Temi di «Dare la vita per l’opera di un Altro» – 2a parte

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Lettera «O»


Obbedienza

34 – La legge dinamica per l’esistenza è per Cristo l’obbedienza (vivere tutto per le ragioni di un Altro); per noi essa trova la sua espressione massima nell’offerta.

Il valore del rapporto fra l’uomo e qualsiasi realtà nella vita è Cristo.

Il senso è Cristo: perciò l’obbedienza, l’offerta è vivere per le ragioni che si convogliano nella parola Cristo, come Cristo vive per la ragioni del Padre. Di qui, dunque, la religiosità di ogni gesto, di ogni azione, di ogni rapporto.

90 – 92 – […] Ciò non ha nulla di contradditorio all’obbedienza che dobbiamo al vescovo o al parroco, anzi, è fattore illuminante di questa obbedienza, è un sostegno per questa obbedienza; obbedienza tra l’altro, che è inerente alla dinamica stessa della fedeltà a Cristo e alla Tradizione.

92 -Si vive veramente il carisma quanto più si paragona tutta la propria vita all’ideale del carisma stesso, così come lo affermano coloro che sono riconosciuti dalla Chiesa come garanti per essa della verità del dono dello Spirito; seguire loro è un’ultima obbedienza che cerca di incarnare fino agli ultimi capillari l’imitazione di Cristo e la fedeltà alla Chiesa.

96 – Come appare chiaro nel Vangelo di Giovanni, Gesù non concepiva l’attrattiva sua sugli altri come un riferimento ultimo a sé, ma al Padre: a sé perché Lui potesse condurre al Padre, come conoscenza e come obbedienza.

103 – È dall’esperienza umana di Gesù che noi dobbiamo partire per arrivare dove Egli ha voluto condurci, alla sua obbedienza al Padre e al suo modo di guardare e di valorizzare le cose, al suo modo di affermare la bellezza e la bontà.

È partendo dall’esperienza umana di Gesù che si può arrivare a una imitazione di Cristo come obbedienza al Padre, obbedienza al Mistero.

125 – Per questo il sacrificio è obbedire: nel senso che la realtà non la faccio io, quel che sono non l’ho fatto da me, tutto quello che mi è dato è condizione per una coscienza maggiore, più profonda, di tutto quel che facciamo.

Per questo il sacrificio è obbedire, e parte da questo «pre-concetto» o ♦pre-giudizio»: ili «dato» l’opera di un Altro.

Il riconoscimento della positività dell’essere, di tutte le cose, come primo indizio o inizio di coscienza che si prende delle cose, è esattamente intuire quella che poi si dirà «Obbedienza»: man mano che si diventa grandi si capisce che è una obbedienza.

187-189 – «Obbedienza» è una parla che dovrà venire a galla ampiamente nella riflessione così come l’abbiamo introdotta quest’anno.

Perché se l’uomo nasce da un Altro – se io sono fatto da un altro -, evidentemente deve obbedire a quest’Altro. Se posta davanti a Ciò da cui deriva, l’obbedienza è la virtù che assicura lo sviluppo di quello che è dato a lui.

Invece, l’obbedienza è altamente e acremente obiettata, innanzitutto come tentazione della nostra coscienza, in un’epoca come la nostra, in cui i dati e gli avvenimenti della coscienza naturale e rivelata da Dio, da Gesù, sono assolutamente non osservati, cioè non capiti e quindi tralasciati, perché appaiono come negazioni della nostra libertà, di una libertà o di un godimento, e sembrano contrari all’esistenza.

188 – Ma è proprio a Ciò da cui noi dipendiamo, a Ciò che ci ha fatti, è proprio a Lui che noi dobbiamo obbedienza.

Perciò l’obbedienza è la virtù propria del cristiano. Infatti, Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e a una morte come quella della croce.

L'obbedienza è fare le cose con il criterio di un Altro.

Non obbedire a nessuno, o meglio, non obbedire al proprio padre e alla propria madre, non obbedire al passato, alle proposte che in base al passato ci si sente fare, di attuare, non obbedire è divenuto un classico per l’uomo

D’altra parte, chi obbedisce cerca il carisma, cioè cerca l’origine, e chi richiama non richiama a sé, richiama al carisma, a ciò che è riconosciuto dalla Chiesa.

191 – L’obbedienza è la cosa più dura per i cavalieri, per i frati e per il laici nei movimenti.

Comunque, qualunque sia la forma di vocazione, vi auguro che in questa grande cosa, per questa grande cosa che il Signore vi ha dato, se essa diventa sempre più personale, cioè sempre più obbediente (perché anche la personalizzazione è un’obbedienza intelligentemente portata avanti) abbiate ad incontrare un padre, abbiate a vivere l’esperienza del padre.

Ontologia/ontologico

13ss – Un nuova partenza: l’ontologia.

Ma se Dio è tutto in tutto, io che sono? I soldi che cosa sono? Mari, montagne, fiori e stelle, terra e firmamento che cosa sono?

14 – La risposta non è la soluzione di preoccupazioni etiche, è la scoperta di una ontologia: l’ontologia realtà.

Ma la realtà nel suo essere, la realtà come appare nella esperienza, cioè come appare all’uomo, come fa ad esserci e di che cosa è fatta? La realtà come appare all’uomo è fatta da Dio, «di» Dio.

L’Essere dal niente crea, cioè partecipa sé.

È la percezione della contingenza della realtà, del fatto cioè che la realtà non si fa da sé.

20 – L’unico vero mistero dunque è: come mai ci sono io? come consisto? Questa domanda identifica il livello ontologico – non etico – della questione.

27 – «Cristo tutto in tutti» è, nel suo valore ontologico, il nesso tra il mistero della persona di Cristo e la natura e il destino della persona di ogni uomo: questo è il valore reale, ontologico, di «Cristo tutto in tutti».

Ma, in secondo luogo, «Cristo tutto in tutti» sta a significare che Cristo, non solo ontologicamente, ma anche per l’autocoscienza dell’uomo, è la fonte originaria, l’esempio ultimo ed adeguato perché l’uomo concepisca e viva il rapporto con Dio (Creatore) e con l’altro uomo (creatura), il suo rapporto con il cosmo, la società e con la storia.

29 – Nel Battesimo, gesto fondamentale per cui, nella vita della Chiesa, un uomo è reso immanente al mistero di Cristo, nasce la «nuova creatura». Questa è l’ontologia nuova, l’essere nuovo, la partecipazione nuova, inimmaginabile, all’Essere, all’Essere come Mistero.

Da qui proviene la morale nuova.

55 – «Ci ha particolarmente colpito il giudizio dato sul fatto che il punto di riscossa dell’io sia innanzitutto ontologico e non etico, come il potere cerca di farci credere. È possibile approfondire questo

La domanda: che nesso c’è tra ontologico ed etico. Si dice ontologico quello per cui una cosa è reale, come è di fatto, come è reale una cosa.

L’etica deriva dalla considerazione o dalla coscienza della realtà, da una cosa nella sua realtà, perché ci fa comportare come essa richiede, altrimenti una cosa possiamo trattarla male, prendere lucciole per lanterne.

57-58 -Il punto di partenza è ontologico, si parte dalla realtà com’è. Per l’uomo, Dio è tutto! E l’essere, ciò che è, è Dio, perché «Dio è tutto», tutto l’essere.

Fuori di Dio c’è il nulla, non altro, non qualcosa d’altro.

66 – «Cristo è […] tutto in tutti [sia che siamo buoni, che siamo cattivi, che siamo distratti, che siamo fuorigioco o dentro]. Egli che tutto racchiude in sé, secondo la potenza unica, infinita e sapientissima della sua bontà – come un centro in cui convergono tutte le linee [tutte le linee del creato: questa è la nascita ontologica, è lo sguardo dell‘ontologia da cui tutto il nostro atteggiamento nella vita deve nascere] – Affinché le creature del Dio unico non restino estranee e nemiche le une con le altre, ma abbiano un luogo comune dove manifestare la loro amicizia e la loro pace»

San Massimo il Confessore, Mistagogia

106-107 – Se si confina la salvezza alla fine del tempo, si distrugge di fatto la ragionevolezza della fede, cioè della sua umanità, la concretezza umana del nostro rapporto con Cristo e , da ultimo la ragione stessa della Chiesa nel mondo, il «chi è» del cristiano nel mondo.

In questo modo l’ontologia cristiana viene distrutta da un’etica intesa come coscienza e uso della realtà che partono da un concetto di che cosa sia l’uomo e da una ontologia umana non percossi dal messaggio cristiano.

107 – La concezione morale, nascendo come applicazione di una ontologia, è salvata proprio dalla ontologia propria del discorso cristiano, perché il discorso portato da Cristo è un altro modo di pensare, di concepire e di vivere la realtà.

L’etica che deriva dal naturalismo e dal razionalismo, invece, diventa distruttiva dell’etica che nasce e scaturisce dall’ontologia del discorso cristiano, che è l’annuncio di un essere nuovo, di un essere che è l’umanità nuova, di una nuova umanità.

164 – L’atto del conoscere non è solo gnoseologico, ma anche ontologico; non è solo ideale, ma anche reale.


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Temi degli ESERCIZI – Collana “Cristianesimo alla prova”


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