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Lettera «G»
Gioia
121-122 – Se c’è una cosa mi fa non solo, da una parte, rassegnare a parlarvi, ma, dall’altra, con gioia a parlare con voi di certe cose, ridire con voi certe parole, se una gioia in questo mi è data è perché il dirle non solo non è pretesa o presunzione, ma è sete, che prima di tutto in me c’è, che queste parole non si disperdano all’orizzonte della coscienza quotidiana mia: queste parole innanzitutto io le cerco, le mendico da Dio che, nonostante tutto, esse penetrino continuamente la durezza del cuore o l’oscurità della distrazione.
122 – (Signore) Puoi venire nella mia vita attraverso la gioia e il dolore, presto, troppo presto per me, o troppo tardi per me, di giorno o di notte, attraverso la contraddizione e il male, o attraverso la meraviglia del bene, della coerenza, della fedeltà. Attraverso tutto Tu puoi venire.
131 – «Io vi dico queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»
Gv 15,11
Riecheggiato da San Paolo quando scrive ai primi cristiani:
«Siate lieti [...], ve lo ripeto: siate lieti»
Fil 4,4
La letizia, la felicità non è una caratteristica che consegue dalla alienazione, dalla perdita di sé, dallo smarrimento di sé o dal soffocamento di sé, non è la gioia ottusa di una dimora che diventa prigione, la contentezza equivoca e menzognera di una tranquillità falsa nel seguire quello che tutti pensano e fanno. No, non è questa la felicità, non è questa la gioia.
133-134 – Anche il nostro male e i nostri peccati diventano veramente dolore, non seccatura, umiliazione, fonte di scoraggiamento, oppure giustificazione; no, restano chiari, sempre più chiari, e diventano dolore, dolore e dolore, che è, insieme alla gioia, il grande segno dell’amore.
149 – Passare dal sentimento della mia persona come amor proprio, come possesso di me, come voglia di me stesso, come legge a me stesso, al sentimento di appartenenza, che è il sentimento più liberante che ci sia, più liberante della gioia – perché non esiste gioia più grande come quella del bambino che appartiene alla madre, neanche quella dei primi momenti in cui una donna appartiene a un uomo -, questo passaggio implica un sacrificio: sembra di perdersi.
186-187 –
«Tu ci guidi nell'Esodo nuovo, alla gioia profonda di Pasqua»
Inno del tempo di quaresima
Cosa è l’Esodo nuovo se non l’uscita dalla schiavitù dei limiti delle cose che facciamo tutti i giorni, da questa banalità, da questa meschinità, da questa nullificazione del nostro destino eterno e della nostra natura di rapporto con l’infinito.
197 – E l’Esodo nuovo è dalla banalità del lavare i piatti alla gioia profonda di Pasqua, che è nel lavare i piatti con quella verità di sé che è l’appartenere a un Altro.
251 – Non ci può essere dolore dei propri peccati, se non nella letizia della certezza, della sicurezza e dell’amicizia di Cristo: se non nella misericordia.
282 – La sincerità è il desiderio di una disponibilità a Dio della nostra vita: qui sta la radice della gioia, della letizia, anche in mezzo alle circostanze più avverse.
Gratuità
263 – È lo schema del mondo che impedisce la carità, cioè quel rapporto con l’altro vissuto in modo totalmente gratuito.
Il rapporto tra gli uomini, come norma, non è gratuito, segue un certo calcolo, un certo calcolo di interesse, di ricompensa. Il gratuito, amare gratuitamente, la gratuità è soltanto di fronte al destino, vedendo nell’altro il suo destino, vedendo l’altro come destinato all’infinito, come amico di Cristo. Questa è l’unica sorgente di gratuità, l’unica, non c’è madre e figlio che tengano, non c’è uomo e donna che tengano!
La gratuità che è l’ideale per cui il cuore dell’uomo è fatto, è infinita.
Scatta, scaturisce, là dove lo sguardo dell’altro è senza menzogna, vale a dire il bene che si fa è spoglio totalmente di calcolo solo se si vede nell’altro il destino che gli freme dentro, il cuore, il suo rapporto con Cristo.
Grazia
12-13 – Nella storia ci è stato preparato un posto. La grazia, questa liberalità misteriosa di Colui che fa tutte le cose, ha investito la nostra persona, dapprima nella descrizione silenziosa del Battesimo e quindi con parola e con voce sempre più chiara, sempre più imponente, nel tessuto della nostra educazione, lungo lo svolgimento del nostro tempo.
Come è significativo che ci siano tra di noi una settantina di sacerdoti! Ma la festa di questa sera è per loro, come per ognuno dei presenti, determinata dalla grazia che li ha scelti come cristiani, dalla grazia del nostro Battesimo.
La grazia della fede ci è stata data perché attraverso di noi giunga agli altri uomini, attraverso la nostra vita sia partecipata a tutto il mondo.
65 – Abbiamo addosso questa inclinazione al nulla (peccato originale). Perciò bisogna contrastarla; e per questo occorre qualcosa che non è nostro – perché noi, per nostro conto, andremmo a fondo -: si chiama «grazia», qualcosa che ci è dato come dono.
110 – I suoi comandamenti sono il riconoscere Cristo, si riconducono tutti lì, perché senza di Lui non possiamo fare niente. Allora, anche tutta la coerenza morale è una Sua grazia che avverrà, che avviene, che sta avvenendo, se Lo riconosciamo.
117-118 – La sua luce, la luce della fede, l’energia della fede è come se non riuscisse a penetrare l’oscurità o l’ottusità della nostra anima, del nostro cuore.
Per questo una grazia si è aggiunta alla grazia: alla grazia della fede si è aggiunta per noi la grazia della nostra compagnia, la quale non ha che uno scopo, quello di richiamarci continuamente alla fede come vita, di nono lasciarci abbandonati alla nostra distrazione, di non lasciarsi fuorviati dalle nostre interpretazioni e dai nostri progetti, di non lasciarci stremati e resi solitari dalla nostra debolezza.
Che grazia, Signore, hai aggiunto alla grazia dell’incontro con Te!
118 – Anche nella grazia della nostra compagnia, in un modo forse più meschino e cattivo, anche nella compagnia che Lui ci dà perché siamo sostenuti giorno per giorno, possono entrare, anche lì, il disprezzo o il lamento, possono dominarvi l’invidia e la gelosia, la parzialità, l’emarginazione, il disinteresse.
145 – Questa generazione nuova, amici miei, questa grazia di scelta, per che cosa ci è stata data? Si tratta di scelta, amici.
Ci è stata data questa grazia perché noi la comunichiamo: si chiama testimonianza.
162 – È bellissimo il paragone che ha fatto don Giacomo: dire che è frutto di una storia vuol dire che è una grazia, vuol dire che non è un progetto nostro.
165 – Secondo me, lo dico in rapporto alla regola, l’ubbidienza alla regola è come la domanda cosciente di questa grazia e la domanda cosciente di questo abbandono.
196-200 – Péguy dice che, per sperare, «bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto una grande grazia».
Abbiamo davanti l’esempio dei bambini: hanno ricevuto una grande grazia e sono molto felici; hanno ricevuto la vita, cioè padre e madre, perché non esiste la vita in astratto!
197 – Così, per poter avere la speranza che Egli «ci guidi nell’Esodo nuovo, alla gioia della Pasqua», bisogna essere molto felici, avere ricevuto una grande grazia.
Amici miei, la grande grazia è questa realtà in cui siamo: è quello che la Chiesa ha chiamato Fraternità, è questa esperienza della fede.
[…] questa è la grande grazia che abbiamo ottenuto, secondo la discrezione con cui la libertà di Dio rispetta la nostra libertà.
Ci è stata fatta la grazia della fede, presentita come qualcosa di profondamente persuasivo e di pertinente, anzi, di identico alla vita.
«La tua grazia vale più della vita»
salmo 83
248 – Quando uno dice «l’amore a me stesso», dice l’amore a un Altro che lo sta facendo, l’amore al dono di un Altro: io sono grazia!
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