Si può (veramente?!) vivere così? (8)

edizione di riferimento

ABCDEFG/HILMNOPRSTUV

Indice linkato:


70 – La dinamica che accade di più nella vita è il distacco, non esiste niente che sia quantitativamente paragonabile al contenuto di questa dinamica.

La dinamica più copiosa, sorpresa della vita, è la dinamica del lasciare.

Ma non è la dinamica più illuminante della vita: la dinamica più illuminante della vita è l’arrivare, lasciare per arrivare.

Quando il barquiño si stacca da Siviglia lontano va, però va verso il porto.

È quando non si sa fove va che allora diventa terribile la questione.

Come era ritenuto folle, tanto sfortunato da essere folle, chi era costretto a varcare, o chi varcasse, lo stretto di Gibilterra, come Ulisse.

95 – È l’oceano che l’Ulisse dantesco cerca di valicare, ma l’oceano lo mangia, perché è più grande del piccolo battello, che usa per attraversarlo.

E folle fu il volo di Ulisse, non perché pretese di varcare l’oceano; fu folle perché pretese di varcare l’oceano con gli stessi strumenti con cui conosceva il Mare Mediterraneo.

Il Mare Mediterraneo è l’ambito della ragione, è il livello della realtà come ambito della ragione; l’oceano è il livello della realtà come sorgente di tutto, cioè il divino.

l’Ulisse dantesco, se tenta di penetrare, fa naufragio.


21 – La vita su questa strada (la verginità) è la vita umana – la vostra vita umana nel senso più realistico del termine -, ma veramente considerata; la vostra vita umana veramente percepita, senza ambiguità e senza sotterfugi, senza dimenticanze, senza obliterazioni.

Guardate che non c’è niente che sia fondamento dell’umano se non ciò che è ragionevole.

La parola ragionevole indica il fondamento dell’umano, ciò per cui tutto l’umano si muove, ciò a cui tutto il dinamismo dell’uomo tende: il ragionevole, la corrispondenza dell’essere alle esigenze del cuore, la corrispondenza di ciò che è alle esigenze del cuore.

397 – Ma l’immagine del fiore del campo con la radice lunga, infinitamente lunga, che procede, fiotta fuori dal Mistero e perciò l’avventura eterna della conoscenza di esso – il rischio di questa avventura eterna -: questo è il palpitare dell’umano reale; meno di così l’umano decade.


132 – Intervento: «Nel testo si dice: “….perché era uomo, Gesù. Le idee gli venivano come vengono a noi: attraverso le circostanze, l’esperienza.”[…] Non avevo mai pensato che Cristo fosse come me! Ma allora tutto è possibile anche a me?».

No, questa tua ultima frase dimentica che la realtà è di Cristo affonda nel Mistero che lo costituisce: Cristo è Dio.

E noi non abbiamo la percezione sperimentale di che possa dire esser Dio per un uomo, non possiamo saperlo.

Comunque hai toccato l’esempio dove il rapporto tra il divino e l’umano diventa più carico di sfida alla nostra mentalità e, nello stesso tempo, più dolce e tenero per il cuore.


227 – L’umiltà tende le corde dell’animo, della ragione e dell’affezione, così che, appena c’è un accenno di ragione, voi la percepite, siete propizi, siete desiderosi di poterla accettare, comprendere, vi si fa più ampio il respiro.


123 – Da che cosa si capisce che Lui c’è? Da una presenza umana cambiata. Qual’è il primo cambiamento, ragione di tutto il resto del cambiamento che nell’uomo, per esempio in me, può avvenire ed è avvenuto? Che io so chi è!

Io so con certezza che è e chi è. Tutto il resto che è cambiato in me…perché è cambiato!…

261 – Dopo quarant’anni, non sono neanche un pò disunito dal mio amico Pigi che è in Brasile o da coloro che, oramai diventati genitori, mi presentano i loro bambini: tra me è loro c’è qualcosa di troppo serio, e il troppo serio, nella vita, non è vita, ma è il Mistero che si dimostra nella vita, che si contesta nelle circostanze della nostra vita.

491 – Tutti questi ideali, da una coscienza umana non fuorviata, non preconcetta, sono unificati nella prospettiva dell’ideale umano terminale, finale, dove tutti questi aspetti ideali sono valorizzati.

Per questo l’uomo di coscienza è sempre fattore costruttivo e ricostruttivo.

Chi ha una vocazione come la nostra, che è inconcepibile, è destinato ad essere nell’umanità il trovatore dell’unità.

L’unità, appena si muove, produce un suono delizioso che si chiama amore, che non ha nulla da cedere al tempo e allo spazio, che il tempo non dissocia e lo spazio non dissolve.

511/512 – «a) La scelta di alcuni […] Cristo per realizzare la sua opera nel mondo sceglie alcuni» [Si può vivere così? p. 349].

Ti ha scelto Lui per primo.

Mario ed io siamo una cosa sola per questo: noi siamo una sola cosa per questo.

531 – Pietro di Craon (L’annunzio a Maria, P Claudel) è l’architetto, il genio che costruisce l’espressione con cui il popolo ritrovi la sua unità, vale a dire ritrovi la sua dimora: nella dimora c’è l’ideale e nella dimora viene ricoverato ogni errore.

Il genio per eccellenza è l’architetto, l’architetto costruttore di cattedrali, perché la cattedrale costituisce il più grande simbolo dell’unità tra gli uomini che sia mai stato pensato.


391 – Guardate che il gusto di tutto ciò che c’è – per quante volte tradiamo la cosa, a un certo punto lo dobbiamo riconoscere -, il gusto di tutto ciò che c’è, qualsiasi cosa, il gusto del lavoro – se per lavoro si intende il plasmare i rapporti secondo l’ideale, l ‘ideale, essendo riflesso nella totalità, e l’universalità essendo l’ideale del particolare – non è possibile se non cerchiamo di affrontare la vita così: altrimenti non esiste né letizia né gioia.


11 – Il ragionevole è ciò che qualifica l’umano, che distingue l‘uomo dalla bestia.

26 – Senza che la ragione cresca, l’uomo resta rattrappito.

Se l’uomo è rattrappito, è rattrappito il gusto della bellezza, è rattrappito il gusto dell’amore, è rattrappito il gusto dell’amicizia, è rattrappito il gusto del buono, del vero, del giusto: è rattrappito tutto.

28 – Fare questa strada significa rimetterci la vita, giocarci la vita: è il senso della vita che si raggiunge, è il destino della vita che si attua, ciò che il cuore aspetta.

Il cuore aspetta solo questo: l’uomo è quel livello della natura in cui la natura aspetta questo; perciò è quel livello della natura che si chiama io.

32/33 – Non ci interessano neanche gli errori che facciamo; ma la ragione di quello che facciamo sì, perché l’uomo incomincia da qui: non è uomo, non è umano fare una cosa senza ragione, senza che l’adeguata ragione sia ricercata o, già trovata, brandita e portata avanti, gridata da me.

35 – È miracolo, la coerenza miracolo, non capacità dell’uomo.

46 – Per capire Dio bisogna essere uomini, e per amare Gesù – Dio fatto uomo – bisogna essere uomini.

Per influire sugli uomini e sul loro destino, che vadano al loro destino, per aver pietà degli uomini, bisogna essere uomini.

Essere uomini vuol dire avere verso Dio stupore e dipendenza; avere verso Gesù lo stupore e la confidenza; avere verso gli altri rassegnazione e la pietà che si è persi per se stessi.

61 – Intervento: «Hai detto che la realtà colpisce i nostri occhi se l’uomo è vivo. Allora volevo sapere come fare perché i nostri occhi siano vivi».

Quando ho fatto la prima riunione di preti, il primo che si è alzato mi ha detto: «Che cosa raccomanderesti a noi preti giovani?».

«Che siate uomini! Per fare bene il prete dovete innanzitutto essere uomini.

Se siete uomini, sentite quello che è proprio dell’uomo, esigenze e problemi tipici dell’uomo, vivete il rapporto con tutto quello che diventa presente e si irradia dal presente a voi.

Nello sforzo di rispondere a tutto questo, imparate sia la verità in tutte queste cose sia quella verità di Dio che realizza la verità degli uomini».

63 – La forza del Mistero ci renderà coerenti con ciò che ci ha fatti, attraverso gli stessi nostri errori, attraverso l’umiliazione dei nostri stessi errori.

Lui risponderà al grido della nostra umiltà, che ci fa cantare nel «Veni sancte Spiritus»: senza la tua forza di cambiamento, senza la tua forza di essere, niente c’è nell’uomo, tutto ci fa male, anche chi ci ama.

65 – L’uomo è un mendicante: questa è la sua definizione più attagliata e più giusta, ma anche la più bella.

100 – Avere lo sguardo giù vuol dire avere lo sguardo sotto i piedi delle cose: si fede soltanto palta e cuoio, cioè la coscienza della miseria in cui è l’uomo: peccato.

Non è l’analisi di che cosa voglia dire peccato; è una percezione generale, generica, ma totalizzante: siamo in una posizione decaduta.

E, infatti, non vediamo: «Nessun uomo ha mai visto il Suo volto».

E dove lo vedremo il Suo volto? Di che cosa sarà fatto il suo volto?

Delle persone che mette con noi, del contesto di vita che ci chiama a vivere, del lavoro che ci fa compiere, della natura di cui ci circonda, della creatività dell’uomo.

199 – L’uomo è stato fatto per la felicità, lo scopo del Mistero è quello di rendere l’uomo felice come sé.

L’uomo non capisce questo: l’adesione a Dio, il riconoscere Dio, l’amicizia con Cristo, la memoria di Cristo, la presenza di Cristo riconosciuta incomincia a fargli vivere quella felicità che l’aspetta per l’eternità.

Perché la felicità incomincia qui o non c’è eternità o incomincia qui o non c’è.

206 – L’io e il tu sono caratterizzati dalla libertà.

Non c’è niente di più suggestivo del Dio libero che rischia la Sua libertà con la piccola ribellione della libertà dell’uomo.

Questo è dogma cattolico, cioè la concezione dell’uomo non è cattolica se non implica questo.

222 – Abbiamo chi seguire, le caratteristiche che rendono ragionevole il seguirlo, dobbiamo seguirlo.

Aderire a se stessi vuol dire seguire l’altro: questo è un paradosso, è il paradosso che ha fatto cedere Eva.

Da quando c’è l’uomo, questo è il paradosso che prova la libertà: per essere me stesso devo seguire un altro.

256 – L’unica cosa che l’uomo possiede è il senso della sua vita.

«L’io dell’uomo è destinato a essere insieme a tutto quello che c’è, al mistero dell’Essere. Perché è stato fatto ad immagine di Dio e Dio è una comunione: la comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito, il mistero della Trinità; è nel mistero della Trinità la radice del fatto che l’io non è solo» [Si può vivere così? p.128].

271 – «L’uomo è un animale razionale»: questa definizione per una madre non basta, per un’amante non basta, per un amico non basta, per un uomo morale e buono non basta.

Nascendo l’uomo dal Mistero – cioè da Dio -, «quello che è, è incommensurabile con quello che sa» diceva Ricoeur [P. Ricoeur, Gabriel Marcel et Karl Jasper].

Ciò che è deborda infinitamente da quello che l’uomo afferra e definisce; e ciò non toglie che l’uomo possa definire giusto o definire sbagliato, cioè indicare termini esatti che diano una definizione pertinente, o indicare termini falsi per una definizione che non sia pertinente.

Ma qualsiasi definizione non stringe nella sua prigionia non solo un essere umano, non Gesù – il mistero di Cristo -, ma neanche il sasso, il sassolino, il grumino di terra col quale il seme si confonde.

Tutto ciò che è travolge dal di dentro qualsiasi fotografia di esso, anche la fotografia intellettuale che ne può fare l’uomo, anche la fotografia della vostra conoscenza.

296 – Se l’uomo nasce dal grande Mistero, è sicuro quando si appoggia al Mistero da cui nasce, cioè quando domanda che avvenga quello per cui il Mistero lo ha fatto, quello per cui il Mistero gli ha fatto insorgere domande e desideri.

301 – L‘uomo è niente: tutti dicono, ma se anche non lo dicessero, basterebbe guardarlo due giorni dopo la morte; se c’è la speranza, è da una misteriosa Presenza che viene.

323 – C’è una unica cosa che ci rende veramente tristi: è che Dio possa diventare uomo e non essere riconosciuto da coloro cui bussa alla porta.

Le parole che Cristo ha portato sono parole umane: è partito da parole umane e ha introdotto coloro che lo ascoltavano al Mistero che sta dietro le parole dell’uomo.

L’uomo si può misurare, ma ciò da cui deriva, cioè ciò di cui è fatto è l’infinito mistero di Dio, perciò l’uomo è eterno.

327ss – La sublimità del sentire è la prima caratteristica della poesia Leopardiana.

La sublimità del sentire è questo grande interrogativo che nasce dal contrasto tra l’impeto di «desiderii infiniti» e di «visioni altere» che trovano nel cuore dell’uomo la terra propria e, dall’altra parte, questa improvvisa distruzione, questo annichilimento subitaneo che una banalità qualsiasi genera.

Quindi, la sublimità del sentire è data da una specie di differenza di potenziale che c’è nell’uomo tra i «desiderii infiniti» che una cosa bella e amata e desiderata fa sorgere, e quello che l’uomo è, quell’annichilimento subitaneo che una banalità qualsiasi produce, «in nulla torna quel paradiso in un momento».

Ma Leopardi grida, comunica in un modo così potente l’anelito dei «desiderii infiniti», e delle «visioni altere» – l’interrogativo che costituisce il cuore, cioè la ragione dell’uomo – che tutte le sue risposte negative si sentono come appiccicaticce.

328 – Il suo no lascia indenne l’interrogativo che fa alzare l’uomo ogni mattina, perché ogni mattina ci alziamo con quello «spron che quasi ci punge / sì che, sedendo, più che mai son lunge / dal trovar pace e loco»[G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia]

Tutto, anche la banalità più grande – un momumento visto o un fiore guardato o qualsiasi occasione -, tutto nell’uomo, anche un filo d’erba desta questa attesa e, nello stesso tempo, sembra contraddirla.

Ragioni banali esaltano e distruggono l’uomo.

329 – La nobiltà dell’uomo rispetto alle altre creature sta in questa possibilità che una banalità accenda e una banalità distruggga qualcosa per cui il cuore si stringe.

Questo è il primo tema di Leopardi, la prima cosa che l’uomo accusa: per quanto poca nobiltà mantenga, non può non sentire questa sproporzione terribile, questa situazione misteriosa.

330 – Ma questa sublimità del sentire, se ha come contenuto la tragedia di una contraddizione quotidiana, è come terra terra in cui scaturisce una esaltazione dell’uomo: l’uomo si esalta.

La sproporzione sentita diventa sorgente di meditazioni vaste, cui il genio dell’uomo sa dare spazi di immagini e parole di musicalità, come in Leopardi (Che non ha paragone nella letteratura italiana).

Il capovolavoro in tal senso è il Canto motturno di un pastore errante dell’Asia.

Pur nella esperienza contraddittoria, cui dà luogo, la realtà esalta l’animo dell’uomo e, in tale esaltazione nasce un respiro sognante che domina tutta la sua vita.

335 – Quello che l‘uomo vede, se ne è molto colpito, se molto gli interessa, quanto più gli interessa, tanto più gli fa immaginare qualcosa d’altro.

Nel sentire, La morte e la fanciulla di Schubert, l’uomo sente uno struggimento in cui traspare l’eco di qualcosa di vago, di misterioso.

In questa sensazione è racchiuso il destino sognato, il destino di felicità sognato dall’uomo.

Ma l’uomo non è fatto solo per la felicità, è fatto per creare il cammino a questa felicità, cioè il suo destino attraverso rapporti responsabilmente vissuti, perciò l’amorosa idea che nasce, che scaturisce dal guardare il volto di una donna, questa senzazione:

[...]«Tutta [rivolta] al volto e ai costumi alla favella / Pari alla donna che il rapito amante / Vagheggiar ed amar confuso estima.» [...] (G.Leopardi, Il pensiero dominante)

350 – Mi spiace: l’uomo o sente come un cane o pensa come un filosofo.

È essenzialmente filosofo l’uomo, amante della coscienza – filosofo: amante (filos) della sapienza, della conoscenza, della coscienza -: è quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di sé e dice io.

La natura fino a qui dice io; e tra due scatta il tu, che è un primo grande miracolo.

382 – Un fiore guardato scoprendo la prospettiva sterminata, infinita – infinita nel senso letterale della parola – della radice che lo fa consistere, nella prospettiva cioè del Mistero che in esso si esprime: questo è un possesso del fiore senza nessun paragone più grande.

Questa seconda modalità fa essere l’uomo contento e carico di lode per ciò che esiste, lo fa essere religioso – che è la parola più piena che ci sia – o lo fa essere poeta, almeno poeta.

441 – Intervento: «Mi puoi spiegare quando dice: “Bisogna desiderarlo veramente, bisogna guardarlo in faccia veramente”

È quello che è stato, ed è stato quello che è.

Che cosa è? Un uomo, è un uomo.

Un uomo non è mangiare e bere, è un’altra cosa l’uomo; implica anche l’espressione del mangiare e del bere, implica anche un corpo, ma la morte dissolve il corpo, e l’uomo c’è.

Senti se vuoi arrivare alla commozione vera di fronte alla meschinità e alla vigliaccheria dei tuoi peccati e di fronte alla misconoscenza e alla durezza che hai verso Cristo, Dio fatto uomo, devi pensare a Lui, guardandolo in faccia veramente.

Immagina Gesù e la Samaritana: devi guardare in faccia Gesù veramente, veramente, non trascendendo o astraendo.

Non devi astrarre niente: è un uomo seduto a un pozzo che parla con una donna.

«Voi mi avete seguito perché vi ho sfamato, e non avete cercato che segno significasse: essere riuscito a sfamarvi con pochi pani, doveva farvi accorgere che io son più che uomo, che tra voi c’è qualcosa di più che un uomo» (Cfr. Gv 6,26-27).

È un tu che domina, non cose da rispettare; non delle leggi da rispettare, ma è una Presenza che domina.

Questa è l’origine del dolore, questa è l’origine del cambiamento, questa è l’origine della conversione.

453 – Dio ha creato il mondo,[…]; ha creato l’uomo come collaboratore suo e gli ha dato la coscienza per essere suo collaboratore.

La coscienza, per essere suo collaboratore, è proprio nella capacità di vedere i rapporti, i nessi, di unire le cose: dapprima provvisoriamente, poi sempre meno provvisoriamente, sempre più intensivamente, sempre più comprensivamente, finché si chiama «cattolico» o «ecumenico» chi abbraccia, chi tenta di abbracciare tutto.

L’intelligenza riconosce che tutto quello di cui la realtà è fatta, anche messo insieme, non basta.

Questo è il paradosso dell’uomo.

«Non basta» è una voce che viene dall’esperienza.

E allora l’esperienza dell’uomo dice: «Ho capito: c’è qualcosa d’altro».

Se non dicesse così non sarebbe più ragionevole, perché la ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei fattori, e qui i fattori non bastano.

461 – I calcoli li fan tutti[…] anche per l’uomo è così: non perché sia bestia, ma perché è una bestia diversa, in cui il calcolo avviene in modo diverso, però avviene.

468 – L’uomo è quel livello della naturain cui la natura è cosciente di sé, del suo destino, di quel che deve fare per andare al destino.

Quel che deve fare per andare al destino è di condividere il bisogno della felicità con gli altri.

473 – Morale è come la propria esistenza vive la dinamica cui è provocata dalla sua natura.

Il comportamento della vita dell’uomo, la morale – come l’uomo reagisce, stabilendo una costruttività, una evoluzione, a colpi che la realtà gli dà – è imitare il mistero.

484/485 – Elenchiamo gli aspetti di questa modalità nuova di rapporti fra la gente, gli aspetti di questo cambiamento che può avvenire, di questa diversità di vita che avviene.

Questi punti descrivono la vita di un uomo; o possono descrivere la vita che un uomo non ha: allora non è un uomo, è meno uomo!

  • L’affermazione dell’altro perché c’è e come è.
    • Allora io lo servo così come è, per quel che ha bisogno.
  • La condivisione dei beni.
    • È attraverso il bisogno che l’uomo è spinto al suo destino, attraverso il bisogno impara che gli manca qualcosa. Condividere il bisogno vuol dire sorprendersi presenza amorosa a cui interessa il destino dell’altro, come di se stesso.
  • Perdono.
    • capacità di perdono, che vuol dire ridare spazio e libertà all’altro in se stessi.
  • Attaccamento all’altro.
    • Affezione all’uomo sia come devozione (rispetto), sia come fedeltà (continuità del rispetto).

508 – Ma come è possibile che Colui che ha fatto il mondo facendone culmine l’uomo, renda necessaria una cosa così disumana come il sacrificio, come la morte?

Andate a leggere il primo capitolo della Sapienza, il libro dell’espressione consapevole della coscienza con cui il Mistero ha fatto il mondo: Dio ha fatto l’uomo per l’essere e la felicità; è l’uomo che vuole la morte.

512 – La verginità ha bisogno innanzitutto che l’uomo sia quello che è stato fatto, desiderio di felicità: la prima condizione per questa strada è che tu sia sete di felicità.


428/429 – Io vorrei che almeno alcuni di voi cominciassero a capire questo, perché qui si rivela la grandezza di come Dio ha concepito il gioco col suo bambino che è l’uomo (perché Dio gioca con l’uomo, ludit in orbe terrarum, è un grande gioco il rapporto tra l’uomo e Dio, che diventa tragico per l’improvvisa cattiveria dell’uomo: Cristo crocifisso. La risposta di Dio è un fatto: è diventato un piccolo bambino, un uomo, è morto in croce).


203 – La libertà è responsabilità, cioè risposta.

L’uomo ha un punto, ha un millimetro, ha un centesimo di millimetro in cui deve rispondere lui, e non c’è nessun prete di questo mondo, né direttore di giornale, né direttore di settimanale, né direttore di mensili, non c’è nessun prete di questo mondo, né nessun vescovo di questo mondo, né nessun papa della storia che possa togliere questa frase qui: la libertà implica responsabilità.

Indomma, l’esistenza della libertà è quella che assicura la grandezza dell’uomo.

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» [Gen 1,26]; che è il paragone più terribile che si possa immaginare: l’uomo paragonato a Dio.

E la dote più grande di Dio è la libertà infinita, e quindi, questa libertà, Dio la comunica anche all’uomo; l’uomo può rispondervi bene o può rispondervi male: rimane in lui la radice della responsabilità.


330 – La sublimità del sentire, se ha come contenuto la tragedia di una contraddizione quotidiana, è come una terra in cui scaturisce una esaltazione dell’uomo: l’uomo si esalta.

La proporzione sentita diventa sorgente di meditazioni vaste, cui il genio dell’uomo sa dare spazi di immagini e parole e musicalità, come in Leopardi (che non ha paragone nnella letteratura italiana).


369 – «È questa povertà che rende pieni, liberi, attivi, vivi, perché la legge dell’uomo – il dinamismo stabile di quel meccanismo naturale che si chiama uomo – è l’amore, cioè affermazione di un Altro come significato di sé» [Si può vivere così? p. 221].


283 – E attraverso di noi quelli di domani diranno: «Cristo è»; e attraverso di noi, se nella fede a Cristo, nella coscienza della Tua presenza, o Cristo, cambio: cambio i preconcetti, cambio il mio modo di fare, aspiro a cose migliori.

367 – C’è un altro modo di vivere, di bere, di mangiare, di guardare l’uomo, di guardare la donna; c’è un altro modo!

Dove il passato può essere preso in braccio come un uomo prende in braccio il suo bambino piccolo, dove il presente è lieto anche di fronte ad una bara, e dove il futuro così gremito, di oscurità diventa certo.

E tutto questo è il frutto della speranza, che ha le sue radice che attraversano tutto il passato e che sta ancora nel presente, domina il presente, […] ed è certo per il futuro.

368 – Preghiamo la Madonna, perché abbiamo ad essere benevoli verso il nostro passato, lieti del presente e certi del futuro, perché questi sono i tre caratteri dell’homo novus, come dice san Paolo, dell’uomo nuovo.


155 – Dirò che la Bibbia, il linguaggio ebraico, usa la stessa radice per «effimero», per «menzognero», per «uomo».

Che cosa non è menzognero? Quello che è più che uomo: là dove l‘uomo si radica nel mistero di Dio.


518 – Se un attimo solo, un solo frangente, una sola intersezione del tempo e dello spazio – un attimo? Neanche un attimo: dieci milionesimi di un attimo – fosse inutile, Dio non ci sarebbe, non sarebbe Dio, non ci sarebbe il mondo! Tutto è utile.

Solo in san Paolo – di tutta l’antichità, di tutto l’umanesimo del mondo, nel mondo -, solo in san Paolo trovate la frase «Tutto è utile» (Cfr. 2Tm 3,16)


ABCDEFG/HILMNOPRSTUV




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