Temi: Si può (veramente?!) vivere così? – 5

Edizione di riferimento

ABCDEFG/HILMNOPRSTUV

[NOTA BENE: i corsivi di frasi o interventi, in rosso sono frasi riportate dal libro «Si può vivere così?», quelli in viola sono invece interventi, domande e citazioni di questo libro]


63 – L’uomo è quel livello della natura in cui la natura incomincia a conoscere di che cosa è fatta: autocoscienza.

La natura è fatta, cioè alla natura viene dato l’essere, di essere.

Non c’era niente, non c’era una natura morta, c’era niente!


505 – «La natura è fatta per la felicità e il sacrificio è contrario a questo; e perciò è almeno incomprensibile, il sacrificio dal punto di vista naturale è incomprensibile e, se un si irrita un pò, diventa anche intollerabile, perché è una cosa che va contro ciò per cui siamo fatti: appare una ingiustizia» [Si può vivere così? p. 321].

527 – Il sacrificio della verginità non è ripugnante alla natura, è ripugnante la vergogna con cui noi realizziamo i sentimenti: la sbadataggine, la dimenticanza, la smemoratezza, l’approssimazione, l’egoismo, l’insensibilità di fronte alla generosità altrui, l’incapacità ad immaginare un amore senza ritorno (la gratuità assoluta).

Questo è vergogna, è contro natura, anche se tutti viviamo così, o vivremmo così se un’altra Presenza con ci prendesse la mano con forza e ci dicesse: «Coraggio, vieni di qui», e ci tirasse da una certa parte.


181 – Verificando il vero tu hai fatto delle cose buone.

Mentre se tu sei in qualche modo negativo, e insisti sulla negatività tralasciando le evidenze che pur ci sono, quasi dicendo: «Queste le vedrò dopo, intanto inseguo l’atteggiamento che mi sembra negativo», questo non ti porta mai a capire il bene che già ti fa fare l’inseguimento del vero.

Ti fa sentire negativo.

Negativo: inviso a te stesso, pieno di difetti ai tuoi occhi, ma non come umiltà (il passero è piccolo di fronte all’universo, ma nell’universo il passero è guardato con cura come il bambino che sta nel seno di sua madre).

«È impossibile che io faccia il bene, così incapace come sono!»: è una partenza negativa teorica che ti favorisce questo; prima di avvederti che sono sbagliate le posizione preconcette, negative, sei già morto.

Morto è chi non crea e non fa il bene, chi non costruisce e non favorisce l’opera.


311 – Il vero nostro nemico è che le nostre parole sembrano astratte.

422 – Non c’è niente di più terribile nemico di noi stessi, ma non c’è nessun punto più amabile della terra come noi stessi.

524 – Il centuplo non vuol dire che l’«agognamento» istintivo che hai diventa cento volte tanto, anzi da questo punto di vista, è tutto ostacolato e cancellato: la grazia eccita la forza della volontà che «la fa a pugni», debellando il nemico.

Il nemico è proprio il modo con cui tu cogli l’occasione non nel suo senso vero, ma secondo la sua significanza equivoca che tu favoriresti.


36 – O la ragione viene seguita adeguatamente o la risposta è il nichilismo (come è la mentalità comune oggi).

Il nichilismo: tutto è niente.

Non c’è menzogna più grande di questa, l’evidente menzogna è dire che tutto è niente: se una cosa c’è, non può esser niente.

Occorre un gesto di potenza infinita per ridurre al nulla ciò che c’è: la stessa forza che l’ha creata dal nulla.

L’uomo non può annichilire niente, neanche un capello può esser distrutto.

44 – L’alternativa umana alla posizione in cui oggi siamo chiamati a subentrare è una sola: che tutto sia niente.

Questo è il pensiero che a me ha sempre fatto più colpo, fin da quando ero ragazzino.

Di questo sono sicuro, quando sono entrato in seminario a dieci anni, io ricordo che percepivo molto chiaramente come l’alternativa a quello che abbiamo accennato è che la vita è zero, niente!

Ma che la vita è zero e niente vuol dire che la faccia che stringeresti nella mano perchè ami, è niente: stringi e va a finire in niente.

63 – La natura è fatta, cioè alla natura vien donato l’essere, di essere.

Non c’era niente, non c’era una natura morta, c’era il niente!

Non c’è un altro passo tra il niente e l’essere.

201 – Coscienza del destino vuol dire che uno, usando la sua ragione, capisce che è costretto a dire: tutto ciò che vive e si muove, si muove verso uno scopo, […] che si chiama anche volontà di Dio o disegno di Dio.

Se tu togli questo rapporto che tutte le cose hanno verso l’esistenza di un disegno di Dio o l’esistenza di una volontà di Dio, tu fai essere delle cose che galleggiano nel niente.

E infatti l’esito è il nichilismo: tutto va a finire in polvere; tua zia, tua nonna, il tuo papà, il tuo moroso, tuo figlio svaniranno, non s’attaccano…s’attaccano a che cosa?

401 – «Che importa se prendi tutto il mondo e poi perdi te stesso?» [Mc 8,36]: perdi ciò che possiedi, perdi Colui che possiede; tutto svanisce.

Il nichilismo è questo.

Il nichilismo non necessariamente vede il mondo ridotto a cenere e a niente, ma riduce a cenere e a niente l’io, il soggetto che possiede.


328ss – La filosofia dominante l’epoca di Leopardi è la filosofia dominante dell’epoca nostra, non più come filosofia, ma come filosofia applicata, come prassi: era la filosofia sensistica o pragmatista, per la quale la realtà si riconduceva alla materia.

Il no di Leopardi si sente giustapposto rispetto a queste domande – «Desiderii infiniti/e visioni altere» -,domande che rimangono, interrogativi che nessuna negazione riesce a togliere, a diminuire, a ridurre.

Il suo no lascia indenne l’interrogativo che fa alzare l’uomo ogni mattina, perché ogni mattina ci alziamo con dentro quello «quello spron che quasi ci punge/sì che, sedendo, più che mai sono lunge/da trovar pace e loco» [Cara beltà v. 119-121].

330 – Pur nella esperienza contraddittoria, cui dà luogo, la realtà esalta l’animo dell’uomo e, in tale esaltazione, nasce un respiro sognante che domina tutta la sua vita.

Quello che nasce dalla contraddizione, il no, è la risposta della testa, ma il cuore è uno struggimento, non è un no.

Uno innamorato e non corrisposto, se potente è il suo cuore, non dice: «È no, è uguale a zero».

Si dispera: è uno struggimento, la negazione lo domina, domina la sua vita.


372 ss – Intervento: «A me capita talvolta di vivere con la noia: è come se non ci fosse niente che valga la pena di fare e, se faccio qualcosa, non la faccio bene, la faccio distratta. Volevo chiedere se è una circostanza evitabile, perché quando mi capita, non riesco a farci niente, non riesco a cambiarla».

Secondo me questa è una domanda fondamentale.

373 – Però credo che, prima, ci sia da capire – e da ben capire! – l’atteggiamento normale in cui l’uomo vive.

Perché la noia non è l’atteggiamento normale: può essere l’atteggiamento normale in un certo periodo; se questo periodo dura a lungo, uno per forza cambia ambiente oppure va dallo psichiatra.

Per risolvere la noia bisogna capire qualcosa che viene prima, più semplice, più quotidiano.

Innanzitutto ogni cosa che si fa ha una ragione.

Sempre la ragione è un inizio di un rapporto tra quello che si fa e la totalità.

Anche se uno non ci pensa, quello che fa lo fa per una ragione.

375 – Primo: l’uomo, in un certo modo, sa il perché fa, conosce lo scopo, riconosce lo scopo.

Sapere il perché si fa una cosa: il perché è una connessione intuita tra la cosa che si fa e la totalità del programma della propria giornata o del programma della vita.

E, secondo, scegliere delle modalità con cui uno usa delle cose: l’affectus è quell’impetus, quell’impeto che fa usare delle cose.

Normalmente l’uomo non riflette su di sé, ma fa queste cose coscientemente: senza riflettervi, ma coscientemente.

La noia è uno stato in cui uno è come se non sapesse ed è come se talmente non avesse voglia da non volere.

Ma fare – cioè mangiare la colazione e andare a scuola – è necessario: anche se ha noia, mangia la colazione e va a scuola.

Può avere una noia tale che non fa colazione e va a scuola senza fare scuola, però qualche cosa deve fare, perché se non fa niente, può durare un giorno, o due giorni, ma il terzo giorno il medico non fa più la giustificazione e dice: «È raccomandabile alla miglior psichiatra della regione».

376 – La noia è l’assenza di un sapere e l’assenza di un sentire, cioè l’assenza di prendere e fare: l’affectus, infatti, è prendere una cosa per fare.

Perciò la noia è l’anticamera della morte: il moribondo ha noia di tutto, chi ha una malattia grave ha noia di tutto, chi ha 41 di febbre ha noia di tutto.

Se ha noia di tutto, non pensa – non solo non riconosce, ma non pensa – e non ha voglia, cioè non brandisce niente, non costruisce niente.

La noia, perciò, non è un motivo per non fare, ma è uno stato di depressione che deve essere vinto per poter vivere.

Chi non lo vince va in manicomio.


12 – Per fare qualcosa di nuovo, bisogna che uno rischi se stesso dentro la bufera di suggerimenti e di immagini su cui non ha mai riflesso, che non ha mai afferrato,non ha mai organizzato.

109 – Per Andrea e Giovanni l’avvenimento è stato quando, andando a casa sua, hanno incominciato a sentirlo parlare in un certo modo[…].

Più lo sentivano e più erano ammaliati.

Era un avvenimento.

[…] l’avvenimento è l’intervento di una novità nella vita, un avvenimento porta una novità.

110 – Ogni istante porta una novità che non c’era prima, tanto è vero che si chiama avvenimento.

L’avvenimento è il fatto che porta la novità nel discorso del mondo, nella fila delle cose, nella storia.

208 – Nel discorso che ho fatto a Rimini, c’era come sottotitolo: «I primi accenti di una moralità nuova». Quale è questa moralità nuova? Nuova vuol dire più morale di quella di prima senza nessun paragone, eppure stranissimamente più semplice e più suggestiva.

Su mille religioni che ci fossero, mille hanno la morale che nasce come letteratura dettagliata dei fattori che costituiscono una dialettica, una dinamica letta nel suo svolgimento dalle leggi di questo svolgimento; l’uomo, se osserva queste leggi, rispetta lo svolgimento.

La morale cristiana non nasce così.

233 – «[…] Gesù prendeva sempre quell’occasione per alzare la mano e andar fuori a parlare. Quello che incominciò a dire di nuovo, lo disse dentro l’antico: era un nuovo modo di guardare il mondo. Le parole erano le stesse: era un modo nuovo di vedere le parole antiche. Insisto perché questa è la vita del cristiano, essere cristiani è questo: una novità che si apre sempre il varco dentro le parole antiche» (Si può vivere così? 112-113).

234 – Quello che dice di nuovo Gesù lo dice dentro l’antico.

Il divino, la novità assoluta, infinita ed eterna, nasce dal seno di una donna, dalle viscere di una donna, come un qualsiasi bambino antico.

Ha preso la Bibbia in mano, ha letto il pezzo del giorno: commentando quello, ha detto il nuovo.

Così sconcertava, attraeva e sconcertava.

Essere cristiani è questo: una novità che si apre il varco dentro le parole antiche, dentro i sistemi antichi che sempre hanno fatto vivere un uomo, dentro le abitudini solite dell’uomo.

410 – Il nuovo non è il diverso, ma il nuovo è ciò che corrisponde di più a quello che aspettavi, altrimenti non è una novità.

577 – La parola avvenimento indica la sorgente della novità nella storia.

La novità è attraverso un avvenimento.

Ma cosa vuol dire che Dio si fa conoscere attraverso un avvenimento? qual’è il primo? Il primo è che una donna ha partorito un figlio che «sarà chiamato Figlio dell’Altissimo – le disse un angelo che le era comparso – e salverà il suo popolo».

Il primo avvenimento è la Madonna.

L’avvenimento avviene in un luogo, in un posto, in un determinato tempo.


ABCDEFG/HILMNOPRSTUV




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