Temi di «Una strana compagnia»(82-83-84) – 1a parte

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ACDF GI LMOPRSTUV

Lettera «F»


Fede

15-18 – Questa certezza non proviene da noi, ma da qualcosa, dicevo, che accade tra di noi, accade da un pezzo, da prima che ci fossero i padri dei nostri padri, e che ci ha raggiunto, vibra tra di noi e attraverso noi prosegue il cammino dentro il tempo: Cristo risorto, la fede.

16 – La fede. Perché se il primo fattore è la serietà del cuore, la responsabilità d’animo, il secondo fattore è la fede. La fede che è riconoscere ciò che accade tra di noi, che Dio attua tra di noi: la forza, la potenza di Cristo risorto.

Sono dunque queste le due condizioni del cammino: povertà e fede, serietà della vita e accoglienza piena di gratitudine del “Forte” che c’è tra noi.

17 – Chiediamo l’umiltà della povertà, la povertà dello spirito, e la fede; chiediamo questa giustizia, la giustizia, perché il Giusto ci ha chiamati, affinché abbiamo a partecipare alla Sua giustizia.

18 – Questa è la vittoria che vince l’inesorabile degradazione verso la morte, la mortificazione della vita, l’anticipo del sepolcro che è l’abitudine: la fede, il riconoscimento di qualcosa che accade, di ciò che accade.

40-41 – Il problema è che le persone che vivono quest’esperienza la vivano fino in fondo.

Viverla fino in fondo non vuol dire smettere di essere peccatori, ma essere veri: questa verità è nella fede, e la fede è riconoscere che Dio è diventato uomo e che è risorto per noi, ha già vinto per noi, e che quest’uomo che ha vinto è presente.

Ma non è presente se non è presente nel cuore.

41 – La speranza è la fede che piace di più a Dio, perché la speranza è la letizia nel guardare la vita che il bambino ha quando si accorge che c’è lì sua madre e nel primo istante la guarda, è la letizia con cui ognuno di noi è stato chiamato a guardare e ad affrontare il mondo nella certezza semplice che tutto è già compiuto, perché Cristo è risorto e Cristo è risorto in lui.

44 – Non si tratta solo di annunciare Gesù Cristo, ma di farlo secondo una particolare modalità di incarnazione storica: creare ambiti di vita nuova e con una accentuata valenza culturale, cioè rendere pubblica ragione della nostra fede.

64 – La Fraternità ha lo stesso compito del movimento, vale a dire, il maturare il cuore nostro, il maturare la nostra soggettività nella fede, e cioè nell’umano, nella sua umanità.

71 – Se la Fraternità è l’aiuto a una maturità nella fede e se le modalità di una esperienza matura la fede il movimento le delinea in modo certo, allora la prima conseguenza della Fraternità è che ognuno che vi partecipa senta di più la responsabilità del movimento.

76 – La serietà di fronte alla vita fa venire un grande bisogno di certezza della fede che fa diventare così “rischiosi”, così capaci di rischio da costruire, da costruire veramente, non come affermazione di sé.

Se l’origine della vostra dedizione a quest’opera è un entusiasmo per Cristo, è una certezza della fede.

84 – Se noi chiediamo la fede e se noi chiediamo che Cristo dimostri, manifesti la Sua vittoria, che ha già attuato e partecipato alla nostra carne nel Battesimo, si manifesterà: la fede diventerà luminosa, comunicativa, creativa, poetica, ed Egli si manifesterà nella nostra vita agli occhi di tutti.

86 – «Confermi la debole fede»: non c’è bisogno che siamo diversi per diventare diversi per l’energia dello Spirito Santo.

«Confermi la debole fede mostrando le piaghe gloriose», mostrando tutta la storia, la storia in cui Egli si è incarnato e rivelato e comunicato.

93-94 – L’amicizia si definisce dallo scopo per cui si è insieme, per cui essa nasce. L’amicizia vera, l’amicizia in cui è l’uomo che viene toccato fin nel cuore, è una compagnia al destino.

In questo senso, una tale amicizia diventa come una regola di vita, una regola per la fede personale.

116-117 – A noi è stata data la fede come impegno della vita, come senso e orizzonte della vita. Per noi la fede è la vita.

140 – Specialmente in un momento della storia come questo, dove tutto è smarrito e la violenza non riesce neanche a mascherare questo smarrimento pauroso, a noi è stata data la fede e una fede non come espressione teorica o di pietà. A noi è stata data la fede come impegno della vita, come senso e orizzonte della vita. Per noi la fede è vita.

È quanto ci ha richiamato il Papa quando ci ha ricordato che fede in noi è riverbero, è continuità con gli incontri iniziali, quelli degli apostoli, così come sono documentati nel Vangelo.

A noi è stata data una fede che partecipasse di quegli incontri.

Attraverso questa partecipazione, anche per noi la fede si è manifestata come una cosa della vita, come la vita.

159-163 -L’esperienza nostra, l’esperienza di Comunione e Liberazione, o l’esperienza – della Fraternità, se vuole identificare , se intende vivere la fede come vita, la si giudica, come la vita di una personalità, anche da punto di vista morale, vale a dire, dalla passione che vive per la diffusione del regno di Dio: «Venga il tuo regno».

La fede ci è data per una una testimonianza, per la testimonianza a Cristo.

160 – La fede ci è data per una capacità di presenza. Se veramente investe la vita, la cambia, la tua presenza dovunque diventa diversa, cioè diventa una «presenza».

La fede è ciò che ci rende capaci, se è vissuta, se è accetta come la propria vita, di dare, di comunicare un messaggio: in famiglia, al lavoro, tra gli amici, a scuola, nella comunità, tanto più ancora nella parrocchia.

La fede è l’occasione per una presenza, cioè per una testimonianza.

161 – Che l’esperienza di fede cui il movimento ci ha chiamato investa la vita tutta.

Non è una questione di doti. Per quanto riguarda la testimonianza a Cristo, non è questione di particolari doti, ma della fede: che diventi la regola della vita, cioè di me, di me!

162 – Noi possiamo comprendere la nostra vita di fede, se la illuminiamo attraverso l’esempio che Dio ha creato apposta nella storia: ha preso un popolo minuscolo e lo ha tirato su, perché fosse profezia.

Dobbiamo abituarci a illuminare la nostra vita con la storia del popolo ebraico.

Chi di noi avrebbe questa tenuta e questa durata della fede, questa forza della fede? Un senso dell’appartenenza a Dio totale: i salmi sono l’espressione di questo.

163 – Da che cosa hanno derivato questa coscienza di appartenere a Dio? Un angelo gliel’ha detto? Una riflessione dei loro filosofi? Ma neanche un po’! È lo stupore della storia che hanno avuto. Lo stupore della storia.

175-177 – Non si può mettersi insieme per cercare di vivere più profondamente la fede senza che un impeto missionario nasca, diverso secondo i caratteri.

L’impeto missionario non è nient’altro che la volontà che si manifesti nelle proprie azioni il regno di Dio.

177 – Badate che il movimento non si fa crescere con le iniziative; si fa crescere il movimento se crescono persone mature nella fede. Le iniziative sono strumento per questa maturazione.

Se le iniziative non sono strumento per maturare nella fede, il movimento non cresce.

179-182 – Noi vogliamo conoscere e vivere la fede in Cristo, affinché il mondo Lo conosca.

180 – Per essere della Fraternità non occorre saper fare niente o essere bravi in niente, ma desiderare di conoscere e vivere la fede nel Signore che l’incontro con il movimento ci ha destato, perché diventiamo capaci di presenza nel mondo.

182 – La nostra è la forza del povero. E la forza del povero che non ha niente è quella di stendere la mano, è quella di chiedere la fede, è quella di desiderare la fede, è quella di amare ciò che nella vita si sente così tradito anche da noi stessi.

184 – Che cosa fa diventare più maturo? Non la bravura, la capacità, l’affettività, non l’aiutarsi a vicenda, non la prontezza, non il telefonarsi, non l’abbracciarsi. No! Ma il desiderio e la domanda della fede in Cristo, di capire e vivere la fede in Cristo.

È questo che ci manca! Noi vogliamo credere, ma in fondo in fondo vogliamo mantenere delle riserve ne credere.

189-190 – E la Fraternità è proprio la modalità con cui Cristo ti ha incontrato, si è fatto incontrare da te, si è fatto incontrare persuasivamente, facendoti intravedere che la fede non è accanto alla vita, ma è l’anima della vita, è la vita, coincide con la vita, facendoti intravedere che il rapporto con Lui coincide con la vita, è la vita, che in Lui è la vita.

190 – L’esperienza del movimento ha come scopo la maturità della fede della persona, che è quello che abbiamo detto prima.

La maturità della fede nella persona è la conversione, vale a dire realizzare la verità di se stessi, e la verità di me stesso è che io Ti appartengo totalmente o Cristo, sono fatto di Te.

191-208 – La Fraternità è un aiuto a vivere la conversione di noi stessi, perché l’essenza dell’esperienza del movimento è che la fede è tutto, è che il riconoscimento di Cristo è tutto nella vita, che Cristo è il centro del cosmo e della storia.

192 – Voglio anche segnalare alcune conseguenze che caratterizzano la nostra esperienza di fede, e che quindi sommamente e responsabilmente debbono caratterizzare la vita di quelli che sono nella Fraternità.

Newman, questo grande pensatore inglese, convertitosi e diventato cardinale di Santa Romana Chiesa, ha scritto nel suo noto libro, Grammatica dell’assenso, che la religione maomettana «è solo la fede e il rituale di certi popoli». Ditemi se il cristianesimo non è trattato così: come credenza rituale di certi popoli.

193 – «Come tale» prosegue «non promette alcun dono alla nostra natura» […] non cambia l’uomo.

Il cristianesimo è l’annuncio di un Presenza che cambia la natura dell’uomo.

194 – Allora c’è questo fenomeno per cui, siccome la fede ci è stata data, e in un incontro veramente grazioso, veramente provvidenziale, in certi momenti la nostra anima lievita, davanti al richiamo la nostra anima di “risveglia”, si muove, però poi lo sguardo alla vita di tutti i giorni ritorna a far essere tutto glabro, tutto omogeneo, tutto pesante, tutto delimitato, tutto soffocato.

Ed è come se non congiungessimo mai questi momenti di pensiero e di sguardo a noi stessi, se non dall’esterno, moralisticamente, nel senso che, siccome abbiamo la fede, certe cose non si possono fare, certe altre cose bisogna farle.

Quello che si fa o non si fa non è espressione di una coscienza nuova (conversione), d’una verità di sé, ma è come un pedaggio pagato, tributato a qualcosa di esterno, anche se devotamente e profondamente riconosciuto e stimato.

195 – «Ma la speranza non va da sé. [….] Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia. // È la fede che è facile e non credere sarebbe impossibile. È la carità che è facile e non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile // E quello che è facile è l’inclinazione a disperare […] [Questa] è la grande tentazione»

Ch. Péguy, «Il mistero della carità di santa Giovanna d’Arco»

197 – La speranza che la nostra vita quotidiana sia così investita viene dall’essere molto felici, dall’aver ricevuto una grande grazia. Amici miei, la grande grazia è questa realtà in cui siamo: è quello che la Chiesa ha chiamato Fraternità, è questa esperienza della fede.

Occorre essere molto felici di questo, perché senza la fede anche la faccia della donna amata sarebbe come un nome scritto con gesso nero dentro una camera buia su un muro anche esso nero.

198 – Comunque la cosa importante è questa: che la speranza poggia sulla fede, perciò dobbiamo essere felici che Cristo si è fatto conoscere, si è reso noto a noi!

199 – Per favore, comprendete che c’è una sola questione fra tutti noi: non che uno sia bravo e l’altro meno bravo, ma che ci sia quella spaccatura, che è analogo a quello che diceva Péguy della felicità di avere la fede, cioè di averLo incontrato.

200 – Quello che stiamo descrivendo, che è proprio l’ABC del rapporto con Cristo, questo piccolo pertugio in cui uno è lì con gli occhi pieni di stima di questa Presenza, a cui non si spalanca niente eccetto che un pertugio, attraverso cui Lo lascia entrare, questa è la maturità, è la maturità della fede.

Al di là di quello che stiamo dicendo, infatti, la fede è solo «credenze e rituali» o moralismo, vale a dire, l’osservanza di certe leggi.

Noi abbiamo timore della Sua entrata e così Lo teniamo a distanza perché non ci porti via ciò che possediamo, perché non ci cambi e non ci faccia usare le cose in modo così diverso da quello che immaginiamo.

203 – Cristo lo si ama nel limite, e il limite per eccellenza è l’uomo che ci è accanto, è l’uomo che ci vive accanto, chiunque sia; dalla tenerezza verso l’uomo incomincia a essere diverso il mondo.

204 –

«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta»

Giovanni Paolo II – discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno culturale

Ora che l’incontro fatto, cioè la fede, diventi cultura, è identico a quanto abbiamo detto: che l’incontro con la verità diventa impegno missionario.

La cultura è una concezione universale che investe il particolare anche minimo o tende ad investire il particolare anche minimo.

205 – Le Fraternità debbono rendere ognuno di noi, la nostra vita, appassionata alla vita sociale, anche se è chiusa in una casa, perché da casalinga non posso neanche uscire per i figli che ho e con tutto quello che ho da fare, ma ho la passione perché la vita della società rispetti e veicoli nella libertà la fede.

«Il punto di scontro tra il potere civile ingiusto e l'uomo credente è non tanto la fede come verità nascosta nell'intimo dello spirito, quanto la sua professione esterna, la sua testimonianza»

K.Wojtila Discorsi al popolo di Dio

Che cosa significhi per la nostra vita l’esaltazione della responsabilità sociale che abbiamo della fede, quante cose implichi, dal sostegno agli strumenti di influsso sulla vita sociale, dal coraggio della testimonianza nel proprio ambiente, dall’accanimento con cui qualsiasi sacrificio deve essere fatto perché i nostri figli abbiano una possibilità di vita di fede libera, chiara, ragionevole, capace di verifica, quanto questo implichi anche la generosità di dare tempo ed energie alle strutture sociali e politiche, tutto questo è incluso evidentemente in quanto abbiamo detto.

Guardare l’uomo secondo il proprio destino!

208 – Questo sguardo all’uomo, questo rapporto nuovo con l’uomo, deve scoppiare nel rapporto con tutti e con tutto: la fede deve diventare cultura.

226 – La Fraternità, che dovrebbe rappresentare il cammino maturo della educazione alla fede che il movimento evoca, istituisce e cura per tanti anni, deve essere vissuta come una cosa grande.

236 – «Signore, Ti riconosco e ti abbraccio. O Cristo, se così posso dire, mio! Dammi sempre più consistente e più luminosa, la percezione della Tua presenza» che è la fede.

Perché la fede è solo questo, «solo»: riconoscere che c’è un uomo che è Dio. Dio è diventato uno di noi ed è rimasto con noi.

247 – […] Ma quell’uomo (Gesù) faceva capire che pregare è un avvenimento – così come la fede: se si capisce che è la coscienza della Tua presenza.

256 – Credo che sia giusto che questo pomeriggio abbiamo a ricordarci di questa seconda conseguenza della fede, cioè del riconoscimento della Sua presenza.

Perché la fede è riconoscere, è ricordarsi della Sua presenza, la fede è accorgersi di Te o Cristo, che sei qui.

269 – La comunità non è innanzitutto il luogo da cui avere o si dà aiuto: è il luogo dove tu innanzitutto esprimi la fede.

La comunità è là dove tu esprimi la tua fede, quanto più la comunità è il luogo dove tu esprimi la fede, tanto più tu ne avrai anche aiuto, perché è come un circolo, non vizioso, ma benefico.

Quanto più esprimi la tua fede nella comunità, tanto più senti la comunità come aiuto a te.

Se uno sente la comunità, invece, come un peso e come un ostacolo, se uno sente la comunità come una cosa ingiusta, è perché la comunità non è il primo luogo dove esprime la sua fede.

274-275 – Noi dobbiamo costruire queste comunità come luogo umano nuovo, dove tutto questo viva, e per costruire queste comunità dobbiamo capire che non possiamo innanzitutto pretendere, non siamo lì, dopo il primo momento, per avere qualche cosa, ma per dare qualche cosa che abbiamo avuto per esprimere la fede.

Queste comunità sono l’espressione della fede, ché la fede deve diventare un’opera, perché la fede, senza l’opera, è morta.

280-281 – La nostra grande ricchezza è quella di vivere la coscienza della Sua presenza, così da chiedere tutto alla Sua forza e da vivere il cammino che Egli ci fa compiere nella pazienza, vale a dire aspettando dalle Sue modalità quel miracolo che Egli ha incominciato a farci desiderare nel cuore dandoci la fede, o facendoci incontrare la fede in un modo maturo.

Chi si ferma a un qualcosa di proprio rivela che ha in primo piano un suo progetto e non invece l’amore a Cristo, la fede in Cristo, quella fede che vince il mondo in noi e attorno a noi, quella fede che è la radice della pianta nuova, che preghiamo la Madonna di farci vedere crescere: non sappiamo come, non sappiamo quanto; ma ci faccia vedere crescere il movimento nel mondo.

Non il movimento con la nostra sigla, ma il movimento della fede in Cristo nel mondo, e del perdono tra gli uomini nel mondo, e la comunità della Chiesa nel mondo, la Chiesa resa veramente comunione e liberazione dell’uomo, la Chiesa resa corpo visibile di Cristo.

285-289 – Mentre è impossibile servire il Signore e vivere la fede se non insieme ad altri – tanto è vero che il Signore ha creato la Chiesa come ambito dei suoi discepoli, li ha messi insieme -, ognuno però è certamente libero di scegliere la modalità della compagnia da cui si sente più aiutato.

286 – La meraviglia per la resistenza che abbiamo in noi, la tristezza di cui cantava la canzone, che ci viene inevitabilmente al pensiero di come la risposta nostra a Cristo sia lenta – lenta come intelligenza, come fede, lenta come generosità, come cuore, lenta come immaginazione, come dedizione, e quindi anche come opera -, la tristezza di sentirci così resistenti al Mistero che è più padre di nostro padre, più madre di nostra madre, ecco, la tristezza per questa resistenza che ci sentiamo addosso, per rimediare un po’ alla quale ci mettiamo insieme, per aiutarci, per stimolarci, per richiamarci, questa tristezza non è soltanto nostra, è anche dei grandi santi.

289 – La carne nuova ci è data, il sangue nuovo ci è dato, la fede ci è data, attraverso questa compagnia lunga, che scende da Lui, scende fa Lui fino a noi.

Fondo comune

105-106 – L’ultima nota sul fondo comune, cui ogni iscritto alla Fraternità si impegna a contribuire, secondo una somma annuale da lui liberamente stabilita come percentuale del proprio reddito, che intende destinare alle esigenze della nostra compagnia.

La partecipazione al fondo comune è obbligatoria e libera: obbligatoria, perché ognuno deve partecipare; libera, assolutamente libera, come quantità.

106 – Essa deve essere intesa come percentuale del proprio reddito, perciò è come un simbolo e un segno della povertà, del fatto cioè che le nostre cose non sono nostre, ma ci sono date da Dio da amministrare.

La povertà non è non aver nulla da amministrare: la povertà è amministrare avendo come scopo supremo che tutto sia in funzione del regno di Dio, in funzione della Chiesa.

Il segno che concepiamo tutta la nostra vita – compresi i soldi e quel che possediamo – in funzione del regno di Dio sta in questa partecipazione al fondo comune della Fraternità.

Il fondo comune verrà utilizzato di norma per i seguenti scopi: assicurare gli strumenti organizzativi necessari alla vita della Fraternità; sostenere importanti e significative attività missionarie e culturali del movimento; soccorrere le più gravi situazioni di bisogno che vengano segnalate alla Diaconia centrale.

Ogni anno la Fraternità esaurisce il fondo comune in opere, cioè non si capitalizza nulla.

179 – Invece di morire, facciamo una cosa molto più piccola: andare una mezza giornata al Ritiro, oppure dare con sacrificio, sacrificare dei soldi del proprio budget per il fondo comune, vivere la carità verso gli altri, partecipare a delle opere che la Fraternità o il movimento fanno, perdonare all’altro.

274 – Andrete a leggere, a proposito di condivisione, l’ottavo capitolo e anche il nono della seconda Lettera ai Corinti, e così farete un piccolo esame di coscienza sul fondo comune, su come usare il fondo comune.

299 – In qualche modo questa appartenenza a una compagnia grande, a una unità che è fatta per quella potente Presenza che riconosciamo e che è Cristo, in un certo modo questa appartenenza cercherà di esprimersi.

È questo ili valore simbolico ed educativo del sacrificio del fondo comune.

306 – Il simbolo breve, il simbolo normale di questo è l’offerta al fondo comune. È come un simbolo! Ho detto prima che uno può essere così un pover’uomo da non avere altro da dare che quel minimo, e Dio lo benedice.

Formalismo/formalista

177-178 – Una fedeltà a questi gesti (Ritiri della Fraternità) non può essere vissuta formalisticamente, tanto per compierli o sentirsi a posto, ma per conoscere di più Cristo, come domanda a Cristo.

Fraternità

42-43 – Il movimento è iniziato perché erano dei «ragazzi»: bisogna «ritornare ragazzi» per fare la Fraternità, altrimenti è impossibile che avvenga.

Ma questo »ritornare ragazzi», a quarant’anni, a cinquant’anni o a sessant’anni, è realmente il culmine della vita e la sorgente di quell’a giovinezza, di quella giovanilità, che permette di agire, cioè di creare: è la sorgente della fecondità.

43 – Lo scopo della nostra assemblea è quello di aiutarci a chiarire la modalità di vita di questa esperienza che chiamiamo, anzi, che la Chiesa chiama «Fraternità di Comunione e Liberazione».

L’assemblea di oggi vuole il più possibile chiarire, diciamo «oggettivamente», che cosa sia, che cosa intenda, come debba essere e anche quel che vuole dire alla nostra esistenza la vita di una Fraternità.

48-49 – Il soggetto di cui la Fraternità ha bisogno è questo: dove tutto sta nella libertà, perciò è nella responsabilità che costituisce la nostra personalità, nella responsabilità di fronte a Cristo, in cui consiste ed esaurisce ogni nostra personalità.

49 – La Fraternità è una regola. Non è affatto necessario per salvarsi o anche per essere cristiani avere una regola. Se però ci è stato, in fondo, richiesto dalla modalità storica degli incontri, dalla strada su cui il Signore ci fa trovare, allora essa diventa, a mio avviso, doverosa.

Entrare nella Fraternità vuol dire entrare in una regola, e la regola è seguire una compagnia guidata al destino che è Cristo.

Intervento: «Ho pensato a lungo alla regola per la Fraternità e ho individuato una piccola cosa, che quando veniva osservata cambiava la mia giornata: il momento di preghiera, breve, ma insieme a mio marito, al mattino. La regola consiste in questo, che io propongo questa preghiera. È una regola per me, prima di tutto. La cosa impressionante è che questa breve cosa cambia la giornata».

53-54 – (Rispondendo ad un intervento) Perfetto, questa può essere una bellissima Fraternità. Secondo me, prima di tutto occorre il dono di un certo temperamento, di un certo temperamento affettivamente semplice, generoso e capace di gratuità.

Ma può essere una bellissima Fraternità: perché la Fraternità è una amicizia, nel senso letterale del termine; e una amicizia che già si esprima in impegni e in cammini comuni non ha per sé necessariamente bisogno di altre strutture o di altri momenti.

54 – Per aiutare, per facilitare questa fedeltà al fatto del Signore e del Suo Corpo nel mondo, del Suo Avvenimento nel mondo, la Fraternità si costituisce anche come sorgente di riferimento.

56-57 – La Fraternità è una compagnia che ci educa e ci costringe alla verità di noi stessi; ci aiuta a cambiare i rapporti non solo tra di noi, ma anche con gli altri, e ad essere creativi nei luoghi dove siamo, e per tutta la Chiesa.

(Intervento)«I rischi: l’intimismo religioso e il concepire la Fraternità come qualcosa che si fa adesso per superare la difficoltà del movimento. La domanda: concretamente quale opera ci è chiesta dalla Chiesa?»

L’opera che ci è chiesta dalla Chiesa di oggi si chiama “movimento”, movimento di Comunione e Liberazione, e basta.

Certo, abbiamo bisogno che realmente l’opera che Dio ci ha dato di vivere in questo momento del mondo e della Chiesa, cioè il movimento, sia più vissuta da noi.

Per questo c’è la Fraternità. Perché senza che si costruisca un certo cuore, non si serve, anche agitandosi molto.

63-64 – L’importante non è innanzitutto che si faccia la Scuola di Comunità: non è Fraternità perché fa la Scuola di comunità, ma è Fraternità perché ci si riconosce fratelli sullo stesso cammino, gioiosi della stessa certezza, e perciò ci si aiuta. E il ritrovarsi a Scuola di Comunità è un aspetto di questo aiuto.

Ma la Fraternità vi aiuta, pur essendo così dissiti, cioè lontani l’uno dall’altro, a vivere il vostro lavoro, secondo una soggettività più umanamente e cristianamente matura, attraverso l’educazione che essa dà al vostro cuore.

È facendo diventare più grande il soggetto che le altre cose vanno a posto.

Uno lavora a Giulianova e un altro a Teramo: trovandovi, se avrete interrogativi, ve li porterete insieme, li metterete sul tavolo, la Fraternità vi aiuterà ad individuare e usare criteri di soluzione di una vostra situazione, così un’altra volta, in una analoga situazione, saprete cavarvela da soli.

La Fraternità ha lo stesso scopo del movimento, vale a dire, il maturare il cuore nostro, il maturare la nostra soggettività nella fede, e cioè dell’umano, nella sua umanità.

67-68 – intervento: «In che termini la regola dovrebbe essere vissuta tra di noi per essere un incentivo alla Fraternità e non un capestro oppure una discriminante?»

Questa è una domanda grossa perché è pertinente alla struttura stessa della vita della Fraternità. Io lo ridirò domani mattina, ma la regola ogni Fraternità se la crea, e la deve creare secondo il consenso, non artificioso e non forzato, di coloro che ci stanno.

Perciò ci può essere una Fraternità la cui regola può contemplare due o tre cose piccole e una Fraternità la cui regola prevede una cosa più grossa.

Dico che la regola deve essere fissata liberamente da ogni Fraternità. Perciò se coloro che vi partecipano non sono consoni, in immediata comunione, nel fissare la regola, non sono più liberi, e allora è inutile farlo.

Potrebbe anche essere, al limite, che la regola di una Fraternità implichi il vedersi una volta al mese alla Santa Messa insieme, per modo di dire, mentre per altri implichi il vedersi una volta a settimana.

L’idea centrale della Fraternità è che tutta la responsabilità, tutta l’iniziativa, sta nella persona, che è adulta e perciò responsabile del proprio destino.

Quindi la regola, innanzitutto, è creata dalla singola Fraternità e, una volta creata, la Fraternità stessa, la compagnia, aiuta a mantenerla.

68 – Ma anche in questo aiuto a mantenere la regola, deve essere estremamente discreta e rispettosa della libertà: non perché sia indifferente fare o non fare, ma perché, come il Signore, volgendosi verso ognuno di noi, perdona la nostra fragilità e come voi, volgendovi verso il vostri bambini, pur tenendo ben chiare le direzioni da seguire, perdonate la loro fragilità, così deve tendere a essere una Fraternità.

In questo senso, la Fraternità è una cosa assolutamente diversa dal movimento come struttura organizzata, naviga ad un livello assolutamente libero: il creare la Fraternità, il contribuire a darle un contenuto ecc…, dipende totalmente dalla responsabilità della persona.

È giusto che la Fraternità si fissi come vuole, anche un responsabile della Fraternità stessa, che però è una figura che non ha nessun rapporto con il ruolo, come invece inevitabilmente avviene in una realtà organizzata, in un organismo come il movimento.

In una Fraternità non c’è nessuno che abbia un ruolo di autorità: c’è che svolge, esercita, in un determinato lasso di tempo, una funzione di coagulo, di richiamo organizzativo, secondo quel minimo che è inevitabile per ogni convivenza ordinata.

Nella Fraternità persino i sacerdoti sono dei fedeli come gli altri, non hanno per sé nessun ruolo di autorità dentro il gruppo: daranno il contributo della loro personalità e del loro carisma, che non si può certamente togliere, e daranno il loro servizio.

71 – Domanda: «Vedo che con l’avvento della Fraternità c’è sempre un maggior numero di persone che vi partecipa con impegno, anche inventando cose nuove. Ma è come se questo fosse vissuto e fatto il alternativa ai luoghi classici della comunità e del movimento

È un rilievo importante. Chi fa così deve ancora imparare cosa è la Fraternità. Se la Fraternità è l’aiuto a una maturità della fede e se le modalità di un’esperienza matura di fede il movimento le delinea in un certo modo, allora la prima conseguenza della Fraternità è che ognuno che vi partecipa senta di più la responsabilità del movimento.

73 – Se della gente sente questa necessità di impegno e di serietà nella propria vita e ha un ambito di amicizia in cui si ritrova una speranza di aiuto vicendevole, faccia una Fraternità!

Il sintomo che la direzione è giusta è che la gente che vive la Fraternità ritrova una libertà, una gratuità, una generosità, e una magnanimità maggiori nel vivere il movimento, perché la Fraternità non è una alternativa al movimento.

Il minimo che deve derivare dal fare una Fraternità è che il cuore si apra agli altri, si apra alla comprensione, al perdona, alla condiscendenza, alla pazienza e a tutto, altrimenti saranno capaci neanche di state insieme tra di loro: staranno insieme per l’azione di guerra, per l’azione bellica, come un commando; ma il commando non dura tutta la vita, a meno che abbiano venduto il cervello all’ammasso.

91-111 – La Fraternità ha scopo di proteggere, indirizzare e sostenere la volontà di chiunque intenda impegnarsi con l’esperienza del movimento fino in fondo. Può dunque entrare nella Fraternità chiunque abbia questa volontà.

Come afferma l’articolo quinto dello Statuto: membri effettivi sono «coloro che […] si impegnano» a vivere «in pieno lo spirito« della Fraternità «sia nella sostanza che nella forma».

La sostanza della vita della Fraternità è quello a cui accennavo poco fa: è il rendere reali l’inno delle lodi, è la creazione di ambiti umani dove la certezza del Benedictus diventi, realmente, non solo un pezzo delle Lodi del mattino, ma un movente della vita, l’orizzonte della vita, ciò che determina il cuore della vita.

La forma della Fraternità è la nostra compagnia. Questa compagnia è innanzitutto Fraternità come tale.

92 – Perché non si parla “delle” Fraternità, e non impropriamente: è la “Fraternità” che è stata riconosciuta dalla Santa Chiesa.

La Fraternità si specifica normalmente attraverso una libera scelta di aderenti che si costituiscono in gruppi di amici.

La Fraternità si realizza, come norma, attraverso o dentro gruppi di amici che si costituiscono liberamente.

93 – Gli spunti per questi coaguli in cui la Fraternità si realizza possono essere i più vari possibili. Ci potrebbe essere una Fraternità in cui uno abita a Venezia, due a Udine, uno a Messina e un altro a Palermo. Ci potrebbe essere una Fraternità anche così.

94 – Non per nulla la Santa Sede, la Chiesa, ha riconosciuto l’aspetto maturo di impegno con questa esperienza, ha riconosciuto questa esperienza nel suo impegno più maturo e più libero, che è la Fraternità. Perciò quello che ci occorre è il desiderio reale, di fronte al Signore, di impegno con Lui, secondo la grazia che ci è stata fatta, secondo la grazia dell’esperienza che ci è stato dato di toccare.

Perdono, correzione, approfondimento della coscienza: queste sono certamente le doti più necessarie per una compagnia come quella che la Fraternità implica.

95 – «Tutti voi che siete battezzati vi siete immedesimati con Cristo: non esiste più né giudeo, né greco, né schiavo, né libero, né uomo né donna, ma tutti voi siete uno solo in Cristo»

Gal 3,27-28

Questo è il Mistero di tutta la Chiesa, incominci a rendersi visibile, incominci a dimostrarsi, a manifestarsi, là dove della gente è stata così investita e arricchita di grazia come noi. Incominciamo a farlo vedere noi! Ecco la Fraternità, ecco il gruppo della Fraternità.

96 – Per questa sua natura, la responsabilità della Fraternità è totalmente di coloro che la vivono – totalmente!-. In particolare, la Fraternità, il gruppo della Fraternità, è assolutamente indipendente dalla struttura del movimento.

Noi, come guida della Fraternità, chiediamo che siano salvati tre punti, tre fattori in questa regola: primo, la preghiera; in secondo luogo, come simbolo e segno di povertà, l’adesione, la partecipazione al fondo comune della Fraternità; e terzo, un’ultima obbedienza alla Diaconia centrale che dirige la realtà della Fraternità e ne ha la responsabilità di fronte all’autorità ecclesiastica, di fronte alla Chiesa.

98 – Nella Fraternità, il prete vi è come fedele, come una persona battezzata; per questo è molto significativo che tanti sacerdoti del movimento facciano attenzione alla Fraternità, così da sacrificare anche loro due giorni per venire a questo raduno: è significativo di intelligenza della nostra esperienza, è come, da parte loro, un sentirsi risospinti all’origine di tutta la loro figura, compreso il loro ministero sacerdotale, perché il fondamento anche del ministero sacerdotale è la fede, il mio Battesimo.

In questo senso, il prete, qualunque prete, è uno della Fraternità.

Ma la mia notazione voleva dire che è bene che ogni Fraternità individui un sacerdote cui ricorrere come consiglio spirituale, d’aiuto.

La Fraternità come tale assicura un aiuto spirituale attraverso l’organizzazione di un Ritiro periodico.

99 – Dunque, la Fraternità assicura un aiuto spirituale attraverso un Ritiro periodico, che svilupperà un contenuto teologico ed ascetico, secondo l’ispirazione della nostra esperienza, con particolare riferimento al periodo liturgico, così come ci richiama il Decreto di riconoscimento.

100 – L’organizzazione è uno strumento, come l’alveo di un fiume: il fiume non è l’alveo, ma è l’acqua che vi scorre. In questo senso, l’istituzione della Fraternità è realmente un richiamo alla purità totale nell’impegno con il movimento.

101 – Perciò non è necessario partecipare alle cose così come vengono fatte in un certo posto per essere di CL e quindi per essere della Fraternità. Dirò che chi è della Fraternità è di CL!

La Fraternità permette, primo di vivere l’esperienza secondo la libertà del proprio temperamento e della propria storia, secondo, di creare delle opere: non una organizzazione diversa del movimento, ma opere.

102 – Non solo può esistere ostilità o alternativa tra la Fraternità e la struttura di CL, ma la Fraternità è come un correttivo profondo che lentamente agirà in funzione di una magnanimità, di una agilità, di una comprensività, di una libertà più grande anche nell’organizzazione.

Non possono dire di vivere a lungo una Fraternità, se la carità che dovrebbe esserci all’interno di ogni singola Fraternità non cercherà anche l’apertura, il perdono, la correzione e l’approfondimento con l’altra Fraternità, perché il movimento è uno, il movimento reale è uno!

Non dico che la Fraternità non della diaconia debba cedere alla diaconia, perché potrebbe essere che abbia ragione.

Allora guai a chi utilizzasse la Fraternità per scomunicare gli uni o scomunicare gli altri, per rivalersi contro l’istituzione o per schiacciare quelli che non aderiscono al proprio managerismo.

103 – Lettera: «Dire che le Fraternità sono a servizio di CL locale, da noi significa che i membri della Fraternità sono tenuti a lavorare nelle opere che già ci sono».

Per nulla affatto! Le Fraternità sono a servizio del movimento; ma, come essere a servizio del movimento dove la Fraternità è, passa attraverso la libertà di quelli che vivono la Fraternità.

Che la Fraternità sia al servizio del movimento non significa dire che i membri della Fraternità sono tenuti a lavorare nelle opere che già ci sono: i membri della Fraternità, man mano che maturano, superando angustie, resistenze ecc.., cercheranno di guardare con maggior benevolenza possibile quello che già c’è, nei limite del possibile cercheranno di dare una mano.

104 – Ci può essere una Fraternità che, amando veramente il movimento e desiderando collaborare al movimento locale con tutta la sua buona volontà, realmente non si senta d’accordo su talune cose, e allora cercherà di parlare, di dialogare. Ma dico: innanzitutto la mossa, il modo di muoversi sia libero!

Potrà essere una funzione della Diaconia centrale quella, per esempio, di fronte a un’opera, di chiedere a tutti i membri della Fraternità di preferire l’aiuto a quell’opera che neanche impegnarsi a crearne di proprie.

È opportuno precisare che l’unica autorità all’interno della Fraternità è la Diaconia centrale.

Ad essa infatti compete non solo designare le persone a cui affidare le responsabilità di maggior rilevanza nella nostra associazione, ma anche e soprattutto stabilire le direttive autorevoli per la vita della Fraternità.

L’ultima nota sul fondo comune, cui ogni iscritto alla Fraternità si impegna a contribuire, secondo una somma annuale da lui liberamente stabilita come percentuale del proprio reddito, che intende destinare alle esigenze della nostra compagnia. La partecipazione al fondo comune è obbligatoria e libera: obbligatoria, perché ognuno vi deve partecipare; libera, assolutamente libera, come quantità.

Il fondo comune verrà utilizzato di norma per i seguenti scopi: assicurare gli strumenti organizzativi necessari alla vita della Fraternità; sostenere importanti e significative attività missionarie e culturali del movimento; soccorrere le più gravi situazioni di bisogno che vengano segnalate alla Diaconia centrale.

Ogni anno la Fraternità esaurisce il fondo comune in opere, cioè non si capitalizza nulla.

107 – Vorrei richiamare ancora che la Fraternità è stata creata per darci un aiuto nel cammino della conoscenza vera di Cristo.

La Fraternità darà questo aiuto se noi vi parteciperemo con obbedienza.

108 – Badate, per favore, che una regola per laici nel mondo, come è la Fraternità, applica i valori ascetici del convento alla nostra vita, perché la dipendenza da una persona, anche se è una rogna, può essere un approfondimento del sentimento più grande dell’uomo, che è la dipendenza da Dio, cioè può educare alla coscienza del proprio essere come dipendenza.

110 – Il Suo comandamento è che crediamo nel nome del Figlio suo «e ci amiamo gli uni e gli altri»

111 – Cosa è il Suo comando? Credere in Cristo e amarci gli uni e gli altri. E non è questa la Fraternità? Non è il luogo dove lo Spirito di Cristo ci fa diventare Suoi discepoli? Non l’abbiamo raccolta così dalla ispirazione che ci è venuta? Essere in Cristo, Cristo presente al cuore, e amarci gli uni e gli altri. Incominciamo da vicino.

157-160 – Io mi domando se il nostro ritrovarci insieme nella Fraternità non debba avere, in fondo, come ottica, come prospettiva, come scopo, la presenza, esserci in un posto per poter essere, per poter vivere, che è la cosa che dà più gusto alla vita.

Io mi permetto di dire anche il mio pensiero circa le pur chiare parole di Giancarlo Cesana.

Innanzitutto è la genesi, proprio della Fraternità, che lui ha bene individuato. Ha detto: «Quello che ci piaceva…». cioè, l’essere impegnato nel movimento gli piaceva, dopo che l’ha scoperto, perché dava senso alla sua vita, esaltava la sua volontà di umanità.

158 – La nascita della Fraternità coincide con la presa di coscienza che l’esperienza del movimento è la vita: è la vita!

E la Chiesa ha riconosciuto come cammino a Cristo autentico, come modalità vera di vivere il mistero della Chiesa, la Fraternità, cioè l’esperienza di Comunione e Liberazione, scoperta, riconosciuta e tentativamente vissuta in modo adulto: scoperta, riconosciuta e voluta come vita.

Mi pare che sia stato individuato giustamente il punto di origine della Fraternità.

159 – La Fraternità indica una autenticità. una verità nella volontà di identificare la propria vita cristiana secondo il cammino, la via, di questa esperienza che nella organizzazione di CL viene rilanciata, rilanciata e sorretta.

Ma l’esperienza nostra, l’esperienza di Comunione e Liberazione, o l’esperienza della Fraternità, se vuole identificare, se intende vivere la fede come la vita, la si giudica, come la vita di una personalità, anche dal punto di vista morale, dalla utilità che ha nel mondo, vale a dire, dalla passione che vive per la diffusione del regno di Dio: «Venga il tuo regno».

Per questo la Fraternità non è una ritirata intimistica in un ambito più familiare dove una abbia la sua soddisfazione spirituale e si lavi le mani di tutto ciò che lo circonda.

160 – La fede è l’occasione per una presenza, cioè per una testimonianza. Il sintomo più grande che noi maturiamo nella vita della Fraternità e che la vita della Fraternità è centrata è che cresce in noi la passione per il mondo, per gli uomini.

Non la passione sociale, che è un problema temperamentale o di interesse suscitato in vario modo, ma la passione per gli uomini come essere che hanno un destino, un cammino verso una felicità che ignorano, come essere che appartengono a Uno, presente tra di loro, che ignorano.

165 – Questa possibilità che abbiamo, questa realtà di amicizia e di rapporti che abbiamo, questa Fraternità – perché la Fraternità riconosciuta è una: l’esperienza viviamo tutti non è il gruppo X o Y; per questo solo impropriamente si può parlare della Fraternità di Rimini; la Fraternità è una, che vive in tanti gruppi – è una grazia, è frutto di una storia.

167 – Vediamo innanzitutto la differenza tra Scuola di Comunità e la Fraternità.

La Scuola di comunità è uno strumento che uno usa per approfondire l’esperienza del movimento. La Fraternità è l’esperienza del movimento che diventa un ambito di vita che tende ad investire tutta la vita.

La Scuola di comunità, se fosse ben vissuta, per gli adulti dovrebbe diventare Fraternità.

Ma la Fraternità chiarisce e insiste sul fatto che quell’esperienza che per grazia di Dio ci troviamo addosso e che vogliamo realizzare investa la totalità della vita.

Perciò una Scuola di comunità è una Fraternità «mancata», cioè non è ancora Fraternità perché è più alla superficie del nostro impegno: è un esercizio più vita.

170 – La Fraternità come tale non può essere dettata da interessi, da affettività, da simpatie, da conoscenze: si entra nella Fraternità perché si vuole vivere quell’esperienza, l’esperienza dell’appartenenza a Cristo.

L’esperienza della Fraternità ha si suoi strumenti: il principale è l’insegnamento del movimento, perché è questa l’esperienza a cui vogliamo andare in fondo; lo strumento è l’insegnamento centrale della vita del movimento, soprattutto sono le cose che ci diciamo nei ritiri mensili: con quelli bisogna confrontarsi.

Poi c’è il lavoro del singolo gruppo.

Ma questo viene da ultimo, perché il singolo gruppo non è la sorgente del criterio: il criterio è dato dal seguire le norme e le direttive che vengono dalla vita del movimento nei suoi insegnamenti centrali, le indicazioni che vengono dalla Diaconia centrale (che è l ‘unico organo autorevole della Fraternità, l’unico riconosciuto dallo Statuto) e dalla parola che ci viene detta nei Ritiri spirituali.

172 – Per quanto riguarda il problema del movimento, se la Fraternità è lo strumento, è la compagnia, è la regola per andare fino in fondo all’esperienza del movimento, la Fraternità viene prima della vita come opere del movimento. Viene prima perché è quella che mi fa andare più a fondo della coscienza del movimento.

La Fraternità dà più passione per la vita del movimento, non ci fa ritirare.

La gente della Fraternità è la compagnia vocazionale, cioè la compagnia che aiuta a rispondere alla vocazione che Cristo ci ha dato.

174 – Un gruppo di Fraternità che è così chiuso da non ammettere altri e da avere come ideale di stare tra di loro è perlomeno un gruppo di Fraternità con personaggi psicologicamente sospetti, salvo i casi eccezionali di particolari esigenze: o c’è una particolare esigenza ben giudicata oppure è un rifugio intimistico che non può aiutare.

Inversamente, quanto più è maturo un gruppo di Fraternità tanto più abbraccia.

188-192 – Il problema della Fraternità è aiutarci a dare un nome a tutto ciò che facciamo, vale a dire a rendere tutto ciò che facciamo partecipazione al grande nome di Dio: in nome del Padre, nel nome del Signore, in nome di Cristo.

La conversione è il realizzarsi della verità per se stessi e la Fraternità è un aiuto a scoprire continuamente la verità di sé in quello che stiamo facendo, è l’aiuto a scoprire la verità di noi stessi in tutto quello che stiamo facendo.

La Fraternità è un aiuto a scoprire continuamente la verità di sé in tutto quello che sta facendo, e la verità di sé in tutto quello che stiamo facendo – a casa, in famiglia, nella comunità, al lavoro, nella società -, la verità di me stesso in tutto quello che sto facendo è la coscienza di quella appartenenza o, per dirla in termini cristiani, è la memoria di Cristo.

189 – La Fraternità è proprio la modalità con cui Cristo ti ha incontrato, si è fatto incontrare da te, si è fatto incontrare persuasivamente, facendoti intravedere che la fede non è accanto alla vita, è la vita, coincide con la vita, facendoti intravedere che il rapporto con Lui coincide con la vita, è la vita, che in Lui è la vita.

Perciò la Fraternità è la modalità con cui Cristo ti ha raggiunto persuasivamente, come inizia di maturità, come coscienza della fede come vita, e questo modo continua, perché ciò che il Signore usa per iniziare qualcosa in noi Egli lo rende eterno.

190 – La Fraternità è il modo con cui il Signore ti ha raggiunto persuasivamente.

E, infatti, la Fraternità altro non è che l’esperienza del movimento: è l’esperienza del movimento.

La Santa Sede, la Chiesa, ufficialmente, con il suo gesto formalmente e ufficialmente più grande, ha riconosciuto l’esperienza del movimento: l’ha chiamata «Fraternità», con parola molto adeguata al nostro programma, ma è l’esperienza del movimento.

Perciò aderire alla Fraternità non è nient’altro che prendere coscienza della propria adesione al movimento da persona matura.

Vivere la Fraternità è vivere l’esperienza del movimento: non l e iniziative A, B, C, D, ma l’esperienza del movimento.

191 – Perché la Fraternità – ripeto – altro non è che il titolo che la Chiesa ha dato all’esperienza di Comunione e Liberazione, riconoscendola come modalità vera per vivere il mistero di Cristo e della Chiesa.

192 – Aderire alla Fraternità non è aderire a un’altra cosa, ma è prendere coscienza della propria partecipazione e della propria responsabilità nell’esperienza del movimento.

Iscriversi alla Fraternità è come dire: «Io sono del movimento, io vivo, intendo vivere l’esperienza del movimento»; come tale, per sé, la Fraternità potrebbe non aggiungere proprio più nulla, eccetto quell’amicizia e quella trama di rapporti che sostiene, quella trama di rapporti che è una amicizia.

196 – La Fraternità è semplicemente un aiuto a vivere la verità di sé in tutto quello che si fa, perché questa è la conversione, è la verità di sé in tutto quello che faccio è che appartengo a un Altro.

204-208 – Perciò la terza cosa che la Fraternità deve sostenere è l’impegno missionario, la dimensione culturale, l’urto della fede con tutta la realtà – uomini e cose, uomini e fatti – con cui essa viene in contatto attraverso di noi.

205 – Le Fraternità debbono rendere ognuno di noi, la nostra vita, appassionata alla vita sociale, anche se è chiusa in una casa, perché da casalinga non posso neanche uscire, per i figli che ho e con tutto quello che ho da fare, ma ho la passione perché la vita della società rispetti e veicoli nella libertà la fede.

206 – La conversione sta nel realizzare la verità di sé, e la verità di sé è l’appartenenza a Cristo, la coscienza dell’appartenenza a Cristo. La Fraternità è un aiuto a tale conversione, un aiuto a realizzare questa verità, cioè un aiuto alla memoria come contenuto sempre più familiare della nostra personalità in tutto – in tutto!

208 – Se la vostra Fraternità o il vostro cammino sembra non darvi l’aiuto che abbiamo detto stamattina e che deve darvi, io vi prego di scrivermi, perché ho l’obbligo di seguire quelli della Fraternità prima e più degli altri.

Se vi sembra che la vostra Fraternità, che la realtà in cui siete, non vi aiuti, per favore, fatemelo sapere, venite, scrivetemi, perché attraverso l’aiuto vicendevole noi abbiamo tutti insieme a trascinarci o a camminare verso quel destino che, come il piccolo popolo di Israele, siamo stati scelti a riconoscere e a incontrare, a riconoscere e a vivere.

271 – Un gruppo di Fraternità o una comunità del movimento dovrebbe essere la prima dimora, quella che fa diventare dimora anche il rapporto con la moglie e il marito.

298-299 – In questo senso la Fraternità è sembrata dapprima per molti come il traguardo, invece è una cosa da imparare.

Cosa vuol dire che la Fraternità è l’aspetto più maturo del movimento?

Vuol dire che oramai bisogna imparare, bisogna che noi impariamo l’esperienza del movimento senza oscurità e i limiti di quando eravamo più giovani. È la definitività della vita, e perciò uno ci è buttato dentro e fa quel che può, però ci è buttato dentro.

Mi ha detto ieri che un gruppo è andato da lei a iscriversi alla Fraternità.

299 – Allora lei ha domandato loro: «Ma perché volete iscrivervi alla Fraternità?». Hanno risposto che erano sprovveduti di fronte a cosa avrebbero dovuto fare, perché lo scopo per cui volevano fare la Fraternità era mettersi insieme perché si rendesse più visibile la consegna della loro vita all’affezione di Cristo.

Ma questa è proprio la sostanza dell'esperienza del movimento, è quello che il movimento dice.

Non è necessario per essere iscritti alla Fraternità, che si sia un gruppo particolare. Per sé, basta il riconoscimento di appartenenza alla nostra compagnia più grande, alla Fraternità come tale. Infatti l’iscrizione alla Fraternità è personale.

Ma, in qualche modo, questa appartenenza a una compagnia grande, a una unità che è fatta per quella potente Presenza che riconosciamo che è Cristo, in un certo modo questa appartenenza cercherà di esprimersi.

306 – «È giusto dire che le Fraternità debbono innanzitutto aiutarci a vivere con responsabilità e serietà e profondità la proposta del movimento?».

La Fraternità è solo questo. Perché la Fraternità è il movimento nel suo aspetto maturo; maturo non vuol dire perfetto, ma di responsabilità matura, e la Chiesa si fida di questo.

cammino della Fraternità

63-64 – Non è Fraternità perché si fa Scuola di comunità, ma è Fraternità perché ci si riconosce fratelli sullo stesso cammino, gioiosi della stessa certezza, e perciò ci si aiuta.

E il ritrovarsi a Scuola di Comunità è un aspetto di questo aiuto.

64 – La Fraternità ha lo stesso scopo del Movimento, vale a dire, il maturare il cuore nostro, il maturare la nostra soggettività nella fede, e cioè nell’umano, nella sua umanità.

90 – Vorrei puntualizzare alcune cose su come la figura della Fraternità è concepita in base allo Statuto che è stato approvato dalla Chiesa. È un cammino che iniziamo, anche come consapevolezza di che cosa voglia dire, di ciò in cui consistano i passi.

Quel che si debba immaginare, pensare o realizzare di tutto questo sarà una compagnia, sarà il cammino che lo mostrerà.

157-160 – […] ma il punto realmente sostanziale era che questa esperienza diventasse finalmente, totalmente, la regola della sua vita. Dove per regola non si intende A,B,C,D, un calendario o un ordine del giorno; per regola si intende il cammino, le sponde di un cammino.

158 – La nascita della Fraternità coincide con la presa di coscienza che l’esperienza del movimento è la vita: è la vita!

159 – La Fraternità indica una autenticità, una verità nella volontà di identificare la propria vita cristiana secondo il cammino, la via, di questa esperienza che nella organizzazione di CL viene lanciata, rilanciata e sorretta.

Tutto in questo mondo è cammino; perciò uno percorre dei metri e l’altro dei chilometri, e s’arrangerà con Dio, s’arrangerà Dio a giudicare. Tutto è cammino, però queste cose valgono proprio come posizioni originali, come impostazione originale.

160 – Il sintomo più grande che noi maturiamo nella vita della Fraternità e che la vita della Fraternità è centrata è che cresce in noi la passione per gli uomini. Non la passione sociale, che è un problema temperamentale o di interesse suscitato in vario modo, ma la passione per gli uomini come esseri che hanno un destino, un cammino verso una felicità che ignorano, come esseri che appartengono a Uno, presente tra di loro, che ignorano. È la passione per la missione il sintomo della verità della Fraternità.

226 – La Fraternità che dovrebbe rappresentare il cammino maturo della educazione alla fede che il movimento evoca, istituisce e cura per tanti anni, deve essere vissuta come una cosa grande. La Fraternità è il cammino maturo di questa esperienza, ed è al di là di ogni cosa; è meraviglioso che «cammino maturo» significhi fino alla fine: che una donna ami l’uomo fino alla fine, che uno sia padre, o sia una madre, fino alla fine sono le cose che fanno amare la realtà fino alla fine, sono le cose che fanno intuire che la morte non è la fine, che la fine non è il finire, ma è proprio come il traguardo, un traguardo e una porta, una soglia a cui si deve arrivare, varcando la quale tutto sta nella sua verità.

Allora la Fraternità, che è il cammino più maturo di questa esperienza, deve proprio essere vissuta come una cosa grande., deve essere vissuta allargando il cuore per accoglierlo.

forma della Fraternità

89 – Abbiamo voluto, con la Fraternità, invitare a una forma di impegno che mirasse, soprattutto, a un aiuto al cuore di ognuno, a un aiuto perché ognuno cammini di fronte a Cristo e, in secondo luogo, ad assicurare persone che costruiscano l’opera del movimento con una maturità di fede sempre più grande, perciò in un modo creativamente più sicuro.

91-92 – La forma della Fraternità è la nostra compagnia. Questa compagnia è innanzitutto la Fraternità come tale. La Fraternità si realizza, come norma, attraverso o dentro gruppi di amici che si costituiscono liberamente.

responsabilità della Fraternità

67-68 – L’idea centrale della Fraternità è che tutta la responsabilità, tutta l’iniziativa, sta nella persona, che è adulta e perciò è responsabile del suo destino.

Il criterio della scelta della compagnia deve essere semplicemente quello di una facilitazione: mi metto con chi mi facilita di più, di più questa responsabilità di fronte al mio destino.

68 – Il creare la Fraternità, il contribuire a darle un contenuto ecc…, dipende totalmente dalla responsabilità della persona.

72-73 – La Fraternità esige una responsabilità. Non la proponiamo ai ragazzini del liceo e non la proponiamo neanche gli universitari: la proponiamo a gente adulta, che è capace di responsabilità della propria vita di fronte a Cristo, e quindi di responsabilità di aiuto in una amicizia.

96-97 – Per questa sua natura, la responsabilità della Fraternità è totalmente di coloro che la vivono – totalmente!-.

In particolare, la Fraternità, il gruppo della Fraternità, è assolutamente indipendente dalla struttura del movimento.

97 – (Chiediamo) un ultima obbedienza alla Diaconia che dirige la realtà della Fraternità e ne ha la responsabilità di fronte all’autorità ecclesiastica, di fronte alla Chiesa.

La Diaconia centrale ha la responsabilità di tutti i gruppi di fronte alla Chiesa, perciò chiediamo un’ultima obbedienza ad essa.

scopo della Fraternità

64 – La Fraternità ha lo stesso scopo del movimento, vale a dire, il maturare il cuore nostro, il maturare la nostra soggettività nella fede, e cioè nell’umano, nella sua umanità.

100 – Quello che vogliamo, l’opera che dobbiamo realizzare – l’opera è parte dello scopo della Fraternità – è il movimento.

157 – Io mi domando se il nostro ritrovarci insieme nella Fraternità non debba avere, in fondo, come ottica, come prospettiva, come scopo, la presenza, cioè esserci in un posto per poter essere, per poter vivere, che è la cosa che dà più gusto alla vita.


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