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Lettera «C»
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Carità
167-168 – La prossimità è ciò che il Signore ti mette vicino.
Se ti infischi di trattare con amore chi Iddio ti mette vicino, anche se decidi – per amore dei venezuelani, poniamo – d’andare a parlare ai poveri del Venezuela, anche se vai in Venezuela per i più poveri del Venezuela, non è vero che tu applichi la carità: applichi il tuo concetto di socialità, di umanitarismo, ma non è carità, perché carità è amare l’altro per il mistero del suo rapporto con Dio.
Se Dio mi mette vicino uno, devo considerare lui: questa è la regola della prossimità.
209 – La caratteristica è che il contenuto di questa storia, ciò che ci ha comunicato questa storia, trasforma il presente: è il rovescio, dell’ignobile presente, dell’effimero presente, del presente pieno di spine e di rovi, così disagevole, salvo che nei momenti di dimenticanza o di distrazione; questo presente diventa fuoco, questo presente spalanca ad un orizzonte di fede, a un impeto di speranza, a una capacità di tenerezza e di carità che non ci saremmo mai sognati.
263 – È lo schema del mondo che impedisce la carità, cioè quel rapporto con l’altro vissuto in modo totalmente gratuito.
266 – […] l’uomo che è affezionato a Cristo, e che perciò ha riscoperto l’amore a se stesso e ha scoperto l’amore agli altri, l’amore gratuito, la carità, la gratuità, l’amore all’altro perché è in rapporto con Dio.
295 – Perché la carità ha questa caratteristica, è come un sasso gettato nell’acqua: l’onda va avanti a cerchi concentrici, senza fermarsi mai.
301 – Ricordiamo che l’affezione, la carità, l’amore tra di noi non può identificarsi innanzitutto coi modi che noi stabiliamo per voler bene agli altri: come a dire, noi facciamo delle nostre opere e queste sono le cose più utili per gli altri.
Se ci sono delle persone che non amiamo così come Cristo le ama, se ci sono delle persone di cui non vogliamo il bene prima e più di tutte la modalità che noi riteniamo giusto usare nei rapporti con loro, noi siamo come fuorigioco.
Chiesa
13 – La grazia della fede ci è stata data perché attraverso noi giunga agli altri uomini, attraverso la nostra vita sia partecipata al mondo intero.
Per questo siamo parte della Chiesa, della Chiesa di Cristo, cioè della modalità con cui Cristo, penetrando il tempo e lo spazio, si comunica, secondo il disegno misterioso del Padre, all’universo.
39-40 – Monsignor Cox, segretario del Dicastero sulla Famiglia creato da Giovanni Paolo II […] (ha detto) che venendo in Italia ha incontrato una Chiesa molto individualista e formalista, con tanti pastori staccati dalla gente ed estranei alla loro esperienza, e questo gli ha fatto molto dispiacere. quando ha incontrato la realtà di CL è stato molto contento, perché ha visto della gente contenta e aperta, che vive con gioia la fede dentro il mondo, dentro le varie situazioni.
Secondo lui CL ha un metodo molto interessante e originale perché, vivendo la comunità cristiana, è capace di generare strumenti e strutture di presenza nella società che non si identificano con la comunità o il movimento, e quindi sono per tutti, ma nello stesso tempo non hanno paura di dichiarare la propria origine e la propria identità, e questo secondo lui è molto originale e molto importante.
Questa osservazione di monsignor Cox, molto giusta e centrata sulla natura del movimento, insieme all’importanza storica della nostra esperienza ha, così come la Chiesa ha riconosciuto, rivela una volta di più e orma in modo imprescindibile che il problema sono le persone.
45 -Dio ha dato una gande occasione alla nostra vita: un compito nel mondo e nella Chiesa, secondo una particolare modalità di incarnazione storica, che è il nostro carisma – lui ha detto: «creare ambiti di vita nuova» e «rendere pubblica ragione della propria fede» -, così da renderlo non soltanto un momento della Chiesa di oggi, ma «ma già profezia e albore del mondo di domani».
54 – Ciò che alimenta è la parola di Dio, non come la intendono adesso – la “parola” di Dio -, ma come era all’origine, vale a dire il Fatto, l’avvenimento del Signore, e quindi la memoria di quello che è accaduto, la memoria del Signore; è proprio in questo senso che la vita della Chiesa e nei sacramenti e nella liturgia ti aiuta.
56 – La Fraternità è una compagnia che ci educa e ci costringe alla verità di noi stessi; ci aiuta a cambiare i rapporti non solo tra di noi, ma anche con gli altri, e ad essere creativi nei luoghi dove siamo, e per tutta la Chiesa.
(Intervento)«Concretamente quale opera ci è chiesto oggi nella Chiesa?»
L’opera che ci è chiesta nella Chiesa di oggi si chiama “movimento”, movimento di Comunione e Liberazione, e basta.
Una madre con quattro figli, la nonna vecchia e la ragazza madre affidata vive il movimento tra le quattro mura della sua casa, e, se ha questa coscienza, appartiene alla nostra compagnia più profondamente che neanche tutti i responsabili con il loro indaffararsi. Il responsabile può vivere anche lui questa coscienza, intendiamoci!
80 – È nel Suo segno, nel segno che Egli ha costruito, che Egli ha creato come luogo della Sua reale presenza, la Chiesa, è nel Suo segno che noi possiamo capire, venire a conoscenza e capire e credere Cristo, che Egli è risorto.
83 – Il miracolo è il cambiamento dell’uomo. Noi potremo compiere le opere che Egli ha compiute, anzi, ne potremo fare «di più grandi». […] Quello che è diventato quasi normale nella vita del movimento o, più ampiamente, nella vita della Chiesa, duemila anni fa era inconcepibile.
88 – All’inizio del movimento non fu così. All’inizio del movimento, nei primi anni, non si costruì sui valori che Cristo ci aveva portati, ma si costruì su Cristo, ingenuamente fin quando volete, ma il tema del cuore, il movente persuasivo era il fatto di Cristo, e perciò il fatto del Suo corpo nel mondo, la Chiesa.
95 – Questo, che è il mistero di tutta la Chiesa, incominci a dimostrarsi, a manifestarsi, là dove della gente è stata così investita ed arricchita di grazia come noi.
97 – La diaconia centrale ha la responsabilità di tutti i gruppi di fronte alla Chiesa, perciò chiediamo una ultima obbedienza ad essa.
103 – Amici miei, di fronte a Cristo come ci viene annunciato nella storia del Suo corpo, che è la Chiesa, e che è il cuore del contenuto del nostro movimento, di fronte a questo non è possibile che non scatti un abbraccio comune, anche se rimangono tutte le diversità.
106 – La povertà non è non aver nulla da amministrare: la povertà è amministrare avendo come scopo supremo che tutto sia in funzione del regno di Dio, in funzione della Chiesa.
119 – Preghiamo umilmente Cristo che strappi dal nostro cuore la zizzania amara delle meschinità più solite, quelle che ci dividono, e che dividono l’uomo dalla donna che il Signore gli ha messo insieme, che dividono i fratelli dai fratelli che il Signore ha messo insieme, che dividono la nostra grande e bella compagnia, che dal Signore ha avuto e ha questo compito di essere l’ultimo tocco della grande madre Chiesa al nostro spirito, al nostro cuore, alla nostra vita, perché cambi, perché cammini.
140-141 – LA nostra comunità, la nostra Fraternità è il segno della nostra appartenenza a Cristo nel Suo corpo, che è la Chiesa.
«Qualcuno che sia, dentro di me, più me stesso di me»
E allora la realtà è una cosa mia, che io creo: la comunità di Cristo, la fraternità cristiana. la Chiesa di Dio.
158 – […] L’organizzazione di CL è lo strumento complesso di aiuto perché il richiamo, il sostegno, la correzione continuino.
Ma l’esperienza di CL, se è questo, investe la totalità della persona! Infatti è il modo con cui viviamo la vita della Chiesa, la Fraternità, cioè l’esperienza di Comunione e Liberazione, scoperta, riconosciuta e tentativamente vissuta in modo adulto: scoperta, riconosciuta e voluta come vita.
164 -165 – Anche i primissimi, anche quelli della prima ora che sono rimasti e che sono qui, anche loro non potevano immaginare che le cose si sarebbero svolte così e che ci sarebbe stato questo riconoscimento della Chiesa, che è una cosa grande, perché vuol dire che seguendo questa esperienza io vivo il mistero di Cristo, cioè vivo la Chiesa, perciò la sicurezza più grande.
173 – Facciamo ancora l’esempio del frate o della suora, perché questo, nella chiesa di Dio, è l’esempio per tutti i cristiani. Altrimenti che significato ha? Nella Chiesa di Dio un convento che significato ha? Quello di essere un paradigma e un esempio della totalità che Cristo è per la vita e che ognuno deve vivere, sposato e non sposato. È un paragone.
175 – Ci stiamo dando un aiuto nell’affrontare la realtà del lavoro; alcuni di noi stanno rischiando in proprio nelle aziende. Ci è chiaro che quel lavoro, proprio della materialità e nel modo in cui viene fatto, non può essere estraneo al fatto della costruzione della Chiesa.
191 – La Fraternità altro non è che il titolo che la Chiesa ha dato all’esperienza di Comunione e Liberazione, riconoscendola come una modalità vera per vivere il mistero di Cristo e della Chiesa.
280-281 – Dobbiamo piegare occhi, mente e cuore a quella presenza in cui Lui si è incarnato e il cui segno è il pezzo di Chiesa che Egli ci ha fatto incontrare, cioè il movimento: non il nostro gruppo, m a il movimento nel nostro gruppo, perché chi in questa logica si ferma a qualcosa di proprio – fosse anche il suo gruppo – è perduto.
Non il movimento con la nostra sigla, ma il movimento della fede di Cristo nel mondo, la Chiesa resa veramente comunione e liberazione dell’uomo, la Chiesa resa corpo visibile di Cristo.
285 – Ora, mentre è impossibile servire il Signore e vivere la fede se non insieme ad altri – tant’è vero che il Signore ha creato la Chiesa come ambito dei suoi discepoli, li ha messi insieme-, ognuno però è certamente libero di scegliere la modalità della compagnia da cui si sente più aiutato.
292 – La prima condizione della nostra compagnia è quella del richiamo religioso, nel senso stretto della parola, e perciò l’attenzione alla parola di Dio. La parola di Dio nel suo momento originale è la lettura della Bibbia, la lettura del Vangelo, la lettura di san Paolo. Ma questo è equivoco se la lettura non è fatta dentro il Mistero della Chiesa, dentro il Mistero della nostra compagnia.
Compagnia
16-17 – Che lo Spirito di Cristo risani il nostro animo rendendolo semplicemente umano, in quella povertà di spirito che in tutto attende il proprio destino e tende al proprio destino, con responsabilità finalmente, e che in questo cammino e in questa tensione, in questo tempo che si vive, s’accorga, abbracci, viva la grande compagnia senza la quale anche il più nobili pensieri , prima di tutto, non resistono al tempo e, in secondo luogo, diventano motivo di condanna a noi stessi, al nostro modo di vivere.
17 – Povertà di spirito e compagnia piena di forza vittoriosa sulla nostra meschinità, compagnia di perdono, che ci renda capaci di compiere la nostra via attraverso lo stesso nostro male.
Chiediamo a Cristo in questa preghiera comune; con Lui, al Padre chiediamo questa novità, che questa novità si affermi così da rendersi visibile al nostro sguardo serale, che si volge alla giornata passata, e visibile ai compagni di viaggio, ai compagni di cammino, agli uomini che abbiamo vicini, vicinissimi, familiari o vicini, anche se estranei.
24-30 – Se pensiamo che il valore, la consistenza e il valore della nostra vita stanno nella responsabilità di questa vicinanza a Cristo e quindi di questa vicinanza tra gli uomini, di questa vicinanza tra di noi, dobbiamo allora capire che l’amicizia e la compagnia che intendiamo vivere sono per non permettere che abbiamo a sospendere o a lasciare sospesa la nostra iniziativa in tal senso.
Il primo frutto che questo rapporto può dare è quello di creare una compagnia, una compagnia tra chi quell’opera intende vivere e intende realizzare.
La nostra compagnia vuole non permetterci più che il tempo passi senza che la nostra esperienza chieda, rincorra, voglia, il rapporto con Dio presente e senza che la nostra esistenza voglia o accetti quella compagnia, senza la quale non sarebbe vera neanche l’immagine della Sua presenza.
25 – Così, siamo “irretiti” o implicati in una compagnia che non avremmo certamente scelta o comunque non avremmo avuta così, uguale a quella che abbiamo ora: eppure il diventare grandi ci introduce in un impaccio e in una lontananza, come fondo, tra di noi.
26 – Se la moralità è tendere a qualcosa di più grande di noi, la demoralizzazione vuol dire l’assenza di questa tensione.
Ecco, voglio dire che c’è una demoralizzazione in noi, una demoralizzazione che caratterizza il diventare grandi.
La nostra compagnia deve innanzitutto farci lottare contro questa demoralizzazione; essa vorrebbe essere lo strumento principale contro questa demoralizzazione
Non come lo è la nostra situazione nel movimento: la nostra compagnia deve scendere più al fondo, più nel fondo, e deve riguardare noi stessi, deve riguardare il nostro cuore.
27 – Questa è una responsabilità, paradossalmente, che non si può scaricare sulla compagnia. Il cuore è l’unica cosa in cui è come se non ci fossero patners.
La nostra compagnia dovrà essere una strana compagnia: è come una compagnia su cui non si può scaricare nulla.
Il contrario della demoralizzazione, per dirla con una parola breve e veloce, è la speranza.
30 – […] A questa demoralizzazione la nostra compagnia deve sostituire un aiuto, affinché la nostra vita porti, nel tempo e nello spazio, la speranza, perché la nostra vita sia definita dalla speranza.
35 – «Opere» sono l’espressione dell’umano; «opera» è un umano nuovo, una compagnia umana nuova.
Senza questa semplicità, senza questa povertà, senza che abbiamo la capacità di rialzare lo sguardo da noi stessi a quella Presenza, è impossibile una compagnia che levi da sé quell’impaccio ultimo, per cui essa diventi veramente cammino.
È impossibile una compagnia che diventi veramente aiuto al cammino al destino, se per la gente di quella compagnia il destino non è tutto.
38-41 – (Lo spirito o il sentimento di sé) siamo chiamati a “restituirlo” in vita, affinché una nuova avvenga in noi e sia la sorgente di una presenza diversa di umanità, sorgente di una compagnia diversa e sorgente di opere diverse.
39 -È un cambiamento non delle cose che facciamo, non delle cose che non dobbiamo fare, ma del cuore. La nostra compagnia sarà solo per questo, mirerà solo a questo.
È anche vero che non si può stare in una compagnia che aiuti a questo se già non si vuole questo, cioè se in qualche modo questa semplicità non è già preferita, se questa povertà del cuore non è già presente, se questa presenza di Cristo non è la cosa sommamente desiderata.
Se non è già presente e dominante, se qualcosa d’altro domina il nostro cuore, è impossibile che ci mettiamo in una compagnia di questo genere: si ritorna a una compagnia come l’abbiamo sempre avuta.
Invece non dobbiamo perdere questa occasione questo culmine, questa occasione vertiginosa che il Signore ci ha dato.
41 – È “questa” compagnia che può permettere la “nostra” compagnia, così come, invece, la lontananza di Cristo, nella nostra vita di adulti, è la radice ultima dell’impaccio che c’è anche nei nostri sodalizi, fino alle realtà familiari, tra uomo e donna.
55-56 – «Quali sono i passi nel cammino per sviluppare questa famigliarità (con Cristo)? La seconda domanda: quali sono i segni che questa familiarità già è incominciata ad avvenire?»
Per quanto riguarda la prima domanda i passi da fare sono due. Più che passi, sono le sponde dell’alveo in cui far scorrere la nostra acqua:
- la domanda, la mendicanza a Cristo, o preghiera;
- l’obbedienza a una compagnia in Suo nome, perché questo richiama a Cristo e il richiamo alla memoria diventa domanda, mendicanza, preghiera.
Come si capisce che questa familiarità già è incominciata ad avvenire? Il segno è la semplicità, è percepire che il tuo cuore diventa semplice: «Nella semplicità del mio cuore ti ho offerto tutto».
Che si crei un popolo, una umanità che viva nella gioia del riconoscimento di appartenere a Dio, dipende dal fatto che ci siano persone che offrano se stesse a Dio.
Il secondo sintomo è che questa semplicità incomincia ad avvenire nella compagnia: cioè accetti, incominci ad accettare, incominci a perdonare.
E il perdono è innanzitutto l’accettare il diverso, l’abbraccio del diverso.
La Fraternità è una compagnia che ci educa e ci costringe alla verità di noi stessi; ci aiuta a cambiare i rapporti non solo tra di noi, ma anche con gli altri, e a essere creativi nei luoghi dove siamo, e per tutta la Chiesa.
Un madre con quattro figli, la nonna vecchia e la ragazza madre affidata vive il movimento tra le quattro mura della sua casa e, se ha questa coscienza appartiene alla nostra compagnia più profondamente che neanche tutti i responsabili con il loro indaffararsi.
66-67 – Il punto di partenza era Cristo, era lo stupore, era la semplicità del riconoscimento di quell’Avvenimento, di quel che accadeva, che era accaduto e che accadeva nel mondo: Cristo.
Questo è lo scopo. La conseguenza di questo, immediata, è la fraternità tra di noi, cioè la solidarietà ecc…
Allora il vivere questa solidarietà crea un piccolo pezzo di umanità – che è la vostra compagnia – impostata in modo diverso, in modo più umano.
La solidarietà è l’esito, il primo istintivo corollario del fatto che la mia vita vuole Cristo.
67 – Il criterio della scelta della compagnia deve essere semplicemente quello di una facilitazione: mi metto con chi mi facilita di più, facilita di più questa mia responsabilità di fronte al destino.
Quindi la regola, innanzitutto, è creata dalla singola Fraternità e, una volta creata, la Fraternità stessa, la compagnia, aiuta a mantenerla.
80-81 – Fratelli, chi vede noi, chi vede il mistero della nostra unità, chi vede il mistero della nostra comunione ha visto Cristo, vede Cristo, esperimenta Cristo risorto, Cristo che vince, la Sua parola che richiama, la Sua presenza che muta, che cambia, che sfida e cambia, la Sua presenza che compie, che apre al senso di tutte le cose e che inizia, rende inizialmente vera, l’esperienza del compimento attraverso la pace.
È nella nostra compagnia, è nella nostra unità, è nella nostra comunione, è in questa presenza dei fratelli che noi possiamo sperimentare la Sua presenza.
C’è un luogo, uno strumento, in cui questo Cristo vittorioso è riconoscibile, percepito, sperimentato compagnia che dà consistenza alla vita, presenza che è radice continua, fonte inesauribile – ha detto alla samaritana – della speranza: la comunione nostra, la compagnia vocazionale, uomini ch e insieme sono stati chiamati, non da altro, ma dal Suo Spirito.
91-95 – La forma della Fraternità è la nostra compagnia, è la compagnia. Questa compagnia è innanzitutto la Fraternità come tale.
92 – Lettera: «Carissimo don Giussani, siamo un gruppo di insegnanti che in questo anno ha cercato di vivere l’esperienza di Fraternità. Ciò che inizialmente ci aveva spinti a metterci insieme era stato il desiderio di rendere accessibile ai ragazzi cui insegnavamo l’esperienza del movimento, ma poi ci siamo accorti che questo non bastava, o meglio, implicava molto di più: la totalità della nostra persona nella compagnia tra di noi. Infatti il desiderio di verità di noi stessi cominciava a definire la nostra vita, fino a far sì che il movimento come tale fosse l’unico orizzonte educativo nostro e della gente che incontravamo».
93 – Gli spunti per questi coaguli in cui la Fraternità si realizza possono essere i più vari possibili.
L’amicizia vera deve essere la caratteristica di simili solidarietà, perché l’amicizia vera è una compagnia al destino, cioè a Cristo. L’amicizia si definisce dallo scopo per cui si è insieme, per cui essa nasce. L’amicizia vera, l’amicizia in cui è l’uomo che vine toccato fin nel cuore, è una compagnia al destino.
Perciò quella dei gruppi della Fraternità è una amicizia formativa, diciamo ascetica, perché vuole essere un alveo che costringa alla verità di sé, cioè che costringa a un rapporto vero con Cristo.
È inutile per ora richiamare che una simile compagnia avrà bisogno innanzitutto di capacità di perdono, cioè, come dico sempre, di capacità di abbracciare il diverso.
Queste sono certamente le doti più necessarie per una compagnia come quella che la Fraternità implica.
95 – Questo, che è il mistero di tutta la Chiesa, incominci a rendersi più visibile, incominci a dimostrarsi, a manifestarsi, là dove della gente è stata così investita e arricchita di grazia come noi. Incominciamo a farlo vedere noi!
È una solidarietà non sentimentale. Una solidarietà è reale e non sentimentale quando il movente, la ragione che la determina è la persona nella sua totalità, cioè la persona nel suo destino.
153 – La nostra compagnia è il frutto miracoloso, l’unico frutto veramente miracoloso: questo bruciarsi totale della estraneità, questa familiarità, questa consanguineità eccezionale, questa unità impossibile, è il frutto e nello stesso tempo lo strumento educatore alla nuova personalità cui siamo stati chiamati quando, tra le braccia del padrino e della madrina, abbiamo ricevuto il Santo Battesimo.
166-169 – Se uno è realmente fedele a questa compagnia, nonostante tutto, nonostante tutto di lui e nonostante tutti quelli che ha attorno, arriverà buon fine: «Se tu segui la tua stella, non puoi fallire a glorioso porto», diceva Dante, e la stella è l’esperienza della nostra compagnia.
La «memoria» vuol dire fedeltà alla compagnia. Non esiste memoria di Cristo, non esiste memoria dell’appartenenza a Dio, se non dentro la fedeltà della compagnia che Dio per storia ci ha data.
Donde si comprende anche che questa compagnia sta a fondamento perfino della famiglia, del rapporto uomo-donna e del rapporto fra genitori e figli.
Ecco allora il vantaggio di una vicinanza creata (Fraternità) non perché c’è attrattiva, non perché c’è un interesse: una vicinanza di persone che si accetta proprio come una scuola, una scuola per amare l’altro, per imparare ad amare l’altro, per imparare a vivere una compagnia che ci faccia camminare verso il destino, così che, imparando lì, si torni anche là dove c’è l’attrattiva naturale prevalente (come la famiglia!) o l’antipatia, la seccatura permanente (come la famiglia!), e si impari a guardare all’altro in un modo diverso, attraversando la simpatia e attraversando l’antipatia.
Perciò la Fraternità è l’analogo perfetto di uno che va in convento.
Uno va in convento, va in monastero, perché vuole essere in una compagnia, sceglie una compagnia che lo aiuti ad andare a fondo nell’amore a Cristo, nel vivere l’appartenenza a Cristo e nel testimoniare al mondo.
172-173 – «Come si può fare perché la compagnia vocazionale giudichi gli aspetti materiali della vita e non sia ridotta al Ritiro mensile, agli Esercizi, ecc…?»Se la Fraternità è lo strumento, è la compagnia, è la regola per andare più a fondo all’esperienza del movimento, la fraternità viene prima della vita come opere del movimento. Viene prima perché è quella ch emi fa andare più a fondo della coscienza del movimento.
La gente della Fraternità è la compagnia vocazionale, potrebbe essere chiamata compagnia vocazionale, cioè la compagnia che aiuta a rispondere alla vocazione che Cristo ci ha dato.
173 – Come per uno che va in convento, i suoi venti frati sono una compagnia vocazionale; come per un uomo, la donna che sposa dovrebbe essere la prima compagnia vocazionale, soltanto che troppe volte manca il contenuto dell’esperienza cristiana da vivere.
177 – La fedeltà alla regola come compagnia a che cosa ci porta? A essere fedeli alla mezza giornata di Ritiro e ai punti che il gruppo si è fissato.
183 -Cosa vuol dire che il matrimonio diventa sacramento? Vuol dire che i due vanno in chiesa riconoscono che si sono messi insieme perché c’era l’attrattiva che li ha messi insieme, ma questo è stato il pretesto o lo spunto per cui Dio ha fatto loro capire che dovevano fare tra di loro una compagnia fino alla fine della vita. Perciò il compito di accompagnarsi fino alla fine della vita è un compito davanti a Dio, per Dio, ed è per questo che rende stabile l’unione, non l’affettività iniziale.
209 – E questa gente che ci ha preceduto, ci ha toccato con gente che ancora vive con noi, che ci stringe dappresso, una compagnia.
Ma questa compagnia è l’erede di gente che ci ha preceduti. Insomma è una storia. Egli si è fatto conoscere, si è reso noto a noi attraverso una storia. Egli si fa conoscere attraverso una storia.
234 – Così noi imitiamo la perfezione del Padre se cerchiamo di essere sempre con Cristo, di non lasciarlo mai. Perché, ditemi per favore, che cosa più concreta di questa c’è nella nostra vita, che cosa più reale e concreta di questa Presenza c’è nella nostra vita? Questo è il punto: uno benedice questa amicizia e questa compagnia perché gli ha fatto intuire questo, lo richiama a questo, altrimenti noi vivremmo bene come gli ebrei, gli scribi di allora, sapendo bene tutte le leggi, andando in chiesa, e facendo tutte le riunioni.
262 – È per me una cosa stupefacente vedermi attorno dei ragazzi di diciotto o di vent’anni che hanno la percezione o la coscienza della presenza del Signore molto più di me, che ho sessant’anni. È una cosa dell’altro mondo!
Allora uno è pieno di stima per gli uomini, per la gente di cui Cristo lo ha circondato, per la compagnia con cui cammina.
273 – Vale a dire: duemila anni fa vedevano le Sue mani agitarsi, e sentivano le parole che pronunciava, e chissà che faccia aveva quando parlava! La faccia ora e le braccia ora sono la nostra compagnia, Mistero di Cristo nel mondo.
283-285 – Sì, diciamo: «Ecco la serva del Signore», ma è come se fossimo servi del Signore fino al punto in cui decidiamo noi o vogliamo; sappiamo noi come essere servi del Signore! Ed è per questo che riduciamo anche li significato della nostra compagnia, che è così caratteristico per uno che si sente povero, vale a dire quello di essere aiutati: anche qui, l’aiuto del movimento deve essere nei termini che stabiliamo noi.
284 – Non seguiamo questo grande maestro che è il Signore, che proprio attraverso circostanze così buone s’è fatto sentire come una compagnia possible, come un cammino possibile, come una possibile utilità della nostra miserabile vita, un’utilità della nostra vita per il mondo!
285 – Ora, mentre è impossibile servire il Signore e vivere la fede se non insieme ad altri – tant’è vero che il Signore ha creato la Chiesa come ambito dei suoi discepoli, li ha messi insieme -, ognuno però è certamente libero di scegliere la modalità della compagnia da cui si sente più aiutato.
Ma non dobbiamo barare: se scegliamo una strada, se scegliamo una compagnia, allora è attraverso quella che noi diventeremo di fronte a Cristo sempre più veri e di fronte al mondo sempre più utili.
289-308 – La carne nuova ci è data, il sangue nuovo ci è dato, la fede ci è data, attraverso questa compagnia lunga, che scende da Lui. Scende da Lui fino a noi.
Quali sono le caratteristiche di una compagnia di gente che si raduna insieme, che si riconosce, che si mette insieme perché c’è Cristo, perché riconosce quella Presenza di cui abbiamo parlato ieri mattina, perché vuole vivere quella Presenza? . La prima caratteristica è ricordarci la Sua presenza: non c’è altro primo scopo per cui noi ci mettiamo insieme.
290 – La prima caratteristica della nostra compagnia è il richiamo a Cristo. Signore, tu la devi cambiare (la vita) e la stai cambiando tutti i giorni se io, tutti i giorni, con povertà di spirito, con umiltà di cuore, ascoltando il richiamo che mi viene dalla compagnia che mi hai dato, penso e guardo a Te.
Ecco, la prima condizione perché la nostra compagnia mantenga la sua promessa, cioè ottenga il suo scopo, è che noi abbiamo ad obbedire ai richiami religiosi della nostra compagnia.
291 – Dico che l’obbedienza al richiamo religioso è la prima condizione perché la nostra sia una compagnia vera, per lo scopo che ha di vivere.
Perché è attraverso una compagnia umana che Egli è qui, che la Sua carne è qui, che il Suo sacrificio continua, che la potenza con cui sta salvando il mondo opera: la potenza con cui sta salvando il mondo passa attraverso questa miserabile cosa che siamo tutti noi.
292 – La grande decisione della storia: riconoscerlo presente o no. La prima condizione della nostra compagnia è quella del richiamo religioso, nel senso stretto della parola, e perciò l’attenzione alla parola di Dio.
La parola di Dio nel suo momento originale è la lettura della Bibbia, la lettura del Vangelo, la lettura di san Paolo. Ma questo è equivoco se non è fatta dentro il Mistero della Chiesa, dentro il Mistero della comunità che è la Chiesa, dentro il Mistero della nostra compagnia.
Per questo il sintomo che noi veramente ascoltiamo e cerchiamo la parola di Dio, la parola che Cristo dice, ridice continuamente, anche alla nostra vita, è se ascoltiamo la parola che ci viene data dalla nostra compagnia, cioè se seguiamo la direttiva della nostra compagnia, la direttiva spirituale della nostra compagnia.
293 – Quindi è importante che ci sia la preghiera quotidiana, ma anche l’attenzione a ricuperare sempre la direttiva che è data dalla nostra compagnia, che è data dalla Fraternità: la direttiva che ci è data, se ci è data, è perché non è nostra, ma dobbiamo noi aderire e così impariamo.
È una grande e brutta responsabilità di fronte a Cristo, contraria alla edificazione vicendevole, l’appartenere a una compagnia facendo, in ultima analisi, una cernita personale di quello che pare e piace. Vale a dire, stare in una compagnia non facendo quello che la libertà permette di fare, ma con dei criteri ultimamente ancora propri, è inutile, è una responsabilità di fronte a Dio e non edifica, perché non fa imparare!
Se la prima caratteristica della compagnia è quella di richiamare a Cristo, la seconda caratteristica della compagnia è quella di un atteggiamento diverso tra di noi.
295 – C’è tanta gente estranea, di cui non riesco neanche a vedere la faccia, ed è come se fossero fratello e sorella. Perché c’è qualcosa tra di noi, che sei Tu, o Cristo!
Questo evidentemente è il contrario di una cosa astratta.
Tra di noi, nella nostra realtà, nella nostra compagnia, nei nostri gruppi, il secondo fattore deve essere proprio questo: un cammino verso una attenzione diversa, un trattarsi diverso, una sensibilità per cui il dolore dell’altro diventa mio.
Ora, la compagnia tra noi deve essere come una scuola, come un esercizio di questo; in particolare della condivisione del bisogno, perché è nella condivisione del bisogno che si capiscono le cose e si evita la sentimentalità.
La compagnia tra noi ci deve allenare a questo: è una scuola!
296 – Ora Cristo lo si dà attraverso una umanità nuova che si dimostra. Cristo si rivela attraverso l’umanità nuova che crea. Così Cristo lo si comunica attraverso una umanità nuova che noi viviamo con gli altri.
297 – Il movimento è il primo grande spazio per questa comunicazione e per questa dedizione missionaria.
Allora, non può appartenere alla nostra compagnia uno se è totalmente indifferente a questa realtà del movimento, che è l’insieme, la totalità dello spazio, in cui il Signore ci chiama a collaborare, perché attraverso esso la Sua Chiesa e la vita del mondo abbiamo un sia pur infinitesimale contributo di verità e di bontà nuova. Vale a dire, uno vive la compagnia in nome e in funzione della realtà tutta del movimento.
Se realmente noi viviamo Cristo nella nostra compagnia, non è possibile che noi non abbiamo la passione che tutto il movimento viva Cristo, loo conosca di più, che tutta la gente del movimento si tratti in modo diverso.
Per poter servire il movimento, per poter vivere la nostra responsabilità in questo spazio grande nel quale la nostra compagnia è potuto attecchire ed è potuta nascere, non è necessario essere capi di qualche gruppo, oppure fare chissà quali opere.
299 – In qualche modo, questa appartenenza a una compagnia grande (Fraternità), a una unità che è fatta per quella potente Presenza che riconosciamo che è Cristo, in un certo modo questa appartenenza cercherà di esprimersi.
301 – Ricordiamoci che l’affezione, la carità, l’amore tra di noi non può identificarsi innanzitutto coi modi che noi stabiliamo per voler bene agli altri: come a dire: noi facciamo delle nostre opere e queste sono le cose più utili per gli altri.
Facciamo tutta la fatica possibile, ma non possiamo pensare a Cristo senza che abbiamo a voler bene alla gente! Sto parlando non della “gente”, ma innanzitutto della gente che è tra di noi, perché la comunità, o la compagnia, o il gruppo di Fraternità è il luogo della scuola, dove si impara a voler bene.
Ecco allora che, da questo tipo di compagnia che richiama a Cristo, che fa voler bene vicendevolmente – e non è una cosa sentimentale facile il voler bene -, da una compagnia che ci dà l’impeto missionario, espressivo, comunicativo al mondo di quello che a noi è stato dato, è naturale che vengano tante immaginazioni e tanta voglia di incarnare in cose da fare, in opere – come si dice – questo nostro nuovo mondo di sentire, in opere di tutti i giorni.
302 – Allora questa compagnia influirà anche sulla vocazione di ognuno, la famiglia sarà vissuta e concepita in modo diverso, la dedizione alla propria vita come impeto missionario, nel senso stretto della parola, la disponibilità allo spazio del mondo intero troverà più facilità tra di noi, specialmente in un momento come questo dove la nostra esperienza è così richiesta in tutte le parti del mondo.
Lo specificarsi della vocazione come famiglia, come missione, come accoglienza, dico dal punto di vista dei compiti, e quello specificarsi più profondo e più acuto e incomprensibile al mondo, che è la vocazione alla verginità, in una compagnia come la nostra devono crescere.
304 – Siamo tutti uguali di fronte al Maestro, e tutti poveri di fronte Cristo. Questa è la sorgente più inesauribile di emozione nella nostra compagnia, proprio perché in questa compagnia ci si sente poveri e meschini, ma pieni di sicurezza e di familiarità con Cristo, e perciò si sente nascere qualcosa di diverso per gli uomini.
305 – Dicevo, la preghiera e – nella regola – l’attenzione, l’obbedienza alla nostra compagnia.
Lasciatevi guidare, per favore, lasciatevi guidare, perché se il Signore vi ha messo insieme attraverso certa gente, seguendola camminerete, non seguendola vi perdereste.
308 – Seguiamo! Seguiamo ciò che il Signore ha reso regno Suo, seguiamo questa compagnia, che è come un pezzo del Suo corpo: Egli l’ha scelta per noi.
Compito
44-45 – (lettera): «Altri tra di noi svolgono compiti più direttamente impegnati di fronte al mondo, altri operano nel silenzio e nel nascondimento dei conventi, ma tutti noi siamo corresponsabili e su tutti urge l’imperativo della preghiera e dell’ascesi.»
Ho letto questo brano perché mi pare situi in modo perfetto la grande occasione che Dio ha dato alla nostra vita: un compito nel mondo e nella Chiesa, secondo una particolare modalità di incarnazione storica, che è il nostro carisma, così da renderlo non soltanto un momento della Chiesa di oggi, «ma già profezia e albore del mondo di domani».
174 – Provate a pensare al compito che Dio dà a due genitori: su tre figli ne può nascere uno con un caratteraccio che non garba assolutamente né al padre né alla madre.
E cosa devono fare? Piantarlo lì e andar via?
La serietà di una persona si misura dalla volontà di andare in fondo al compito dell sua vita.
183 – (Nel matrimonio) Il compito di accompagnarsi fino alla fine della vita è un compito davanti a Dio, per Dio, ed è questo che rende stabile l’unione, non l’affettività iniziale.
296 – Oltre che richiamarci a Cristo e richiamarci all’amore tra di noi -, quello che ci è stato dato, ci è stato dato perché fosse dato, vale a dire è per un compito, per una missione.
Comunione
43 – (Durante l’assemblea) […] così parlo del metodo in un ascolto, non è una assemblea di gente in comunione tra loro se non si è tesi ad ascoltare e a recepire, a ospitare quello che il Signore suggerisce alla nostra vita attraverso le parole di un intervento.
Le ore dopo questa mattina sono state un test della vostra posizione di comunione, perché se non fosse tentativamente ripreso e guardato in faccia quello che fraternamente io ho cercato di dire questa mattina dovreste dirvi immediatamente: «Debbo cambiare l’atteggiamento per incominciare seriamente un passo nella Fraternità, per iniziare un cammino di Fraternità».
67 – Dico che la regola deve essere fissata liberamente da ogni Fraternità. Perciò se coloro che vi partecipano non sono consoni, in immediata comunione, nel fissare la regola, non sono più liberi, e allora è inutile farlo.
81 – Chi vede noi, chi vede il mistero della nostra unità, chi vede il mistero della nostra comunione ha visto Cristo, vede Cristo, esperimenta Cristo risorto, Cristo che vince, la Sua parola che richiama, la Sua presenza che muta, che cambia, che sfida e cambia, la Sua compagnia che compie, che apre al senso di tutte le cose e che inizia, rende inizialmente vera, l’esperienza del compimento attraverso la pace.
86 – […] ciò che infiamma la vita dell’uomo è il movente, il motivo, la ragione del vivere. «Di nuovo, nel Pane spezzato, vedremo il Suo volto risorto»: di nuovo, in certi gesti, come nella Santa Comunione, è come se toccassimo il Suo volto risorto.
Ma che cosa è la vita di una amicizia come la nostra, se non un’Eucarestia che continua nel giorno, letteralmente una comunione che continua, che investe la giornata?
180 – Ci mettiamo insieme, perché il movimento ci ha insegnato che è nella comunione che uno cammina. E allora ci scegliamo, perché siamo fragili, siamo deboli; e scegliamo tra quelli che già conosciamo. Ma dobbiamo poi diventare capaci di abbracciarci tutti!
212 – «Storie di persone» avrebbe definito il movimento Giovanni Paolo II, in occasione del trentennale della sua nascita, «Che vivono nella Chiesa e sono chiamate a collaborare, in intensa comunione, per portarla all’uomo, per dilatarla al mondo.»
281 – Non il movimento con la nostra sigla, ma il movimento della fede in Cristo nel mondo, e del perdono tra gli uomini nel mondo, e la comunità della Chiesa nel mondo, la Chiesa resa veramente comunione e liberazione dell’uomo, la Chiesa resa corpo visibile di Cristo.
304-305 – (Tra le altre regole della Fraternità) La preghiera, tra cui innanzitutto il sacramento, perché la Sua presenza urge questa unità profonda che è la comunione con Lui, perché quella è la sorgente anche della comunione tra di noi.
305- Radunatevi per fare una cenetta, almeno mensile, al di là del giorno di Ritiro, per modo di dire; i primi cristiani, la prima cosa che hanno fatto, il primo gesto stabile, è stato mangiare insieme!
Se l’hanno fatto, è perché con Cristo erano abituati così. E infatti Lui ha legato tutta quanta la sua forza nella storia al mangiare insieme: l’agàpe o la comunione.
Comunità
39 – Secondo il card. Cox, CL ha un metodo molto interessante e originale perché, vivendo la comunità cristiana, è capace di generare strumenti e strutture di presenza nella società che non si identificano con la comunità o il movimento, e quindi sono per tutti, ma nello stesso tempo non hanno paura di dichiarare la propria origine e la propria identità e questo secondo lui è molto originale e molto importante.
118-119 – Che nella nostra compagnia entrano le miserie che sommamente esprimono meschinità, che anche nel calore della nostra vicinanza creata dal Signore, come segno della Sua presenza, nel calore della nostra compagnia, entri il gelo del nostro egoismo, del nostro egocentrismo, della nostra testardaggine, della nostra caparbietà e neutralizzi il bene pieno di compassione e di misericordia che la comunità è, che il gelo entri anche nella compagnia che deve sostenere la nostra miseria dalla distrazione e dal tradimento, getta un’ombra di malinconia.
119 – […] rendiamoci di nuovo pronti a guardare in faccia Colui che si è fatto incontrare da noi – Te o Cristo! – e abbracciare nuovamente, anche se un po’ umiliati dal ricordo della nostra meschinità, i fratelli della nostra comunità, della nostra famiglia, del nostro gruppo, della nostra Fraternità, ad abbracciarli ripromettendoci di seguire le orme di Cristo nel richiamo di queste presenze.
140-141 – La nostra comunità, la nostra Fraternità è il segno della nostra appartenenza a Cristo nel Suo corpo, che è la Chiesa.
Allora la vita cristiana è vita, la fede è la vita, e Dio è come il mio io, come ha detto Claudel in quella bellissima frase: «Qualcuno che sia, dentro di me, più di me stesso».
E allora la realtà tutta è cosa mia, che io creso: la comunità di Cristo, la fraternità cristiana, la Chiesa di Dio.
220 – Questa sarebbe la grande iniquità: che il Signore non sia il cuore della vita. È il cuore della vita, per me, per te, per noi, per la nostra famiglia, o per la nostra comunità, o per il nostro movimento?
260 – «La pace di Cristo regna così nel vostro cuore». È un pezzo di umanità nuova, si tratti di una famiglia, del rapporto tra marito e moglie, o del rapporto tra moglie marito e figli, si tratti del rapporto di un gruppo di amici, come è una Fraternità, un gruppo di Fraternità, si tratti di una comunità, si tratti di una massa, si tratti di un movimento: «La pace di Cristo regna nel vostro cuore». Scatta questo fenomeno impossibile, umanamente, che si chiama pace.
La pace è un fenomeno in cui tutto diventa costruzione.
268-270 – «Se dunque avete liti per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella comunità? Lo dico per vostra vergogna! Cosicché non vi sarebbe nessuna persona saggia tra di voi, che possa far da arbitro tra fratello e fratello? No, anzi, un fratello viene chiamato a giudizio dal fratello, e per di più davanti a degli infedeli!».
268 – Se voi rileggerete e rimediterete questi brani, allora incomincerete a comprendere di più che cosa è la nostra comunità, che cosa è una comunità, cosa è un gruppo di fraternità: perché comunità è la famiglia, comunità è il gruppo di amici che si mettono insieme per camminare sulla strada che è Cristo; comunità è questa intesa profonda che ci rende tutti operatori di una stessa costruzione, di una stessa opera.
269 – La comunità è, dunque, un luogo umano nuovo dove il perdono vive, dove tutto quello che abbiamo accennato viene desiderato e chiesto, viene perseguito in un lavoro quotidiano.
La comunità non è innanzitutto il luogo da cui avere o dove si dà aiuto; è il luogo dove tu innanzitutto esprimi la fede.
La comunità è là dove tu esprimi la tua fede, non là dove chiedi e pretendi.
Quanto più tu esprimi la tua fede, quanto più la comunità è il luogo dove esprimi la tua fede, tanto più tu ne avrai anche aiuto, perché è un circolo non vizioso, ma benefico.
Quanto più esprimi la tua fede nella comunità – come tanti fra noi, umili e discreti, generosi, che non pretendono e danno, e anche senza consapevolezza critica vivono queste cose – tanto più senti la comunità come aiuto a te.
Se uno sente la comunità, invece, come peso e come un ostacolo, se uno sente la comunità come una cosa ingiusta, è perché la comunità non è il primo luogo dove esprime la sua fede.
La comunità è innanzitutto una cosa che tu crei.
270 – Il primo aspetto della presenza di Cristo nel mondo è il crearsi di queste comunità, cioè di queste realtà di persone che sono insieme perché sono state chiamate da Lui, perché Lo riconoscono, perché ne vivono la memoria e incominciano a trattarsi diversamente.
«Che vita è la vostra se non avete vita in comune? / Non esiste vita se non nella comunità,/ E non esiste comunità se non è vissuta in lode a Dio./ Persino l'anacoreta che medita in solitudine, / Per il quale i giorni e le notti ripetono le lodi di Dio, / Prega per la Chiesa, il Corpo di Cristo incarnato». (Eliot - Cori della Rocca)
Perciò, nella nostra vita di tutti i giorni, nella nostra vita casalinga, o nella nostra vita di lavoro, nell’ambito normale degli amici o della comunità, che grande idea e che grande sentimento devono esserci alla radice!
274-275 – Noi dobbiamo costruire queste comunità come luogo umano nuovo, dove tutto questo si viva, e per costruire queste comunità dobbiamo capire che non possiamo innanzitutto pretendere, non siamo lì, dopo il primo momento, per avere qualche cosa, ma per dare qualcosa che abbiamo avuto, per esprimere fede.
275 – Queste comunità sono l’espressione della fede, ché la fede deve diventare proprio un’opera, perché la fede, senza l’opera, è morta.
281 – Non il movimento con la nostra sigla, ma il movimento della fede in Cristo nel mondo, e del perdono tra gli uomini nel mondo, e la comunità della Chiesa nel mondo, la Chiesa resa veramente comunione e liberazione dell’uomo, la Chiesa resa corpo visibile di Cristo.
288 – La nostra è una comunità cristiana, della gente che si mette insieme perché c’è Cristo, e rappresenta tangibilmente, sensibilmente, questo pezzo di carne , questo pezzo di di sangue, questo pezzo di umanità in cui Cristo continua dentro la storia.
292 – La parola di Dio nel suo momento originale è la lettura della Bibbia, la lettura del Vangelo, la lettura di san Paolo. Ma questo è equivoco se la lettura non è fatta dentro il Mistero della Chiesa, dentro il Mistero della comunità che è la Chiesa, dentro il Mistero della comunità che è la Chiesa, dentro il Mistero della nostra compagnia.
301 – Facciamo tutta la fatica possibile, ma non possiamo pensare a Cristo senza che abbiamo a volere bene alla gente! Sto parlando non della “gente”, ma innanzitutto della gente che è tra noi, perché la comunità, o la compagnia, o il gruppo di Fraternità è il luogo della scuola, dove si impara a voler bene.
Condivisione
268 – Nasce una condivisione profonda tra l’uno e l’altro di noi ed essa diventa legge della vita, diventa una clausola così radicale che la tensione a spezzare il proprio schema coincide con il valore tout court della vita morale.
274 – E in fine il miracolo che nasce da questo uomo nuovo capace di perdonare, ed è l’unità che si deve vedere. […] L’unità: per questo vinciamo ogni ira e viviamo fino in fondo una condivisione, la condivisione.
294-296 – Se dobbiamo dare la vita per i fratelli come Cristo l’ha data per noi, dobbiamo metterci su questo cammino della condivisione dei bisogni vicendevoli, dell’attenzione vicendevole, dell’accoglienza vicendevole.
295 – Se veramente voglio bene a una persona nel nome del destino e del Signore, perché c’è Cristo con noi e tra di noi, allora basta, è come uscire dal punto: si stabilisce una retta infinita; anzi, si esce dal piano, si esce da tutti i i punti, si stabilisce un piano infinito.
Ora la compagnia tra di noi deve essere una scuola, come esercizio di questo; in particolare, della condivisione del bisogno, perché è nella condivisione del bisogno che si capiscono le cose e si evita ogni sentimentalità.
296 – La condivisione del bisogno: indubbiamente il primo bisogno di una persona è quello di essere accolta.
Un nostro gruppo deve essere caratterizzato da questa condivisione del bisogno, soprattutto dell’accoglienza
Guardate che è una stupidaggine, ma l’antipatia, per essere superata, ha proprio bisogno che si rompa un rifiuto, si spacchi un rifiuto; perciò, abbracciare e accogliere una persona verso cui si sentirebbe antipatia, si sente antipatia, è realmente un sacrificio a Dio, un sacrificio a Cristo, ed è condividere il bisogno umano nel suo aspetto originale – dicevo prima -, che è quello di essere accolti.
Conversione/convertire
123-131 – «Se non vi convertite perirete come loro (quelli della torre di Siloe)»L’intercessione è fatta dal mistero di Cristo presso il Padre, che ci dà il tempo della vita affinché avvenga quella che, nel Vangelo, viene chiamata conversione.
Ma che cosa, più precisamente, vuol dire conversione?
124 – Se non ci convertiamo, avvengono queste due cose: o diventiamo totalmente alienati, la nostra testa è venduta, il nostro cuore è venduto ed è governato da altri, secondo i loro scopi e senza che noi ce ne accorgiamo, mente e cuore, oppure siamo soffocati nella nostra umanità proprio da ciò che ci sta vicino, dalla compagnia in cui siamo, che è un altro modo per essere alienati.
La parola che può chiarire meglio il termine «conversione» è la parola «verità»; «Se non diventerete veri…». Veri!
125 – Anche se sono povero, anche se sono così povero da essere pieno di errori, di debolezze, di fragilità, posso essere vero.
Come è impressionante pensare che la vita , il tempo, sono cambiamento. Ma cosa vuol dire cambiare/mutare? Diventare sempre più veri, cioè sempre più se stessi.
Convertirsi vuol dire diventare veri: diventare veri, camminare dentro la verità di se stessi.
127 – La verità della nostra persona è come quella del bambino, non mille volte di più, ma infinitamente di più: noi siamo “di ” un Altro.
128 – La conversione è un cambiamento nella coscienza di se stessi, vale a dire il passaggio dalla percezione di sé come se fossimo padroni di noi stessi, legge a noi stessi, alla coscienza di appartenere totalmente a un Altro.
Dio si è reso visibile in Cristo, perché Cristo ci richiamasse e educasse, ci guidasse in questa conversione.
Per questo san Paolo dice che Cristo deve diventare «tutto in tutti»
130 – La conversione sta nel rendersi vera della nostra persona, è la nostra persona che diventa vera, e diventa vera – la nostra persona – quando s’accorge e riconosce che tutto – tutto – gli appartiene, perché ciò di cui consiste, ciò di cui è fatto il suo tempo, e il suo operare è il Signore.
131 – Allora rifletterete sul fatto che la conversione cui il Signore ci chiama è la verità del nostro io, della nostra persona. E la verità della nostra persona è l’appartenenza, l’appartenere: noi apparteniamo.
148-149 – C’è una condizione esistenziale, c’è un condizione psicologica, esistenziale di questo passaggio, il passaggio che è la conversione alla coscienza che il proprio essere è appartenere a Cristo, appartenere al Signore, a Dio.
149 – C’è una condizione di questo passaggio di conversione al senso dell’appartenenza attraverso la fedeltà a una storia, destinata a vincere il mondo: perché Cristo, con buona pace di tutti gli aperturisti, non passa alla coscienza e al cuore degli altri, e alla umanità intera, attraverso la natura dell’uomo, ma passa attraverso coloro che da Lui sono stati chiamati! Ha creato al Sua strada, il Suo metodo, e non lo contraddice. Bene, c’è una condizione di tutti questo, ed è il sacrificio.
Passare dal sentimento della mia persona come amor proprio al sentimento di appartenenza, che è il sentimento più liberante che ci sia, più liberante alla gioia, questo passaggio implica un sacrificio: sembra di perdersi.
188-196 – La conversione è il realizzarsi della verità di se stessi: convertirsi è realizzare la propria verità e la propria verità è l’appartenenza totale a Dio attraverso Cristo, è la propria totale appartenenza a Cristo.
La conversione è il realizzarsi della verità di se stessi e la Fraternità è un aiuto a scoprire continuamente al verità di sé in quello che stiamo facendo, è l’aiuto a scoprire al verità di noi stessi in tutto quello che stiamo facendo.
190 – La maturità della fede nella persona è la conversione, vale a dire è il realizzare la verità di se stessi, e la verità di me è che io appartengo totalmente o Cristo, sono fatto di Te, Ti appartengo più di quanto il bambino nel seno di sua madre appartenga a sua madre, infinitamente di più.
191 – Se la verità della nostra vita è questa Presenza cui tutti apparteniamo, essa esalta, approfondisce, rende eterno l’amore alla donna e all’uomo, ai figli e alle cose.
Ecco questo richiamo si raccorda con quanto dicevamo ieri mattina sul tempo della nostra esistenza come conversione, cioè come realizzazione di sé, cioè memoria vissuta di questa appartenenza.
La Fraternità è un aiuto a vivere la conversione di noi stessi, perché l’essenza dell’esperienza del movimento è che la fede è tutto, è che ili riconoscimento di Cristo è tutto nella vita, che Cristo è il centro del cosmo e della storia.
193 – Il cristianesimo è l’annuncio di una Presenza che cambia la natura dell’uomo. Perciò la vita cristiana è un miracolo che incombe sull’orizzonte di ogni giornata (a differenza dell’Islam che non cambia la natura dell’uomo).
Per questo abbiamo parlato ieri di generazione nuova: l’immagine che Cristo ha usato è quella di una nascita nuova. Il cristianesimo è talmente dono alla natura nostra, alla natura dell’uomo, è talmente qualcosa che investe, scuote e penetra la nostra natura – perché rivela la presenza di Colui “di cui” siamo fatti, “per cui” siamo fatti”, “di cui” siamo -, che il cristiano, abbiamo detto ieri, cioè chi vive la conversione, chi vive quindi la coscienza di appartenenza a Cristo (perché la conversione è questo), chi vive la memoria di Cristo è un altro uomo, è come uno nato ad un altro livello, è come essere nato non dalla carne e dal sangue.
196 – La Fraternità è semplicemente un aiuto a vivere la verità di sé in tutto quello che si fa, perché questa è la conversione, e la verità di sé in tutto quello che faccio è che appartengo a un Altro.
206-210 – «I tempi sono cattivi» diceva san Paolo agli efesini nella lettera che scriveva loro: tra allora e oggi la differenza è minima, anzi, forse ora la situazione è aggravata, perché come diceva giustamente una scrittrice inglese convertitasi al cristianesimo,
Gli uomini raramente apprendono ciò che credono già di sapere»
B.Ward, Faith and freedom
Ho richiamato in principio, che la conversione sta nel realizzare la verità di sé, e la verità di sé è l’appartenenza a Cristo, la coscienza dell’appartenenza a Cristo.
La Fraternità è un aiuto a tale conversione, un aiuto a realizzare questa verità.
210 – È una accettazione del diverso, che diventa anche accettazione tra il marito e la moglie, e i figli, e l’amico, e il compagno di lavoro, e l’estraneo che ti tratta da indifferente, e perfino il nemico; l’abbraccio del diverso, che è più acutamente l’abbraccio di te stesso, perché non c’è nessuno più diverso, da quello che tu vorresti essere, di te.
Allora, la conversione è come questa trasformazione del roveto in fuoco, del roveto quotidiano in fuoco di profezia eterna: «Io sono colui che è» in quel fuoco è l’affermazione della Sua presenza.
[…] Se non ci convertiremo, periremo; […] perirà la mia vita, perirà il mio io, perirà la mia persona, perirà il volto della persona amata, perirà il volto dei figli, perirà il volto degli amici, perirà il volto del lavoro, perirà il volto del mondo, perché tutto è vanità ed è niente senza quella Presenza.
215-225- «Non dobbiamo scuotere di dosso noi stessi, ma dobbiamo convertire noi stessi».
216 – Non dobbiamo buttare via niente, toglierci di dosso niente, e non dobbiamo esaurire niente, ma dobbiamo convertire tutto.
Convertire: che cosa significa? Volgersi da un’altra parte.
La conversione significa che le stesse cose hanno un altro volto, hanno un altro significato, hanno un altro valore, quindi hanno un altro gusto, implicano un altro modo per essere usate, e quindi hanno un’altra efficacia, un’altra utilità: la conversione riguarda questo tutto!
La parola cristiana è proprio «conversione», perché vuol dire voltarsi a uno, a uno che ti chiama.
218 – «E ciò che avete», i soldi, il lavoro, la salute, le persone amiche, «è ciò che non avete», perché ci possiamo perdere da un momento all’altro; non è lì la questione: ho detto che non bisogna strapparsi di dosso niente, perciò tutto è importante, ed è tanto più importante, quanto più è vicino, ma non è lì la questione: ciò che abbiamo bisogna guardarlo e sentirlo in modo diverso, cioè occorre una conversione.
219 -«Torna Israele, al signore, tuo Dio», cioè vieni qui, convertiti, torna, cambia posizione, perché «tu hai inciampato in tutte le tue iniquità».
«Iniquità» vuol dire cose non giuste, progetti non giusti, giudizi non giusti.
220 – Come si fa a progettare una simile conversione?
Che il Signore sia il cuore della vita significa che è il cuore della mia vita di povero, di poveretto, che ha le gambe fragili e a cui gira la testa e a volte vomita e si stanca per niente, cioè cade: ma il Signore è il cuore della vita, e perciò non teorizza più, non giustifica più le debolezze.
222 – Convertirsi vuol dire tirare via gli occhi dalle cose che ci appaiono o che noi rendiamo grandi, quando in realtà sono piccole e valgono solo in funzione di una cosa grande, che è la vita, cioè il rapporto tra me e Dio, perché l’uomo è quel punto della natura in cui la natura vive il rapporto con l’infinito, con Dio.
223 – Che Cristo ci converta, così che abbiamo a vincere o a fiorire. Che la nostra vita fiorisca.
225 – Ma il deserto per cui il Signore ci fa passare, questo «deserto» – che è in fondo la parola per indicare lo stato psicologico dell’istante o del momento in cui l’uomo si converte o cambia – non è un momento vissuto una volta per tutte, perché tutte le mattine che vi alzate, di fronte a vostra moglie e a vostro marito, di fronte ai vostri figli, è necessaria la conversione.
Ci sono tante forme per imparare questa conversione, o questo deserto, e il movimento è la nostra forma.
237-245 – Siamo vicini a Pasqua e i nostri giorni di ritiro sostituiscono quello quaresimale: proprio per questo il loro tema è la conversione. Quello che stiamo descrivendo adesso è proprio la conversione.
Come dicevamo ieri sera, la conversione è tu che stai lì a parlare con una persona, uno ti chiama per nome e tu ti volti. dobbiamo, nella giornata voltarci a questa Presenza.
238 – Allora, le pagine del Vangelo che descrivono questa conversione a Cristo, questa coscienza della Sua presenza, che è la conversione della vita – perché la conversione della vita è il ricordarmi di Te, o Cristo, che sei presente, «O Cristo, se così posso dire, mio» -, le pagine del Vangelo che descrivono questa conversione sono il capitolo 14, il 15, il 16 e il 17 di san Giovanni, cioè il discorso dell’Ultima cena.
243 – Tutta la legge è amare Cristo, è questa affezione a Cristo.
244 – Non dobbiamo strapparci di dosso niente: c’è da convertire!
La questione centrale non è essere capaci di fare così, così e così, di rispettare le leggi così, coì e così: no, è l’affezione a Cristo.
245 – Sto svolgendo l’idea cristiana di memoria, perché la conversione cristiana è la memoria di Cristo, cioè la coscienza della Tua presenza, o Cristo!
276-278 – Che differenza c’è veramente tra il fariseo e il pubblicano? Che il pubblicano era in una posizione convertita.
277 – La conversione è del proprio essere, e non può identificarsi innanzitutto con qualcosa che noi programmiamo, progettiamo e facciamo.
La conversione è un avvenimento la cui natura è pace. Allora uno è proteso ad ascoltare per poter cambiare, ad ascoltare per obbedire, a guardare per imitare, a seguire per costruire la cosa di un Altro.
La conversione è una sola cosa: è riconoscere che cosa è Cristo e, davanti a Lui, che cosa sono io.
278 -Egli, proprio per farci convertire veramente, permette alla nostra vita la lunga, altrimenti tristissima, umiliazione del peccato, dell’errore. Ma Egli permette questo per rendere evidente e far capire al nostro cuore, così cocciuto nel porre la speranza nelle sue forze, che Egli solo è. Ecco la conversione: Tu solo sei.
metanoia
128 – Il Signore ha usato una parola che è stata, nel Vangelo greco, resa con il termine metànoia, La conversione è un cambiamento nella coscienza di se stessi, vale a dire il passaggio della percezione di sé come se fossimo padroni di noi stessi, alla coscienza di appartenere totalmente a un Altro.
193 – Il cristianesimo è l’annuncio di una Presenza che cambia (metànoia) la natura dell’uomo.
Correzione
97 – Non è che la Diaconia potrà pretendere di entrare nei dettagli o nella pratica della vostra vita di fraternità, se non per indicare una strada di ascesi in sintonia con l’esperienza del movimento, oppure per correggere, se ci fossero, degli errori clamorosi.
102 – Nella libertà una correzione vicendevole – perché la correzione, «reggersi insieme, non è possibile se non nella libertà -.
158 – L’esperienza del movimento non è l’organizzazione di CL, è qualcosa di molto più profondo e più libero che l’organizzazione di CL: l’organizzazione di CL è lo strumento complesso di aiuto perché il richiamo, il sostegno, la correzione continuino.
Costruttività/Costruire
76-78 – È la certezza della fede che fa diventare così “rischiosi”, così capaci di rischio da costruire, da costruire veramente, non come affermazione di sé.
Credo che la passione per costruire – una passione per costruire che non decada – possa attizzarsi solo dallo stupore di Cristo, dalla fede: è per questo che la costruttività, questo buttarsi nella costruzione, non ci rende possessivi, non ci rende gretti, non ci rende accaniti nella nostra idea, non ci rende più egoisti, insomma, non ci rende come tutti gli altri.
77 – «Io non conosco altro che Cristo, questo Cristo storico, crocifisso, risorto»
1 Cor 2,2
Questa è la speranza che fa costruire, e fa costruire in spem contra spem,, sperando contro ogni speranza: rimanessi da solo, faccio i muri mettendo i mattoni da solo.
78 – Quello che rende possibile costruire è la certezza che la vittoria è già data, il compimento è già dato: deve manifestarsi in quello che facciamo, e si manifesta nella misura in cui Lo accogliamo, Lo riconosciamo
88-89 – Da una quindicina d’anni circa a questa parte, in tutti questi anni del nostro cammino, è come se Comunione e Liberazione, il movimento, avesse costruito sui valori che Cristo ci ha portato.
Ma all’inizio del movimento non fu così. All’inizio del movimento, nei primi anni, non si costruì sui valori che Cristo ci aveva portati, ma si costruì su Cristo, ingenuamente fin quando volete, ma il tema del cuore, il movente persuasivo era il fatto di Cristo, e perciò il fatto del Suo corpo nel mondo, la Chiesa.
All’inizio si costruiva, si cercava di costruire su qualcosa che stava accadendo, non sui valori portati, e quindi sulla inevitabile nostra interpretazione di essi: si cercava di costruire qualcosa che stava accadendo e che ci aveva investiti.
89 – Cristo ragione dell’esistenza, Cristo motivo della nostra creatività, non attraverso la mediazione dell’interpretazione, ma di schianto.
Abbiamo voluto con la Fraternità, invitare a una forma di impegno che mirasse, innanzitutto, a un aiuto al cuore di ognuno, a un aiuto perché ognuno cammini davanti a Cristo e, in secondo luogo, ad assicurare persone che costruiscano l’opera del movimento con una maturità di fede sempre più grande, perciò in un modo creativamente più sicuro.
130 – La conversione sta nel rendersi vera della nostra persona, è la nostra persona che diventa vera, e diventa vera quando si accorge e riconosce che tutto – tutto! – gli appartiene, perché ciò di cui consiste, ciò di cui è fatto il suo tempo e il suo operare è il Signore.
Capire questo è il contrario del perire; è l’edificarsi, il costruirsi, il crescere o – per dirlo con un termine biblico – «essere felice»
260-263 – «La pace di Cristo regna nel vostro cuore». Scatta questo fenomeno impossibile umanamente, che si chiama pace. La pace è un fenomeno in cui tutto diventa costruzione. […] nella pace siamo chiamati a costruire una cosa sola!
270 – Ci è stata data la vita e la fede e ci è stato dato un incontro solo per questo, perché abbiamo a costruire questa grande opera che è la comunità degli uomini per Cristo.
274-277 – Noi dobbiamo costruire queste comunità come luogo umano nuovo, dove tutto questo si viva, e per costruire queste comunità dobbiamo capire che non possiamo innanzitutto pretendere, non siamo lì, dopo il primo momento, per aver qualche cosa, ma per dare qualche cosa che abbiamo avuto per esprimere la fede.
285 – C’è un filo di ignoranza su cui il Signore può costruire in noi; c’è in tutti noi, un filo almeno di desiderio, di buona volontà, una presenza di volontà di disponibilità.
Perciò, dobbiamo aiutarci, con la presenza vicendevole, a non porre mai al Signore le condizioni per poterlo servire e, analogamente, educativamente, aiutarci a non porre noi ai richiami che il movimento ci fa, alla direzione in cui il movimento ci fa muovere, le condizioni per poterli seguire, perché altrimenti impariamo solo noi stessi: se non obbediamo, impariamo quello che già sappiamo, cioè imponiamo noi stessi e non cambiamo più!
passione per costruire
76-77 – Credo che la passione per costruire – una passione per costruire che non decada – possa attizzarsi solo dallo stupore di Cristo, dalla fede: è per questo che la costruttività, questo buttarsi nella costruzione, non ci rende possessivi, non ci rende gretti, non ci rende accaniti nella nostra idea, non ci rende più egoisti, insomma, non ci rende come tutti gli altri.
La partenza è la pass ione per Cristo, è lo stupore appassionato di quello che è accaduto e che accade.
Coscienza
14 – Il senso delle cose che esistono è la gloria di Cristo e la gloria di Cristo è attraverso la coscienza con cui l’uomo vive ogni cosa, tutto. Diciamo pure la parola che la Chiesa ci mette sulle labbra ogni volta che ci raccogliamo insieme: la coscienza del nostro essere peccatori, di questa malinconica equivocità che è la nostra vita, ma, più apertamente, di questa menzogna di cui ogni minuto è capace, che sottende come pericolo incombente e affatto probabile ogni nostro gesto.
24 – La seconda caratteristica corrisponde a questa percezione e a questo riconoscimento della nostra inettitudine, incapacità, a questa coscienza del nostro niente.
49 – Entrare nella Fraternità vuol dire entrare in una regola, e la regola è seguire una compagnia guidata al destino che è Cristo. Dico che l’ultimo accenno all’obbedienza , così ben equilibrato e connesso con la parola libertà, con la profondità della coscienza e con la eminenza di senso di responsabilità, come tutta la lettera documenta, è un insegnamento preciso, è un richiamo preciso da cui non si può tornare indietro, per avere il cuore di cui ho parlato stamattina, per camminare verso quella povertà e quella certezza. Altrimenti avremo sempre l’intrico della vostre interpretazioni, la boscaglia dei vostri pensieri e delle vostre reazioni.
53 – L’amicizia è coscienza del cammino che io faccio con l’altro, coscienza del destino comune, così che se uno di voi tre si rompe una gamba, è impossibile che voi vi troviate con lui ancora soltanto alla Scuola di comunità: andate a trovarlo.
56 – Una madre con quattro figli, la nonna vecchia e la ragazza madre affidata vive il movimento tra le quattro mura della sua casa e, se ha questa coscienza, appartiene alla nostra compagnia più profondamente che neanche tutti i responsabili con il loro indaffararsi. Il responsabile può vivere anche lui questa coscienza, intendiamoci!
86-91 – «Al nostro raduno concorde un Ospite nuovo si aggiunga»: è proprio una novità, ogni istante, prendere coscienza della Sua presenza che accade, di questa presenza che accade per tutta la storia.
Ogni volta che noi prendiamo coscienza di quello che Lui è, di questa Presenza che accade continuamente oramai, siamo investiti da una purità, perché la purità è lì nella fede. Ma questa non è la descrizione dell’ideale del movimento?
È la coscienza della Sua presenza che mi rende improvvisamente e veritieramente presenti anche coloro che Egli mi ha fatto incontrare sul suo cammino.
121 – Se c’è una cosa che mi fa non solo, da una parte, rassegnare a parlarvi, ma, dall’altra, con gioia parlare con voi o riparlare con voi di certe cose, ridire con voi certe parole, se una gioia in questo mi è data è perché il dirle non solo non è pretesa o presunzione, ma è sete, che prima di tutto in me c’è, che queste parole non si disperdano all’orizzonte della coscienza quotidiana mia: queste parole innanzitutto io le cerco e le mendico da Dio che, nonostante tutto, esse penetrino continuamente la durezza del cuore o l’oscurità della distrazione.
128 – La conversione è un cambiamento della coscienza di sé stessi, vale a dire il passaggio dalla percezione di sé come se fossimo padroni di noi stessi, alla coscienza di appartenere totalmente a un Altro.
135 – È chiaro che è attraverso l’obbedienza giorno per giorno, è attraverso l’obbedienza a Lui della nostra vita, che Lo comunichiamo; ma è soprattutto attraverso una coscienza diversa di se stessi, che viene quando uno capisce che appartiene a un Altro.
Perché questa coscienza è una cosa che si vede: pur rimanendo poveri cristi, anzi, poveri uomini, peggio magari degli altri, c’è qualchecosa in noi che grida e dice altro.
141 – È una lontanissima analogia (la ragazza depressa che incontra un ragazzino che la stima e si ravviva) di quello che capita all’uomo che ha la coscienza di appartenere a Cristo, a Dio: «io» vuol dire «appartenenza a Te».
145-149 – Non c’è bisogno di parole particolari o di gesti particolari, c’è bisogno di un atteggiamento, cioè di una realtà nuova di coscienza e basta, di uno che dice «io» con quella coscienza, in famiglia, tra gli amici, in comunità, i n parrocchia, e al lavoro, è lo stesso.
147 – Se quel ragazzo avesse avuto la coscienza di appartenere, che apparteneva a Dio, al Signore, che apparteneva a a quell’uomo che aveva lì davanti, allora avrebbe lasciato tutto, come hanno fatto altri, gli sarebbe andato dietro; invece per lui la morale erano le leggi, e lui le aveva rispettate tutte – il fariseo. La moralità è appartenenza.
158 – La nascita della Fraternità coincide con la presa di coscienza che l’esperienza del movimento è la vita: è la vita!
184 – L’ho presente, io sono presente a quella Presenza, ho coscienza di quella Presenza, vivo la memoria, la Sua memoria determina il mio soggetto.
188 – La conversione è il realizzarsi della verità per se stessi e la Fraternità è un aiuto a scoprire continuamente la verità di sé in quello che stiamo facendo, è l’aiuti a scoprire la verità di noi stessi in tutto quello che stiamo facendo.
Altrimenti, se non è concepita come questo aiuto a una coscienza di sé in tutto quello che stiamo facendo, la fraternità diventa un’altra cosa da fare, un’aggiunta, e allora sorge il problema – poniamo – dei rapporti col movimento o con quello che si fa nel movimento.
225 – Il deserto è quel cambiamento di atteggiamento che ci fa resistere alla pura reattività, a essere determinati meramente dalla modalità istintiva, che porta dentro il rapporto la luce della coscienza ultima, della coscienza del fatto che tutto è parte del disegno di Dio, che porta dentro l’azione la volontà di Dio.
235-251 – Può essere così profonda questa coscienza della Sua presenza, che fa dire, quasi un po’ tremando: «O Cristo, se così posso dire, mio».
236 – Due aspetti immediati della coscienza di questa Presenza. Prima di tutto la certezza, la sicurezza che Lui è la strada, che la strada è questa che Lui è il bene della vita, la salvezza.
238 – La prima caratteristica della affezione a Cristo è questa sicurezza e certezza, perché Cristo è il senso della vita e la forza di tutto, perché Cristo è il Mistero di Dio che è diventato uomo.
La seconda caratteristica è la familiarità, l’intimità: l’intimità e la familiarità.
245 – Sto svolgendo l’idea cristiana di memoria, perché la conversione cristiana è la memoria di Cristo, cioè la coscienza della Tua presenza, o Cristo. La coscienza della Tua presenza, questo è ciò che cambia il mondo.
approfondimento della coscienza
94-95 – (Riguardo alla Fraternità) Occorrerà la capacità di accogliere il diverso, e quindi la correzione, che è la coscienza esplicitata d’essere in cammino, di avere un destino, e quindi un aiuto ad approfondire la coscienza, un aiuto all’approfondimento della conoscenza e della coscienza. Perdono, correzione, approfondimento.
Queste sono le doti più necessarie per una compagnia come quella della Fraternità.
108 – Un regola per i laici nel mondo, come è la Fraternità, applica i valori ascetici del convento nella nostra vita, perché la dipendenza da una persona, anche se è una rogna, può essere un approfondimento del sentimento più grande dell’uomo, che è la dipendenza da Dio, cioè educare alla coscienza del proprio essere come dipendenza.
Cultura
77 – Coi hanno accusato di essere «integristi» o di non avere cultura, di non fare cultura; la FUCI, allora, ci accusava di essere senza cultura, ma pure adesso, non più loro, non più quelli di prima, ma altri, ci accusano di «integrismo», di essere senza cultura e di pretendere che Cristo risolva tutto. Perché? Perché la partenza è la passione per Cristo, è lo stupore appassionato di quello che è accaduto e che accade.
Questo è l’unico fattore di diversità, il resto ce l’ho in comune con tutti: «Io non conosco altro che Cristo, e Cristo crocifisso».
89 – In un raduno a Milano osservavo che, in questi anni, da una quindicina circa a questa parte, in tutti questi anni del nostro cammino, è come se Comunione e Liberazione, il movimento, avesse costruito sui valori che Cristo ha portato. Così, tutto lo sforzo di attività associativa, operativa, caritativa, culturale, sociale, politica ha certamente avuto come scopo quello di mobilitare noi stessi e le cose secondo le idealità, secondo gli punti di valore che Cristo ci ha resi noti.
Ma all’inizio del movimento non fu così.
106 – Il fondo comune verrà utilizzato di norma per i seguenti scopi: assicurare gli strumenti organizzativi necessari alla vita della Fraternità; sostenere importanti e significative attività missionarie e culturali del movimento (perché per noi l’attività culturale è ciò che dà potenza alla nostra esperienza); soccorrere le più gravi situazioni di bisogno che vengano segnalate alla Diaconia centrale.
204 – Che la fede diventi cultura vuol dire che essa suggerisce il contenuto e l’immagine del rapporto con tutto, comunicando così la sua originalità a tutto.
Un certo modo di vivere la realtà casalinga è una cultura nuova: una donna che è intenta a fare i suoi mestieri e ama il mondo – perdonate, ma io ho in mente mia madre – è un essere che vive una cultura nuova, che introduce nel mondo, che rende presente una cultura nuova.
La cultura è una concezione universale che investe il particolare anche minimo o che tende a investire anche il particolare minuto.
Perciò la terza cosa chela Fraternità deve sostenere è l’impeto missionario, la dimensione culturale, l’urto della fede con tutta la realtà – uomini e cose. uomini e fatti – con cui essa viene a contatto attraverso di noi.
208 – Questo sguardo all’uomo, questo rapporto nuovo con l’uomo, deve scoppiare nel rapporto con tutti e con tutto: la fede deve diventare cultura.
Cuore
24-28 – (Gesù) Non manca nelle azioni: in tante azioni può essere determinante, ma nel cuore? Nel cuore no! Perché il cuore è come uno che guarda i suoi bambini, come uno che guarda la moglie o il marito, come guarda il passante, come guarda la gente della comunità o i compagni di lavoro, oppure – soprattutto – come uno si alza al mattino.
25 – [… ] Il diventare grandi è molto, molto, difficile che abbia a evitare una «demoralizzazione». Non dico delle opere: sto parlando del cuore, non delle opere.
Non possono diventare opere che sfidano realmente il tempo, non possono avere una vigorosa tenacia di fronte al tempo, quella vigorosa tenacia con cui la liturgia definisce Dio, coi cui perciò la liturgia definisce la vera durata, la vera consistenza delle cose.
Questa dignità culturale, la vera consistenza delle cose. Questa dignità culturale, questa vigorosa tenacia di fronte al tempo dipende dal cuore. Perciò il problema è realmente nel nostro cuore: la sorgente dei sentimenti, dei pensieri, delle immagini e, ultimamente, dei giudizi, delle decisioni e dell’energia fattiva.
26 – Se la moralità è tendere a qualcosa di più grande di noi, la demoralizzazione vuol dire l’assenza di questa tensione.
Insisto che, come discorsi e anche opere – non con menzogna, ma anche veritieramente -, questa tensione risorge, ma non è ultimamente nel cuore.
Perché ciò che è ultimamente nel cuore non ha ore e non ha condizioni che lo impediscano o lo sospendano; può vivere anch’esso la dimenticanza di sé che però gli permette di vivere lo stesso.
La nostra compagnia deve scendere più al fondo, più nel fondo, e deve riguardare noi stessi, deve riguardare il nostro cuore.
Questa è una responsabilità, paradossalmente, che non si può scaricare sulla compagnia.
27 – Il cuore è l’unica cosa in cui è come se non ci fossero partners: non c’è un’organicità dentro la quale ci siano più persone, ognuna delle quali abbia un ruolo.
28 – L’uomo nuovo che Cristo è venuto a destare nel mondo è l’uomo per cui questa affermazione è il cuore della vita: «A Dio nulla è impossibile»; Dove Dio non è il “Dio” dei nostri pensieri, ma è il Dio vero, quello vivo, vivente, quello che è diventato uomo, Cristo.
31 – Ora, è proprio questa la radice che io ho chiamato «cuore»: e la vicinanza di Cristo al nostro cuore, questa presenza di Cristo al nostro cuore è ciò che deve produrre il cambiamento profondo del nostro soggetto.
34 – L’avere un cuore bambino vuol dire tirare su la faccia dai propri problemi, dai progetti, dai propri difetti, dai difetti altrui, per guardare Cristo risorto. Rialzare lo sguardo a questa Presenza.
È come se dovesse passare un vento a strapparci via tutto quello che siamo; allora il cuore diventa o ridiventa libero, e continua a vivere nella carne, cioè sbaglia come prima, ma è come se un’altra cosa fosse entrata nel mondo.
Un nuovo uomo è entrato nel mondo e con lui, una strada nuova.
38 – Che Cristo diventi presenza al nostro cuore, alla radice di tutto ciò che esprime la nostra persona e il nostro essere: io credo che il cambiamento a cui dobbiamo aspirare sia questo.
55 – Quali sono i segni che questa familiarità già è incominciata ad avvenire, che l’isolamento di Cristo nel nostro cuore si rompe, comincia a rompersi?
Il segno è la semplicità, è percepire che il tuo cuore diventa semplice secondo quanto dice una frase della Bibbia, che nel nostro rito ambrosiano era valorizzata alla festa del Sacro Cuore: «Nella semplicità del mio cuore, lietamente ti ho offerto tutto, e per questo io ho visto il tuo popolo con grande gioia offrirti i suoi doni»
60-64 – Per sapere se usare il tempo per andare a una assemblea o stare in casa, perché tua moglie ha bisogno, per capire questo non si può ragionare sulle due cose: innanzitutto bisogna che si approfondisca e scaltrisca una terza cosa che è il cuore. Quanto più il tuo cuore matura, tanto più capirai quel che devi fare.
61 – Quanto più il tuo cuore matura, tanto più capirai quello che devi fare.
Allora, la Fraternità ti aiuta – come richiamo, come sollecitazione, come insistenza e come esempio – a questa maturazione del cuore.
Un volta con minor preparazione tecnica nascevano i Masaccio, i Cimabue, i Giotto. Perché? Perché avevano il cuore – cioè la radice della loro responsabilità – che pescava in una umanità grande.
63 – L’appartenenza alla fraternità si realizza per il cuore con cui vivete i rapporti tra di voi.
64 – Lo dico a costo di diventare monotono: è aumentando il cuore, l’umanità del cuore, che si impara ad affrontare i problemi in un modo più maturo.
89-90 – Dico che abbiamo voluto, con la Fraternità, invitare a una forma di impegno che mirasse, innanzitutto, a un aiuto al cuore di ognuno, a un aiuto perché ognuno cammini di fronte a Cristo e, in secondo luogo, ad assicurare persone che costruiscano l’opera del movimento con una maturità di fede sempre più grande, perciò in un modo creativamente più sicuro.
Tutta la fatica, tutta l’energia, tante volte dolorosa, che moltissimi fra di voi usano, danno, subiscono, per il loro servizio al movimento, non può non essere sostenuta. Dovete essere aiutati più direttamente al fondo del vostro cuore, alla radice per cui la vostra persona si impegna, con questa fatica.
Preoccupiamoci realmente di cogliere il punto centrale della nostra iniziativa, del nostro impegno. E il punto centrale è quello che ho detto prima: un aiuto al nostro cuore.
177 – Il punto non è mai ciò che si fa, ma sono le dimensioni, le misure di quello che si fa. E le misure sono del cuore.
220 – Il Signore è il cuore della persona e della vita, è il cuore della vita. Questa sarebbe la grande iniquità: che il Signore non sia il cuore della vita.
È il cuore della vita per me, per te, per noi, per la nostra famiglia, o per la nostra comunità, o per il nostro movimento? È il cuore della vita? «Cuore della vita» vuol dire che è tutto, che è il criterio di tutto! Il cuore della vita!
E c’è anche un sintomo per capire se il Signore è il cuore della vita: «Amerai il prossimo come te stesso». Se il Signore è il cuore della vita, non c’è più uomo che sia estraneo, e uno ama colui che ha vicino come se stesso.
Che il Signore sia il cuore della vita significa che è il cuore della mia vita di povere, poveretto, che ha le gambe fragili e a cui gira la testa e a volte vomita e si stanca per niente, cioè cade; ma il signore è il cuore della vita, e perciò uno non teorizza più, non giustifica più le sue debolezze.
249 – È l’infinito che mi fa, e per questo la mia vera espressione, cioè il cuore della mia vita, sono queste domande, sono queste esigenze di infinito.
257 – Quando mente lo sguardo che dai a tua moglie e a tuo figlio? Quando non la guardi o non la guardi secondo quello che veramente è, la sua dignità e il suo valore, che è il rapporto con Cristo – rapporto con l’infinito e perciò rapporto con Cristo -, quando non guardi il cuore, quando, guardando la faccia e la persona, non arrivi al cuore. Perché è il cuore di quella donna o di quell’uomo il valore, è il suo rapporto con l’infinito quel cuore dove nascono le grandi esigenze del proprio destino.
Creatività
75 – Il diventare creativi non ha consistenza sicura, la creatività è fragile, se parte dall’impegno con la vita e basta.
Se parte dall’impegno pur serio con la propria vita, la creatività è precaria, perché è impossibile che non diventi innanzitutto una affermazione di se stessi: la propria attività diventa affermazione di sé, e quanto più uno ha capacità e ricchezza di doti tanto più il pericolo è imminente, anzi, non si può evitare.
86-87 – Allora ci siamo detti: chi nel movimento è diventato adulto, che è adulto nel movimento, perché non aiutarlo a vivere con responsabilità personale, come si addice a un adulto, nella libertà, come si addice ad un adulto, con una creatività secondo la vocazione della sua persona, come s’addice a una persona adulta?
89 – Dico che abbiamo voluto, con la Fraternità, invitare a una forma di impegno che mirasse, innanzitutto, a un aiuto al cuore di ognuno, a un aiuto perché ognuno cammini di fronte a Cristo e, in secondo luogo, ad assicurare persone che costruiscano l’opera del movimento con una maturità di fede sempre più grande, perciò in un modo creativamente più sicuro.
98-99 – Quello che rimane nella storia, ciò che costruisce è solo ciò che nasce dalla assoluta libertà. La creatività è dalla libertà.
104 – Dovrebbero essere tutti, gli uni e gli altri, contenti che la fede suggerisca una creatività multipla, plurima.
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