe tutto nel gesto puro della libertà che accetti o rifiuti.

Questo è il capovolgimento.

Non è più centrale lo sforzo di una intelligenza e di una volontà costruttiva, di una faticata fantasia, di un complicato moralismo: ma la semplicità di un riconoscimento.

(38) Essendo un fatto storico non può essere verificato con la riflessione analitica sulla struttura del proprio rapporto con il reale.

È un dato di fatto accaduto o no nel tempo: o c’è o non c’è, o si è verificato o non si è verificato.

O è effettivamente un avvenimento emerso nell’esistenza dell’uomo dentro la storia, e richiede pertanto la constatazione di un accaduto, oppure resta una idea.

(88s) Il clima a Gerusalemme è arroventato a motivo della persona di Gesù.

(89)Le opinioni sono divise, ma vengono citati soltanto giudizi sommari.

A un riconoscimento, deciso ma incolore, si oppone la calunnia.


Rinunciare – rinuncia

(75s) La chiamata a seguirlo non si identifica solo con la prontezza a riconoscerLo giusto, meritevole di fiducia, ma è congiunta alla necessità di rinunciare a sé stessi.

(76)Il senso profondo di questa rinuncia – la rinuncia a sé stessi come criterio – sarà destinato ad apparire più tardi nell’animo di chi lo seguiva.

Gesù pretendeva non solo che lo seguissero realizzando un distacco da quello che possedevano, ma che fossero «per lui» di fronte alla società.

(80) Per riconoscere tale pretesa (che Gesù sia il centro anche dei rapporti affettivi), chi ascolta deve rinunciare a sé stesso, deve sacrificare l’autonomia del proprio criterio, in un modo così sensibile come può avvenire soltanto nell’amore.


Rivelazione


(23ss) L’esigenza della Rivelazione.

Di fronte al destino, al senso ultimo di sé l’uomo immagina le sue vie, proiezione delle sue risorse, ma, nella misura della serietà del suo pensiero e della sua emozione, soffre l’enigma ultimo come bufera d’incertezza o solitudine di smarrimento.

(24) Di fatto l’esigenza di una Rivelazione sottende l’attesa di una risposta adeguata da parte di quel senso della vita che non può essere braccato dall’uomo, né come conoscenza teorica, né come competitività di forze.

L’uomo ha sempre espresso nella sua storia la convinzione di poter essere illuminato sul tutt’altro da sé, sull’Ignoto in quanto esso vuole manifestarsi nella realtà.

«Il simbolismo religioso, colto nell’esistenza e nella vita dell’homo religiosus,ha una sua funzione di rivelazione. […] I simboli religiosi che toccano le strutture della vita rivelano una vita che trascende la dimensione naturale e umana» ((J. Ries, Il sacro…)

(26) In questa attesa di Rivelazione si avverte un’ansia, un turbamento che nasce dall’intuizione che in quell’incontro si sta ripristinando un rapporto perduto.

(27) Significativa della profondità sconvolgente del desiderio umano di rivelazione è, nell’antica Grecia, così lontana da una speranza di rapporto, l’esperienza dionisiaca.

(Dionisio sorprende per la molteplicità e la novità delle sue epifanie, per la varietà delle sue trasformazioni. È in perenne movimento).

(28) Ciò che accumuna gli iniziatori delle religioni è la certezza di essere portatori di una essenziale rivelazione del Dio.

Diverso il clima dei testi del Corano, ma identica a tutte quelle già brevemente citate l’affermazione che a un uomo, eletto da Dio viene data la rivelazione che permetterà a Lui e all’umanità di conoscerlo meglio e di vivere in modo più adeguato alla dignità umana.

Il Corano descrive i modi della rivelazione: «A nessuno uomo, o dietro velame, o invia un Messaggero il quale riveli a lui con suo permesso quel che Egli vuole» (W. Montgomery, L’Islam).

E diverse sono le circostanze e le figurazioni attraverso cui questa attività rivelativa di Dio raggiunge il suo eletto.

(29) Nell’esperienza del manicheismo, Mani, troviamo anche la sicurezza di aver realizzato una grande religione universale, secondo quanto aveva appreso dalla rivelazioni ricevute all’età di 12 e 24 anni.

La consapevolezza del fondatore è di aver fatto qualcosa che gli viene dall’alto.

(30) Da ultimo citiamo la certezza rivelativa della fede di Israele, la più familiare all’Occidente cristiano.

Una concezione di un Dio che si rivela nella storia che implica l’intuizione della possibile continuità di relazione tra l’uomo e Dio, che «l’avvenimento» concretizza come stimolo, insegnamento.

La fede di Israele è sempre stata un rapporto con un avvenimento, con una auto-attestazione del divino della storia.

In sintesi, Jahve e l’uomo sono sempre in relazione, ma questa relazione è anteriore e preparatoria alla rivelazione propriamente detta: essa appare condizione dell’incontro perfetto.

(33s) Il pretendere una rivelazione riassume la situazione dello spirito umano nel concepire e realizzare il rapporto con il divino secondo un’alternativa che questo schema esprime .

La linea orizzontale rappresenta la traiettoria della storia umana sopra la quale incombe la presenza di un X: destino, fato, qui ultimo, mistero «Dio».

Ma che significa incarnarsi? Significa supporre che quella «X» misteriosa sia diventata un fenomeno, un fatto normale rilevabile nella traiettoria storica e agente su di essa.

(34) Questa supposizione corrisponderebbe alle esigenze della rivelazione.

Se fosse accaduto questa strada sarebbe l’unica, non perché le altre siano false, ma perché l’avrebbe tracciata Dio.

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