Libro “Generare tracce nella storia del mondo” di don Luigi Giussani
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Lettera «R»
Links ai singoli temi
- ragione
- rapporto con l’infinito
- rapporto uomo/donna
- razionalità
- realismo
- religione/religiosità-senso religioso
- responsabilità
- Resurrezione
- ricerca
- riconoscere/riconoscimento
- rischio educativo
- rispetto
- risposta dell’uomo a Dio
RAGIONE
(31) – (L’avvenimento) in quanto «entra» nell’esperienza, è oggetto di ragione ed è perciò razionale la sua affermazione; in quanto è «nuovo», implica che la ragione si apra all’oltre: è l’apparire del Mistero.
Riconoscere il reale come procedente dal Mistero dovrebbe essere familiare alla ragione, poiché proprio nel riconoscere il reale così come è, cioè come Dio L’ha voluto, e non ridotto, appiattito, senza profondità, trovano corrispondenza le esigenze del «cuore» e si realizza fino in fondo la possibilità di ragione e di affezione che siamo.
La ragione, infatti, per il suo stesso originale dinamismo, non può compiersi se non riconoscendo il reale in quanto affonda nel Mistero.
L’umana ragione tocca il suo culmine, dunque è veramente ragione, quando riconosce le cose per quello che sono, e le cose sono in quanto procedono da un Altro.
(33ss) – Il senso religioso non è nient’altro che la domanda di totalità costitutiva della nostra ragione, presente in ogni azione, in quanto a ogni azione l’uomo è provocato da un bisogno.
Il senso religioso è la ragione come coscienza della realtà totale.
Senso religioso e ragione sono quindi la stessa cosa.
Il senso religioso coincide con la ragione nel suo aspetto profondo di tensione inesausta verso il significato ultimo della realtà.
Esso appare così la più autentica applicazione del termine ragione, ne indica l’impeto illimitato, come sete di totalità.
È questo impero illimitato verso l’infinito che spinge la ragione ad interessarsi di tutti i fattori della realtà.
(34) Ben differente è invece la dinamica della fede così come emerge nella rivelazione cristiana.
Qui non è più la nostra ragione che spiega, ma è la nostra ragione che si apre – percependosi così compiuta nella sua dinamica – allo svelarsi stesso di Dio.
La fede è un atto della ragione, mossa dall’eccezionalità di una Presenza, che porta l’uomo a dire: «Costui che parla è veritiero, non dice menzogne, accetto quello che dice».
(45s) – La fede è «riconoscimento» che Dio è diventato fattore dell’esperienza presente.
In quanto «riconoscimento», è un atto della ragione, un giudizio, non un sentimento o uno stato d’animo.
La fede rappresenta il compimento della ragione umana. La fede coglie così un culmine oltre la ragione, senza di essa la ragione non si compie, mentre in essa la ragione diventa scala di speranza.
(46) Aderire con la propria libertà significa, per l’uomo, con semplicità riconoscere quello che la sua ragione percepisce come eccezionale, con quella immediatezza certa, come avviene per l’evidenza inattaccabile e indistruttibile di fattori e momenti della realtà, così come entrare nell’orizzonte della propria persona.
(91) – Un giudizio permanentemente aperto e senza pregiudizi è infatti tanto impossibile alle sole forze dell’uomo quando è l’unico che rispetti ed esalti il dinamismo della ragione (che è l’apertura alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori).
(95) – È una analogia con ili dinamismo della ragione che, essendo coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, se lascia fuori uno soltanto di questi fattori, non è più ragione, ma menzogna.
Analogamente, un atto è morale, quando mantiene l’originale apertura alla realtà con cui Dio ci crea continuamente.
(113s) – (IL «Mi ami tu?») Non era un attaccamento sentimentale, un fenomeno emozionale; era un fenomeno di ragione, una manifestazione di quella ragione che ti «attacca» alla persona che hai davanti, in quanto è un giudizio di stima: guardandola, nasce una meraviglia di stima che ti fa attaccare ad essa.
(114) Il «sì» di Simone non è stato l’esito di una forza di volontà, non è stato l’esito di una «decisione» dell’uomo Simone: era l’emergere, il venire a galla, di tutto un filo di tenerezza e di adesione che si spiegava per la stima che aveva in Lui (perché era un atto di ragione) per cui non poteva che dire «sì»
(118) – È questa la risposta al bisogno ultimo della ragione dell’uomo, espresso nelle parole di Mosè: «Mostrami il tuo volto; se non cammini con noi non farci muovere di qui».
(187) – La ragione è coscienza della realtà, emergente nell’esperienza, secondo la totalità dei suoi fattori.
Se non si trattasse della totalità non si potrebbe parlare di razionalità.
Se la ragione diviene un definire la realtà a prescindere dalla totalità, allora essa è presunzione, pretesa, dilatazione impropria di quel che si conosce, riduzione, strozzatura, premessa per l’ostruzionismo alla libertà.
RAPPORTO CON L’INFINITO
(106) – Un uomo che guardi sua moglie percependo e riconoscendo l’Altro, Gesù, dentro e oltre la figura di sua moglie, può portarle rispetto e venerazione, può avere stima per la sua libertà, che è rapporto con l’infinito, rapporto con Gesù.
(188) – L’uomo agendo, si apre ad un orizzonte che sta dentro a ciò che individua come suo scopo, fino a oltrepassarlo, fino all’oltre; tutto è, così, «sfondato» dal rapporto costitutivo del cuore dell’uomo, che è rapporto con l’infinito.
L’uomo è rapporto col Mistero eterno della Trinità, che noi conosciamo attraverso l’umanità di Cristo.
(190ss) – Che cosa può bastare all’anima? Solo il rapporto con l’infinito!
La libertà è quel livello della natura in cui la natura diventa capace di rapporto con l’infinito, dice «Tu» a questa ineffabile, incomprensibile, inimmaginabile presenza senza la quale non è concepibile nulla, perché nulla si fa da sé.
Nasce così un connubio, uno sposalizio profondo, come concezione del rapporto fra l’io e tutto ciò che lo circonda, fra l’io e tutto l’universo: è un’immagine sponsale, universale.
RAPPORTO UOMO/DONNA
(106) – Un uomo che guardi sua moglie percependo e riconoscendo l’Altro, Gesù, dentro e oltre la figura di sua moglie, può portarle rispetto e venerazione, può avere stima per la sua libertà, che è rapporto con l’infinito, rapporto con Gesù.
(120s) – Un uomo e una donna si sposano: questo gesto significa che ciascuno identifica nell’altro il segno del rapporto con il tutto, con il senso di tutto, da Dio donato alla sua vita.
L’incontro di un uomo e di una donna non può essere definito dallo scopo esclusivo di avere figli, ma innanzitutto dall’essere compagnia al Destino, come realizzazione dello scopo fondamentale di qualsiasi compagnia umana.
Di fatto, storicamente, Dio vuole la continuità di quella compagnia iniziale tra l’uomo e la donna e li rende padre e madre.
Così, un uomo e una donna non possono fondare un rapporto stabile ed essere compagnia al Destino l’uno dell’altro, se non in quanto disponibili a collaborare al disegno che Dio ha sul mondo, vale a dire alla creazione, alla generazione di un popolo che percorra tutta la strada della storia per sfociare nel mare della gloria definitiva di Cristo l’ultimo giorno.
Che cosa occorre perché un uomo e una donna diventino padre e madre?
Innanzitutto uno sguardo diverso tra di loro.
(121) Una volta che il bambino è concepito, il padre, che ha la sensibilità più dura, dopo la prima sorpresa incomincia a riflettere.
Guarda alla donna in modo nuovo.
La prima condizione del loro nuovo guardarsi è la permanenza, il legame essenziale, da cui si estrae il profumo dell’appartenenza.
È a questo punto che incomincia il meglio: la gratuità.
In questa gratuità l’amore è quasi costretto a pigiarsi dentro la strettoia per cui esso sfocerà nella carità.
Subentra un salto qualitativo nello sguardo tra l’uomo e la donna dove diventa possibile il rispetto, e il rapporto si rende sempre più significativo come segno della totalità, cioè come segno della collaborazione al regno di Dio.
La coscienza di partecipare alla costruzione del Regno di Dio infonde un’onda nuova nel cuore, per cui il sentimento amoroso – attraverso una strettoia tremenda che si chiama croce – diventa autentica carità, raggiunge la verginità, la gratuità, cioè la carità come partecipazione alla verginità, essendo la verginità la totalità della vita vissuta nel riconoscimento che Cristo è tutto in tutti.
RAZIONALITA’
(114s) – (il «sì» di Simone) Non è irrazionale: è l’unica cosa razionale.
(115) Gli apostoli andavano dietro a Gesù perché erano attaccati a Lui con un giudizio che li rendeva capaci di una decisione perfettamente razionale: perché là dove si genera un rapporto che giunge fino alla simpatia profonda, al rinnovarsi di un attaccamento nato da uno stupore imparagonabile, la razionalità è un avvenimento.
(187) – La ragione è coscienza della realtà, emergente nell’esperienza, secondo la totalità dei suoi fattori.
Se non si trattasse della totalità non si potrebbe parlare di razionalità.
REALISMO
(196) – Il realismo è connesso con il fatto che la verità è l’adeguarsi dell’intelletto alla realtà.
L’opera, proprio per questa necessità di realismo e prudenza, diventa segno di una capacità di immaginazione, di sacrificio e di apertura.
RELIGIONE/RELIGIOSITA’/SENSO RELIGIOSO
(32ss) – In ogni «io» umano che osserva sé stesso in azione nel suo vivo e attivo presente, il senso religioso identifica il carattere ultimo dell’esperienza esistenziale, il livello cioè di quegli inestirpabili desideri, di quelle irriducibili esigenze che ogni uomo sorprende come costitutive del proprio essere.
(33) Il senso religioso non è nient’altro che la domanda di totalità costitutiva della nostra ragione presente in ogni azione, in quanto a ogni azione l’uomo è provocato da un bisogno.
Il senso religioso è allora la ragione come coscienza della realtà totale.
Senso religioso e ragione sono, quindi, la stessa cosa.
Il senso religioso coincide quindi con la ragione nel suo aspetto profondo di tensione inesausta verso il significato ultimo della realtà.
Ogni «religiosità», dunque, nasce dalla esigenza di significato totale, manifestandosi come intuizione del Mistero, in quanto incommensurabile risposta a tale esigenza.
Qui sorgono le «religioni»: esse rappresentano il complesso espressivo di quello sforzo creativo che l’uomo ha da sempre compiuto per immaginare la sua relazione col Mistero.
(34) Per l’uomo moderno la «fede» non sarebbe altro che un aspetto della «religiosità», un tipo di sentimento con cui vivere l’irrequieta ricerca della propria origine e del proprio destino, che è appunto l’elemento più suggestivo di ogni «religione».
Tutta la coscienza moderna si agita per strappare dall’uomo l ‘ipotesi della fede cristiana per ricondurla alla dinamica del senso religioso e al concetto di religiosità, e questa confusione penetra purtroppo anche la mentalità del popolo cristiano.
Mentre la religiosità nasce dall’esigenza di significato destata dall’impatto con il reale, la fede è riconoscere una presenza eccezionale, corrispondente in modo totale al proprio destino, ed è aderire a quella Presenza.
La fede è riconoscere come vero quello che una Presenza storica dice di sé.
(187) – Uno che «sa già» che la sua religione è sufficiente non incontrerà mai Gesù Cristo, anche se gli si presentasse alla porta di casa, bussando alla porta, sedendosi al tavolo e parlando, come con Giovanni e Andrea, per due o tre ore. Non capirà mai!
RESPONSABILITA’
(77) – Introdurre l’umanità nel rapporto definitivo col mistero di Dio è la loro (degli apostoli) funzione fondamentale: è il compito per cui sono stati scelti. E con i Vescovi e i sacerdoti, tutti i cristiani sono chiamati a far parte di questa scelta e della responsabilità di questa funzione.
(112) – Se io sono perché sono amato, devo rispondere: da qui nasce la «responsabilità».
È la parola responsabilità quella che assicura l’esito di una esperienza di corrispondenza al vero, al fascino del bello, alla commozione del buono, all’ineffabile felicità.
Nella sua compiutezza, la grandezza della parola «responsabilità» è la principale sorgente del gusto della vita.
Se non sei responsabile in ciò che ti dà piacere o che ti attira, se non vi partecipi in qualche modo con responsabilità, esso non è tuo.
Per questo il Paradiso implica la decisione tua, implica la responsabilità: perché il paradiso è per l’uomo e l’uomo è libero.
La responsabilità si esprime come decisione della libertà di fronte alla Presenza riconosciuta come totalmente corrispondente al proprio destino.
(148s) – La responsabilità dei cristiani è quella di essere ciò che hanno conosciuto, ciò che è diventato parte della loro mente e del loro cuore.
Siamo perciò responsabili di essere ciò che siamo, ciò cui siamo stati chiamati da Gesù nel Battesimo e nell’incontro che lo ha fatto fiorire.
(149) La nostra responsabilità è quella di essere amici secondo un incontro fatto.
E questa amicizia non può non incidere suoi rapporti che si stabiliscono in famiglia, sul lavoro, nella vita sociale e politica.
(189) – Non si può educare se non rivolgendosi alla libertà, impegnandola alla responsabilità e all’azione.
(196s) – le caratteristiche di opere generate dalla responsabilità autentica devono essere realismo e prudenza.
In questa libera e creativa socialità si radicano la forza e la durata della responsabilità personale, anche di fronte al potere.
(197) La responsabilità personale si salva e si afferma nel riconosciuto primato della società di fronte allo Stato.
(203) – Tale Stato (quello prepotente) si ridurrebbe ad essere funzionale ai programmi di chi è al potere.
La responsabilità personale e sociale sarebbero evocate semplicemente per suscitare consenso a cose già programmate.
Assenza di responsabilità
(163) – L’assenza di Cristo è l’assenza della sua vita.
Questo tende a produrre un’indifferenza rispetto alla realtà che diventa assenza di responsabilità verso l’esistenza personale e collettiva: diventa una amoralità.
Responsabilità del carisma
(134) – Ognuno ha la responsabilità del carisma incontrato.
Ognuno è causa di declino o di incremento del carisma, è un terreno in cui il carisma si sperpera o dà frutto.
La presa di coscienza della responsabilità per ognuno è gravissima come urgenza, come lealtà e come fedeltà.
Oscurare o diminuire questa responsabilità vuol dire oscurare e diminuire una intensità di incidenza che la storia del nostro carisma ha sulla Chiesa di Dio e sulla società.
RESURREZIONE
(58) – Egli lo aveva detto: «Io sono la Resurrezione e la vita».
Sì, quell’Uomo è la Via, la Resurrezione e la Vita.
(77) – Gesù parla ad alcuni, a una decina di persone: tutta la sua signoria – Egli era il disegno dell’Universo e di lì a poco sarebbe stato consacrato Signore dalla sua morte e resurrezione – si concentra su alcuni che chiama amici.
(81) – Nella sua Resurrezione Egli ha posto i termini di questa assimilazione a Sé, di questa gloria, di questa esplicitazione del fatto che in Lui tutto consiste, tutto è Suo.
L’assimilazione a Cristo che si realizza con il Battesimo è la Resurrezione di Cristo che penetra nella storia, è il Corpo di Cristo Risorto che si ingrandisce sempre più secondo i tempi del Mistero del Padre.
(148) – Il popolo collabora allo scopo della creazione, collabora con Gesù in croce, secondo l’addensarsi sperimentale della luce, dell’amore e della gioia finali, per cui la resurrezione di Cristo, come terminale della croce, penetra, assimilandolo, tutto ciò che si conosce, si utilizza e si vive insieme.
(152) – Noi lottiamo per la gloria di Cristo nel tempo, nella storia.
Siamo anche noi «mandati» per questa battaglia.
Ci è promessa la vittoria, ma sarà all’ultimo giorno, quello in cui la resurrezione è compiuta.
RICERCA
(187s) – Rendere conto del reale secondo la totalità: per questo l’uomo si deve sempre sentire sinceramente e umilmente in ricerca.
Quanto più umile e viva è questa ricerca, tanto più intelligente sarà anche il risultato, perché l’uomo implicherà nel suo impegno, nella sua opera, tutto ciò che trova di positivo e di consentaneo.
(188) Educare significa mantenere viva questa ricerca di «altro»
RICONOSCERE/RICONOSCIMENTO
(31) – Riconoscere il reale come procedente dal Mistero dovrebbe essere familiare alla ragione, poiché proprio nel riconoscere il reale così come è, cioè come Dio L’ha voluto, e non ridotto, appiattito, senza profondità, trovano corrispondenza le esigenze del «cuore» e si realizza fino in fondo la possibilità di ragione e di affezione che siamo.
La ragione infatti, per il suo stesso originale dinamismo, non può compiersi se non riconoscendo il reale in quanto affonda nel Mistero.
L’umana ragione tocca il culmine, dunque è veramente ragione, quando riconosce le cose per quello che sono, e le cose sono perché procedono da un Altro.
Riconoscimento amoroso
(44ss) – La fede appartiene all’avvenimento perché, in quanto riconoscimento amoroso della presenza di qualcosa di eccezionale, è un dono, una grazia.
(45) L’avvenimento è l’amore di Dio all’uomo riconosciuto dall’amore dell’uomo a Dio.
In quanto è una conoscenza che si lascia totalmente determinare dall’oggetto, la fede è «riconoscimento «amoroso».
È una conoscenza amorosa, semplice e senza equivoci, che implica un attaccamento.
Tale conoscenza amorosa fa dire, come ha fatto dire a san Pietro: «Se non credessi a quest’uomo, non potrei credere neanche ai miei occhi».
(46) Tutto parte dal riconoscimento di un dono già dato.
Riconoscimento della presenza di Cristo
(vedi anche fede)
(20ss) – Perché era facile riconoscerlo?
Per una eccezionalità senza paragone.
Quando qualcosa si può definire «eccezionale»?
(21) Quando corrisponde adeguatamente alle attese originali del cuore, per quanto confusa e nebulosa possa esserne la consapevolezza.
L’eccezionale (quindi) è, paradossalmente, l’apparire di ciò che è più «naturale» per noi.
Quell’uomo per Giovanni e Andrea corrispondeva in modo inimmaginabile alle esigenze irresistibili ed innegabili del cuore.
(22) Non solo fu facile riconoscerlo: era facilissimo vivere il rapporto con Lui.
Imparare dalla sua eccezionalità era perciò una simpatia ultima e realizzata.
(43ss) – Il riconoscimento della presenza di Cristo avviene perché Cristo «vince» l’individuo.
La fede è essenzialmente riconoscere la diversità di una Presenza, riconoscere un Presenza eccezionale.
(44) Come Cristo si dà a me in un avvenimento presente, così vivifica in me la capacità di afferrarlo e di riconoscerlo nella sua eccezionalità.
Per questo il riconoscimento di Lui che avviene nella vita è un dono dello Spirito, che sempre implica una semplicità del cuore, l’affermarsi di una ingenuità originale, propria della nostra origine.
(45) È grazia il riconoscere Cristo e questo riconoscimento è dono di sé a Lui nella semplicità originale.
L’avvenimento è l’amore di Dio all’uomo riconosciuto dall’amore dell’uomo a Dio.
La fede è il «riconoscimento» che Dio è diventato fattore dell’esperienza presente.
(49) – C’è in lui (Pietro) il riconoscimento di Cristo, perciò, come conseguenza, dovrebbe aderire a Cristo, e fare quello che Egli dice, invece è peccatore.
(ma quando dice): «Signore tu lo sai che io Ti amo». Questa affermazione significa riconoscere che l’orizzonte ultimo di sé e di tutto è la Sua Presenza e domandare di aderirvi.
L’offerta è allora la conseguenza ultima della fede.
Essa è esattamente il dire: «Signore, Tu lo sai che io ti amo»
RISCHIO EDUCATIVO
(197) – È usata l’espressione «rischio educativo», perché il processo educativo è un rischio, proprio in quanto si gioca tutto sulla libertà di chi educa e sulla libertà di chi viene educato.
RISPETTO
(105s) – Anche in tutte le nostre sfortune, in tutte le nostre cattiverie, in tutte le nostre incoerenze, in tutta la nostra debolezza, in quella debolezza mortale che è l’uomo, possiamo realmente respirare e sospirare la pace, generare pace e rispetto per l’altro.
E rispettare l’altro vuol dire guardarlo con l’occhio a un’altra Presenza.
Lettera a Diogneto: «I cristiani si trattano con un rispetto agli altri inconcepibile».
La parola rispetto (respectus, da re-spicio) ha la stessa radice di aspicio (guardare), e il re- sta a indicare che si continua a tenere lo sguardo rivolto-a, come fa colui che camminando, tiene tuttavia lo sguardo fermo sull’oggetto.
«Rispetto» vuol dire: «guardare una persona tenendone presente un’altra».
Senza il rispetto di ciò che si manipola, di ciò che mi deve servire, di ciò che afferro perché mi serva, non c’è rapporto adeguato con niente.
Ma il rispetto non può nascere dal fatto che ciò che ho davanti mi serva: da questo punto di vista lo domino.
(106) No il rispetto «sfonda» quello che uso.
Un uomo che guardi sua moglie percependo e riconoscendo l’Altro, Gesù, dentro e oltre la figura di sua moglie, può portarle rispetto e venerazione, può avere stima per la sua libertà, che è rapporto con l’infinito, rapporto con Gesù.
(121) – È un Avvenimento [….] in Esso emerge il legame stabile, cioè di appartenenza.
Qui la vita incomincia a essere soddisfatta, a godere di sé in senso creaturalmente giusto.
Subentra un salto qualitativo nello sguardo fra uomo e donna dove diventa possibile il rispetto (respicere).
RISPOSTA DELL’UOMO A DIO
(Vedi responsabilità)
(111) – Se io sono amato, se «sono» perché «amato», il grande problema del mio esistere, del mio essere al mondo, ciò che rende possibile che il mio soggetto diventi protagonista di un mondo nuovo, in cui l’eterno incomincia sperimentalmente nel tempo, è la mia risposta: la mia risposta al Tu che mi ama, il mio corrispondere, la mia valorizzazione di ciò che Egli ha originalmente creato in me proprio perché potessi accorgermi di Lui.
A – B – C – D – E –F – G – I – L – M/N – O – P – R – S –T – U – V
