Esercizi Spirituali di don Giussani “Una strana compagnia” anni 85-86-87

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Lettera «A»
Affezione
235 – C’è una parola che esprime questa presa dell’io è la parola «affezione»: è l’affezione a Cristo.
301 – Ricordiamo che l’affezione, la carità, l’amore tra di noi non può identificarsi innanzitutto coi m odi che noi stabiliamo per voler bene agli altri: come a dire, noi facciamo delle nostre opere queste sono le cose più utili per gli altri.
affezione a Cristo
235 – C’è una parola che esprime questa presa dell’io è la parola «affezione»: è l’affezione a Cristo.
238-241 – La prima caratteristica dell’affezione a Cristo è questa sicurezza e certezza, perché Cristo è il senso della vita e la forza di tutto, perché Cristo è il Mistero di Dio che è diventato uomo.
Se io mi affido a Lui, se io Lo guardo e Lo ascolto, se io ne ho coscienza, se io Lo seguo, io farò cose ancora più grandi di quelle che ha fatto Lui, che era da solo e dopo duemila anni ne parliamo tutti.
239 – È ancora potente che, dopo duemila anni, si parli di affezione a Lui.
Questa affezione diventa sorgente anche della mia vita ascetica, mi fa venire voglia di essere migliore.
240 -«Vi ho chiamato amici». Perciò, non è solo affezione che indubbiamente ci fa appoggiare con sicurezza a Te, o Cristo; no, è qualcosa di più, che io non so dire, ma me lo saprete dire voi, che volete bene alla vostra donna.
241 – Se la prima caratteristica dell’affezione a Cristo è la sicurezza, la seconda caratteristica deve essere la familiarità, l’intimità: l’intimità e la familiarità.
243-246 – tutta la legge è amare Cristo, è questa affezione a Cristo.
244 – La questione centrale non è essere capaci di fare così, così e così, di rispettare le leggi così, così e così: no, è l‘affezione a Cristo.
245 – Le due caratteristiche dell’affezione a Cristo sono: primo la sicurezza e la certezza – «Io sono la via, la verità, e la vita», […] e secondo la caratteristica più immediata dell’affezione, è la familiarità.
246 – È una familiarità – questa è la parola più grande – potremmo dire che è una affezione affettuosa, in cui però tutto quello che io faccio è coinvolto con Te.
248 – La prima conseguenza dell’affezione a Cristo è la scoperta dell’amore, della tenerezza verso se stessi; lo stupore, l’ammirazione, la venerazione, il rispetto, l’amore a sé, a sé!
252- La prima conseguenza dell’affezione a Cristo è il ritorno a noi stessi, l’amore e la stima, la venerazione e la tenerezza verso di sé, verso questo qualcosa che non è mio, ma da cui parte tutto, perché è me stesso: qualcosa che non faccio io, ma che fai Tu.
261- Da Cristo, dall’affezione a Lui nasce una realtà umana in cui la legge è il perdono.
affezione come amore a Cristo
201 – Adagio adagio impariamo ad amare Cristo.
«L'amore bramando inoltrarsi verso Colui in cui la vita trova tutto il suo domani»
K. Wojtila «Meditazione sulla mort. I .»
235-236 – Pensiamo ai primi, Giovanni e Andrea, e poi Simone e Filippo e Natanaele soprattutto: la maggior parte di loro erano già sposati e che cosa provavano per quell’uomo? L’ho detto: affezione, non trovo altra parola: affezione! Non uso la parola «amore» – che è quella giusta – perché è tutta piena di ridondanze che disturbano. La parola «affezione» la traduce forse in termini più concreti.
244 – La questione centrale non è essere capaci di fare così, così e così, di rispettare le leggi così, così e così: no, è l’affezione a Cristo.
276 – Se il rapporto con Cristo, vale a dire se il nostro atteggiamento verso il destino, se il valore della vita lo concepiamo come risultato di nostre azioni, di nostre opere, di un nostro progetto, allora tutto è vano, tutto è precario e vano, non solo come tempo, ma anche come tempo, vale a dire svanisce come una nube nel mattino o come la rugiada all’alba, perché innanzitutto dà al nostro destino, all’ al servire Cristo, la misura del nostro cervello, la misura di quello di cui abbiamo voglia noi, la misura nostra.
283 – Un cosa sola è necessaria, questa dobbiamo difendere: l’umiltà che ci fa percepire il nostro nulla e la povertà che ci fa comprendere come l’unica sorgente della ricchezza della vita, del valore della vita, è riconoscere e amare Cristo.
Che la Madonna ci renda simili a lei.
affezione come familiarità (ti ho chiamato amico)
241-242 – Sapete quando la rabbia dell’uomo contro Dio, si rivela? Quando Dio diventa familiare. È come se non lo sopportasse.
Perché se Dio diventa familiare, vuol dire che tutta la vita deve centrarsi su di Lui, deve girare intorno a Lui!
La caratteristica dell‘affezione a Cristo è la sicurezza, la seconda caratteristica deve essere al familiarità, l’intimità: l’intimità e la familiarità.
«Ti ho chiamato amico», ti chiamo amico, perché l’amico è quello che partecipa a tutto quello che uno è.
E per questo il rapporto uomo-donna è come l’ideale emblematico di quello che è l’amicizia, perché l’amico è chi partecipa a tutto quello che uno è.
«Tutto quello che il Padre mi ha dato, io lo condivido con te», tutto me stesso! Cosa mi ha dato? Tutto!
242 – Dio è diventato familiare: questa è veramente la questione grande, dobbiamo essere colpiti da questo.
245-246 – La coscienza della Tua presenza, questo è ciò che cambia il mondo.
La seconda caratteristica più immediata dell’affezione è la familiarità: «Ti ho chiamato amico»: l’amico entra dappertutto, non c’è segreto, non c’è una cosa mia, non c’è separazione.
È la totalità della vita che si coinvolge con Te, o Cristo, è una familiarità – questa è la parola grande -; potremmo dire che è una affezione affettuosa, in cui però tutto quello che io faccio è coinvolto con Te.
affezione come sicurezza
237-239- Ciò che conserva la vita, ciò che la fa diventare vita, chela fa arrivare al suo destino viva, è la coscienza di questa Presenza.
È la sicurezza, la certezza la prima nota di questo sentimento o di questa affezione: è la sicurezza e la certezza che Tu, o Cristo, sei in cammino.
Quello che mi interessa è guardarti, pensarti e invocarti, perché la certezza e la sicurezza è la Tua presenza, è la Tua vicinanza. Io sto con Te.
238 – «Non sia turbato il vostro cuore, abbiate sicurezza in Dio e abbiate sicurezza in me. Nella casa del Padre mio ci sono molti posti»; ognuno ha la sua fisionomia, ognuno ha le sue circostanze, e «per ognuno di noi è preparato un posto».
Giovanni capitoli 14-15-16 -17
La prima caratteristica dell’affezione a Cristo è questa sicurezza e certezza, perché Cristo è il senso della vita e la forza di tutto, perché Cristo è il Mistero di Dio che è diventato uomo.
239 – «Chi è sicuro di me, farà le cose che io faccio, e ne farà di più grandi»
Gv 14,12
(Il bambino) Anche se sbaglia, anche se adesso è fragile e incoerente, e non è capace di portar niente, capisce che però lui diventerà come suo padre e sua madre: è questa la sua sicurezza.
È questa la sicurezza per cui, pur con tutti i miei difetti ed errori, Signore, stando con Te, io non so come, ma in me si compiranno cose più grandi di quelle che hai fatto Tu duemila anni fa!
Allora capisco: questa affezione diventa la sorgente anche della mia vita ascetica, mi fa venir voglia di essere migliore, mi fa venir voglia che sia corretto questo e quest’altro, mi fa desiderio di non sbagliare più, senza che mi scoraggi mai se sbaglio ancora.
241 – La prima caratteristica dell’affezione a Cristo è la sicurezza.
245 – La sicurezza e la certezza – «Io sono la vita, la verità e la vita», e perciò con te, Signore, avverranno di me cose anche più grandi di quelle che hai fatto Tu, cioè io so che cambierò, io so che Tu mi convertirai, perché senza di Te io non posso fare niente.
affezione vissuta
255 – «Amatevi gli uni gli altri«: questo è il comando. Ma il comando è una cosa che deriva da una realtà vissuta.
Non c’è un comando: quello che Gesù e la Bibbia chiamano comando, o comandamento, non è che la conseguenza inevitabile di una realtà vissuta, di un’affezione vissuta.
Amare/amore
14 – La serietà, la responsabilità, il desiderio, l‘amore alla via: questa è la tensione della giornata, la consistenza di ogni giorno.
134 – Anche il nostro male e i nostri peccati diventano veramente dolore, non seccatura, umiliazione, fonte di scoraggiamento, oppure giustificazione; no, restano, restano chiari, sempre più chiari, e diventano dolore, dolore e dolore, che è, insieme alla gioia, il grande segno dell’amore.
139 – Quando dico «io», il sentimento del mio io è che appartengo a un Altro.
Questo è proprio ciò per cui l’uomo è fatto. E infatti si chiama poi amore, perché l’amore in una creatura è il riconoscimento di appartenere, non è una iniziativa: l’iniziativa è ili riconoscimento di essere invaso e fatto per tutta la trama della propria carne e del proprio sangue.
144-146 – È un tipo di essere così nuovo l’uomo che riconosce di appartenere a Dio, che riconosce che il suo io è appartenere a un Altro, cioè che l’essenza della sua vita, la legge della sua vita è l’amare – perché amare è riconoscere che la mia vita sei Tu, cioè la mia vita è affermare Te -.
Quelle «nuove forme di vita per l’uomo», cui il Papa accennava in quest’aula, come trama espressiva di una civiltà nuova della verità e dell’amore, nascono non dall’interesse, dal piacere, dalla convenienza, dalla coincidenza, ma da un’altra cosa: dal riconoscere che io appartengo a Cristo e tu appartieni a Cristo.
146 – Guardate, amici miei, che nessuno di noi può scappare da questo giudizio sulla sua vita: perché la nostra vita sarà giudicata dall’amore, vale a dire dalla passione della testimonianza a Cristo è il riverbero della passione dell’appartenenza a Lui, comunque siamo.
153 – «L’amore dimostratoci da Cristo ci strugge». Perché «uno è morto per tutti», è morto affinché gli altri uomini «non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e resuscitato per loro».
182 – La nostra forza è la forza del povero. E la forza del povero che non ha niente è quella di stendere la mano, è quella di chiedere la fede, è quella di desiderare la fede, è quella di amare ciò che nella vita si sente così tradito anche da noi stessi.
191 – Se la verità della nostra vita è questa Presenza cui apparteniamo tutti, essa esalta, approfondisce, rende eterno l’amore alla donna e all’uomo, ai figli e alle cose.
221 – Chiediamo al Signore che diventi il cuore della vita, così che uno, guardando la moglie o il marito, i figli, o il compagno di lavoro o quello che è sul tranvai o sul treno insieme con lui, li guardi con amore, con l’amore, con l’amore e la tenerezza con cui dovrebbe guardare se stesso.
225 – Poiché la madre è la salvezza del bambino, il padre è la salvezza di suo figlio, fin là dove padre e madre sono sorgente della vita e dell’essere. Per questo, per salvare bisogna amare, occorre poter dare la vita e amare.
Solo chi dà la vita e chi ama salva; solo chi dà la vita, e perciò ama, salva.
243-244 – Tutta la legge è amare Cristo, è questa affezione a Cristo. La questione centrale non è essere capaci di fare così, così e così, di rispettare le leggi così, così e così: no, è l’affezione a Cristo.
252 – La sorpresa di questa cosa che non faccio io, che è me stesso, il mio io che sei Tu, o Dio: il mio io sei Tu. Allora capisco che la legge della vita è l’amare, perché « il mio io sei Tu» è proprio la formula dell’amore.
E non esiste un altro modo di essere umani, non esiste una legge umana – umana!-, se non a questo livello; infatti tutto il resto ha come paradigma l’amore a sé: «Ama il prossimo tuo come te stesso».
E se non ami te? Ma come fai ad amare te, che non sei capace di niente, e lo sai benissimo, se non sei accecato dall’amor proprio?
Ami te stesso perché scopri che un Altro ti sta facendo, perché sei creatura.
La prima conseguenza dell’affezione a Cristo è il ritorno a noi stessi, l’amore e la stima, la venerazione e la tenerezza verso di sé, verso questo qualcosa che non è mio, ma da cui parte tutto, perché è me stesso: qualcosa che non faccio io, ma che fai Tu.
276 – «Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che alba svanisce» (Os6,4). Se il nostro rapporto con Cristo, vale a dire il nostro atteggiamento verso il destino, se il valore della vita lo concepiamo come il risultato di nostre azioni, di nostre opere, di un nostro progetto, allora tutto è vano, tutto è precario e vano, non solo come tempo, ma anche come tempo, svanisce come una nube al mattino o come rugiada all’alba, perché innanzitutto tutto dà al nostro destino, all’amore a Cristo, al servire Cristo, la misura del nostro cervello, la misura di quello di cui abbiamo voglia noi, la misura nostra.
È il Signore che si è fatto conoscere. Allora dobbiamo veramente far prevalere l’amore alla nostra attività, sul nostro attivismo, la nostra conoscenza di Dio sulle nostre opere, su tutte le nostre opere.
279 – […] Il Signore sa di che pasta siamo fatti. Pr questo Osea dice che il nostro amore e i nostri propositi sono brevi come una nube al mattino e la nostra buona volontà è come una rugiada che all’alba subito svanisce.
294 – «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte».
!Gv 3,11-16
296 – Oltre che richiamarci a Cristo e richiamarci all’amore tra noi, quello che ci è stato dato, ci è stato dato perché fosse dato, vale a dire è per un compito, una missione.
301 – Lo dobbiamo riconoscere, come è facile amare il proprio amore ai figli e non i figli, o prima che i figli!
Come c’è il pericolo di essere attaccati al proprio modo di amare i figli, prima e più ancora che amare veramente i figli, così è tra di noi.
Ricordiamoci che l’affezione, la carità, l’amore tra di noi può identificarsi innanzitutto coi modi che noi stabiliamo per voler bene agli altri: come a dire, noi facciamo delle nostre opere e queste sono le cose più utili per gli altri.
Se ci sono persone che non amiamo così come Cristo le ama, se ci sono persone di cui non vogliamo il bene e più di tutte le modalità che n oi riteniamo giusto usare nei rapporti con loro, noi siamo come fuorigioco.
amore all’altro/agli altri
167-168 – C’è un grande principio per imparare ad applicare una legge, una legge morale, un ideale, l’ideale dell’amore all’altro: per imparare a vivere questo ideale non si può saltare la necessità di quello che il Vangelo chiama prossimità.
La prossimità è ciò che il Signore ti mette vicino. Se ti infischi di trattare con amore chi Iddio ti mette vicino, anche se decidi – per amore dei venezuelani, poniamo – d’andare a parlare ai poveri del Venezuela, anche se vai in Venezuela per i più poveri del Venezuela, non è vero che tu applichi la carità: applichi il tuo concetto di socialità, di umanitarismo, ma non è carità, perché la carità è amare l’altro per il mistero del suo rapporto con Dio.
168 -. Ecco allora il vantaggio di una vicinanza creata non perché c’è attrattiva, non perché c’è un interesse: una vicinanza di persone che si accetta proprio come una scuola, una scuola per amare l’altro, per imparare ad amare l’altro, per imparare a vivere una compagnia che ci faccia camminare verso io destino, così che, imparando lì, si torni anche là dove c’è l’attrattiva prevalente (come la famiglia) o l’antipatia, la seccatura permanente (come la famiglia!), e si impari a guardare l’altro in un modo diverso, attraversando la simpatia, attraversando l’antipatia.
Così che, poi, l’esito è che il primo luogo dove uno veramente vive questa carità è la sua famiglia, è sua moglie o suo marito.
202 – «Tutto l’amore e la nostalgia e la cura di cui sono capace sono concentrati sul viso umano che mi è più vicino. In questo momento è il tuo viso, Carl: tu e tutto ciò che sei»
M.West, I giullari di Dio
254-256 – Questo amore all’uomo traboccante di pace, che dovrebbe portare innanzitutto ognuno di noi a se stesso, alla scoperta piena di tenerezza e di stima del vero se stesso, vale a dire di quel pezzo di noi che è rapporto con Dio, questo amore all’uomo traboccante di pace, per poco che noi riconosciamo quella Presenza, per poco che noi abbracciamo quella Presenza, per poco che noi ne viviamo la memoria, per poco che quella Presenza sia presenza, ha un risultato immediato – proprio immediato psicologicamente! – che è l’amore agli altri uomini.
«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, e pregate per i vostri persecutori. […] Se amate, infatti, quelli che vi amano, quale merito ne avrete?»
Mt 5,43-44.46-47
255 – […] avrete visto quante volte il Signore dà come test, come sintomo del riconoscimento che si ha di Lui, che si abbiano ad amare gli altri come fratelli. «Amatevi gli uni e gli altri»: questo è il comando.
È il rapporto affettivo con la presenza di Cristo che sola – “sola” nel senso assoluto del termine – rende capaci di affezione verso gli altri; verso gli altri, badate, incominciando dalla moglie e dal marito – perché non c’è assolutamente differenza se non quantitativa -, o dai figli, o da chi è vicino.
«Da questo riconosceranno che mi avete riconosciuto: se vi amerete gli uni e gli altri».
Gv 13,35
«Ama il prossimo tuo come te stesso».
Mc 12,31
Come fai a fare unità con l’altro, quando non c’è unità con te? E non c’è unità con te, se non ti ami di un amore vero, se non hai stima e tenerezza verso di te – non verso quello che pensi o che fai, non verso le tue reazioni -: non l’amor proprio, ma l’amore a te come creatura di un Altro.
266-267 – (La lettera agli Efesini) Descrive il miracolo di questa umanità, di questo uomo nuovo, vale a dire l’uomo che riconosce la presenza di Cristo, l’uomo che è affezionato a Cristo, e che perciò ha riscoperto l’amore a se stesso e ha scoperto l’amore agli altri, l’amore gratuito, la carità, chàris, la gratuità, l’amore all’altro perché Cristo anche a lui ha detto: «Amico, vieni!».
300-301 – Ti credo Signore anche se sono così miserabile! E lo esprimo, questo credere, nell’amore ai fratelli.
«Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare vita per i fratelli».
Gv 3,16
Se ci sono delle persone che non amiamo così come Cristo le ama, se ci sono delle persone di cui non vogliamo il bene prima e più di tutte le modalità che noi riteniamo giusto usare nei rapporti con loro, noi siamo come fuorigioco.
amore a sé
248-249 – La prima conseguenza dell’affezione a Cristo è la scoperta dell’amore, della tenerezza verso se stessi; lo stupore, l’ammirazione, la venerazione, il rispetto, l’amore a sé, a sé! Perché, quando uno dice «l’amore a me stesso», dice l’amore a un Altro che lo sta facendo, l’amore al dono di un Altro: io sono grazia.
Confondiamo l’amore e la tenerezza verso noi stessi con l’amor proprio.
249 – Chi è fondato sull’amor proprio l’ultimo pensiero che ha è l’amore a se stesso.
251-252 – La prima conseguenza del riconoscimento della presenza di Cristo, di Dio fatto uno di noi, è l’amore e la tenerezza verso se stessi.
La prima conseguenza della coscienza della Sua presenza, che è l’essenza della moralità, la prima conseguenza è una scoperta strana, la scoperta dell’amore a sé.
Allora capisco che la legge della vita è l’amare, perché «il mio io sei Tu» è proprio la formula dell’amore.
E non esiste un altro modo di essere umani, non esiste una legge umana – umana!, se non a questo livello; infatti tutto il resto ha come paradigma l’amore a sé: «Ama il prossimo tuo come te stesso».
E se non ami te? Ma come fai ad amare te che non sei capace di niente, e lo sai benissimo, se non sei acciecato dall’amor proprio? Ami te stesso perché scopri che un Altro ti sta facendo, perché sei creatura; tu, o Dio, mi stai facendo.
La prima conseguenza dell’affezione a Cristo è il ritorno a noi stessi, l’amore e la stima, la venerazione e la tenerezza verso sé, verso questo qualcosa che non è mio, ma da cui parte tutto, perché è me stesso: qualcosa che non faccio io ma che fai Tu.
255-256 – Come fai a fare unità con l’altro, quando non c’è unità con te? E non c’è unità con te, se non ti ami di un amore vero, se non hai stima e tenerezza verso di te – non verso quello che pensi o che fai, non verso le tue reazioni -: non l’amor proprio, ma l‘amore a te come creatura di un Altro.
amor proprio
149 – Passare dal sentimento della mia persona come amor proprio, come possesso di me, come voglia di me stesso, come legge a me stesso, al sentimento di appartenenza, che è il sentimento più liberante che ci sia, più liberante della gioia, questo passaggio implica un sacrificio: sembra di perdersi.
177 – Se le iniziative non sono uno strumento per maturare la fede, il movimento non cresce: saranno cose che fanno piacere e soddisfano l‘amor proprio di chi le fa, ma non fanno crescere il movimento, tanto è vero che sempre, quando sono impostate in un certo modo, sono chiuse in se stesse e generano divisioni, o meglio estraneità.
248-250 – Confondiamo l’amore e la tenerezza verso noi stessi con l‘amor proprio. L’amor proprio è il contrario, non è lo stupore e la tenerezza verso se stessi, che ho quando mi tocco e dico: «Dio, non sono mio: non mi faccio da me, è una grazia che tocco».
L’esistenza, la vita, per questo è sacra: perché non è mia! Invece l’amor proprio è il contrario, l’amor proprio è l’attaccamento alle proprie reazioni, di due tipi: alle proprie reazioni come reattività e alle proprie reazioni come opinione. Allora uno è attaccatissimo alle proprie istintività, e così è come spappolato.
Così l’amor proprio ci frammenta, fa un polverone di tutte le nostre reazioni e opinioni.
149 – E chi è fondato sull’amor proprio l’ultimo pensiero che ha è l’amore a se stesso.
Ecco, chi è attaccato all’amor proprio è lontanissimo da se stesso: non ha né attenzione, né stima, né tenerezza verso se stesso.
Chi è attaccato all’amor proprio, di fatto, ha stima solo di sé stesso: non ha attenzione, né stima, né tenerezza verso se stesso.
Chi è attaccato all’amor proprio, di fatto, ha stima solo di sé, quando riesce; se non gli riescono le cose, allora è proprio disperato.
250 – Mentre uno lo afferra per appoggiarsi, quel bene gli grida: «Addio»! L’amor proprio è così.
255-256 – E non c’è unità in te, se non ti ami di un amore vero, se non hai stima e tenerezza verso di te – non verso quello che pensi o che fai, non verso le tue reazioni-: non l’amor proprio, ma l’amore a te come creatura di un Altro.
amare gratuitamente
254 – Ma questo amore traboccante di pace, che dovrebbe riportare innanzitutto ognuno di noi a se stesso, alla scoperta piena di tenerezza e di stima del vero se stesso, vale a dire di quel pezzo di noi che è rapporto con Dio, questo amore all’uomo traboccante di pace, per poco che noi riconosciamo quella Presenza, per poco che noi abbracciamo quella Presenza, per poco che noi viviamo la memoria, per poco che quella Presenza sia presenza, ha un risultato immediato – proprio immediato psicologicamente! – che è l’amore agli altri uomini.
263 – È lo schema del mondo che impedisce la carità, cioè quel rapporto con l’altro vissuto in modo totalmente gratuito.
Il rapporto tra gli uomini, come norma, non è gratuito, segue un certo calcolo, un certo calcolo di interesse, di ricompensa.
Il gratuito, amare gratuitamente, la gratuità è soltanto di fronte al destino, vedendo nell’altro il suo destino, vedendo l’altro come destinato all’infinito, come amico di Cristo. Questa è l’unica sorgente di gratuità, l’unica, non c’è madre e figlio che tengano, non c’è uomo o donna che tengano!
La gratuità, che è l’ideale per cui il cuore dell’uomo è fatto, è infinita. Scatta, scaturisce, là dove lo sguardo dell’altro è senza menzogna, vale a dire il bene che si fa è spoglio totalmente di calcolo, e può essere spoglio totalmente di calcolo solo se si vede nell’altro il destino che gli freme dentro, il cuore, il suo rapporto con Cristo.
280 – Per creare una cosa nuova nel mondo, per rendere possibile nel mondo la gratuità, l’amore gratuito, cioè il divino, per rendere possibile nel mondo il miracolo del perdono, noi non dobbiamo fare nessun preventivo, né amare la nostra volontà o la nostra immagine.
voler bene
178 – Chi trasforma la nostra vita, chi ci rende capaci di voler bene ai figli, chi ci rende capaci di voler bene a quelli della Fraternità, chi ci rende capaci di voler bene, perdonando, a quelli del movimento, è Cristo: è Cristo, presenza che salva.
255 – Un bambino vuole bene al papà e alla mamma non perché gli si dice: «Devi voler bene al papà e alla mamma» non perché gli si dice: «Devi voler bene al papà e alla mamma», come un comando: è il risultato, la conseguenza di una affezione che egli vive, di un rapporto affettivo che sente.
301- Ricordiamo che l’affezione, la carità, l’amore tra di noi non può identificarsi innanzitutto coi modi che noi stabiliamo per voler bene agli altri: come a dire, noi facciamo delle nostre opere e queste sono le cose più utili per gli altri.
No! Ci deve essere una libertà totale, una povertà totale in principio: noi dobbiamo aderire all’altro innanzitutto per quello che è. Se ci sono delle persone che non amiamo così come Cristo le ama, se ci sono delle persone di cui non vogliamo il bene prima e più di tutte le modalità che noi riteniamo giusto usare nei rapporti con loro, noi siamo come fuorigioco.
Facciamo tutta la fatica possibile, ma non possiamo pensare a Cristo senza che abbiamo a voler bene alla gente!
Sto parlando non della “gente”, ma innanzitutto della gente che è tra noi, perché la comunità, ola compagnia, o il gruppo di Fraternità è il luogo della scuola, dove si impara a voler bene.
Ecco allora che, da questo tipo di compagnia che ci richiama a Cristo, che fa voler bene vicendevolmente – e non è una cosa sentimentalmente facile il voler bene – […] è naturale che vengano tante immaginazioni e tanta voglia di incarnare in coese da fare, in opere questo nostro nuovo modo di sentire, in opere di tutti i generi.
Amicizia/amico
20 – Ai nostri amici universitari ho ricordato parecchio volte […] questa poesia che mi piace tanto perché è come riassuntiva di tutto lo spunto umano a cui ci siamo appoggiati nei primi dieci anni della nostra storia:
« Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco. / Uno sconosciuto lontano lontano. / Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia./ Perché egli non è presso di me. [...] // Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?/ Che colmi tutta la terra della tua assenza?» (Pär Lagerkvist, Barabba).
24 – Se pensiamo che il valore, la consistenza e il valore della nostra vita stanno nella responsabilità di questa vicinanza di Cristo e quindi di questa vicinanza tra uomini, di questa vicinanza tra di noi, dobbiamo allora capire che l’amicizia e la compagnia che intendiamo vivere sono per non permettere che abbiamo a sospendere o a lasciare sospesa la nostra iniziativa in tal senso.
43 – Il metodo dell’assemblea è quello di aiutarci a chiarire la modalità di vita di questa esperienza che chiamiamo, anzi, che la Chiesa chiama «Fraternità di Comunione e Liberazione».
Il metodo di un’assemblea è quello dunque di lasciarci correggere, di lasciarci suggerire da Dio attraverso la parola dell’amico e del fratello.
86 – Ma che cosa è la vita di un’amicizia come la nostra, se non un’Eucarestia che continua nel giorno, letteralmente una comunione che continua, che investe la giornata? Lì noi vediamo il Cristo risorto!
87 – «Ciò che dovunque, altrove, è una frustrazione,/ qui non è che una dolce e lunga obbedienza;/ ciò che dovunque, altrove, è costrizione di regola,/ qui non è che punto di partenza e movimento di abbandono;/ […]ciò che dovunque, altrove, è una lunga usura e logoramento, / qui non è che sostegno o occasione di crescita:/ ciò che dovunque, altrove è confusione,/ qui non è altro che l’apparire della bella avventura.»
Péguy, «Preghiera di residenza»
88 – Questo brano di Péguy realmente deve stabilire, indicare, un traguardo di amicizia ideale, di convivenza ideale; deve indicare l’orizzonte di una umanità realmente, concretamente diversa nel modo di pensare, di sentire, di comportarsi.
93 – L'amicizia vera è una compagnia al destino, cioè a Cristo. L'amicizia si definisce dallo scopo per cui si è insieme, per cui essa nasce.
L’amicizia vera, l’amicizia in cui è l’uomo che viene toccato fin nel cuore, è una compagnia guida da al destino.
Perciò quella dei gruppi della Fraternità è una amicizia formativa, diciamo ascetica, perché vuole essere un alveo che costringa alla verità di sé, cioè che costringa a un rapporto vero con Cristo.
192 – La fraternità potrebbe non aggiungere proprio nulla, eccetto quell’amicizia e quella trama di rapporti che sostiene, quella trama di rapporti che è una amicizia.
L’amicizia non aggiunge niente alla vita, è un aiuto alla vita.
234 – Noi imitiamo la perfezione del Padre se cerchiamo di essere sempre con Cristo, di non lasciarlo mai. Perché, ditemi per favore, che cosa più concreta di questa c’è nella nostra vita, che cosa di più reale e concreta di questa Presenza c’è nella nostra vita? Questo è il punto: uno benedice questa amicizia e questa compagnia perché gli ha fatto intuire questo, lo richiama a questo, altrimenti noi vivremmo bene come gli ebrei e gli scribi di allora, sapendo bene tutte le leggi, andando in chiesa, e facendo tutte le riunioni.
245-246 – La seconda caratteristica più immediata dell’affezione, è la familiarità. «Ti ho chiamato amico». l’amico entra dappertutto, non c’è segreto, non c’è una cosa mia, non c’è separazione.
246 – Sei l’amico di quello che sono, così come sono, perché Tu mi farai diventare diverso, perché compirai attraverso di me cose più grandi di quelle che hai compiuto allora.
Amicizia ascetica
93 – L’amicizia vera è una compagnia al destino, cioè a Cristo. L’amicizia si definisce dallo scopo per cui si è insieme, per cui essa nasce.
L’amicizia vera, l’amicizia in cui è l’uomo che viene toccato fin nel cuore, è una compagnia guida da al destino.
Perciò quella dei gruppi della Fraternità è una amicizia formativa, diciamo ascetica, perché vuole essere un alveo che costringa alla verità di sé, cioè che costringa a un rapporto vero con Cristo.
108 – Una regola per laici nel mondo, come è la Fraternità, applica i valori ascetici del convento nella nostra vita, perché dipendenza da una persona, anche se è una rogna, può essere un approfondimento del sentimento più grande dell’uomo, che è la dipendenza da Dio, cioè può educare alla coscienza del proprio essere come dipendenza.
amicizia come regola di vita
93-94 – Quella dei gruppi della Fraternità è una amicizia formativa, diciamo ascetica, perché vuole essere un alveo che costringa alla verità di sé, cioè che costringa a un rapporto vero con Cristo. In questo senso, una tale amicizia diventa una regola di vita, una regola per la fede personale.
amicizia come compagnia al destino
93-95 – L‘amicizia vera deve essere la caratteristica di simili solidarietà, perché l’amicizia vera è una compagnia guidata al destino, cioè a Cristo.
L’amicizia si definisce dallo scopo per cui si è insieme, per cui essa nasce. L’amicizia vera, l’amicizia vera , l’amicizia in cui è l’uomo che viene toccato fin nel cuore, è una compagnia al destino.
94 – La prima fondamentale caratteristica, la prima fondamentale dote di una convivenza, tanto più quanto più è stretta, è il perdono. Occorrerà allora la capacità di accogliere il diverso, e quindi la correzione, che è la coscienza esplicitata di essere in cammino, di avere un destino, e quindi un aiuto ad approfondire la coscienza, un aiuto all’approfondimento della conoscenza e della coscienza.
95 – Una solidarietà è reale e non sentimentale quando il movente, la ragione che la determina è la persona nella sua totalità cioè la persona nel suo destino.
Quindi è una solidarietà non sentimentale, che investe la totalità della persona, cioè la persona nel suo destino.
117 – Che grazia, Signore, hai aggiunto alla grazia dell’incontro con Te! Una compagnia che sia vera amicizia, cioè aiuto nel cammino a te!
263 – Il rapporto tra gli uomini, come norma, non è gratuito, segue un certo calcolo, un certo calcolo di interesse, di ricompensa. Il gratuito, amare gratuitamente, la gratuità è soltanto di fronte a destino, vedendo nell’altro il suo destino, vedendo l’altro come destinato al suo destino, vedendo l’altro come destinato all’infinito, come amico di Cristo.
Questa è l’unica sergente di gratuità, l’unica, non c’è madre e figlio che tengano, non c’è uomo e donna che tengano!
amicizia nella coscienza del cammino
53 – L‘amicizia è coscienza del cammino che io faccio con l’altro, coscienza del destino comune, così che se uno di voi tre si rompe una gamba, è impossibile che voi vi troviate con lui ancora soltanto alla Scuola di Comunità: andate a trovarlo!
58 – Voglio semplicemente dire che la difficoltà del vostro raduno conta un millesimo di fronte all’atteggiamento normale, al tipo di coscienza, di compagnia e di amicizia che avete.
Appartenenza/appartenere
63 – Ricordatevi che l’appartenenza alla Fraternità si realizza per il cuore con cui vivete i rapporti tra di voi. […] L’importante non è innanzitutto che si faccia Scuola di Comunità: non è Fraternità perché fa la Scuola di Comunità, ma è Fraternità perché ci si riconosce fratelli sullo stesso cammino, gioiosi della stessa certezza, e perciò ci si aiuta.
131-132 – Riflettete sul fatto che la conversione cui il Signore ci chiama è la verità del nostro io, della nostra persona. E la verità della nostra persona è l’appartenenza, l’appartenere, noi apparteniamo.
Anche psicologicamente e sociologicamente un uomo è forte, una personalità è attiva, è generativa, un gruppo, un popolo – una unità di popolo – è forte e creativo solo se la gente sa a chi appartiene: noi apparteniamo.
Un popolo è forte quando la gente che lo forma ha coscienza di appartenere ad esso.
Con buona pace di tutti, il popolo polacco è di esempio.
I polacchi, con tutti i loro difetti, comuni a tutti gli uomini, sono di esempio assoluto al mondo, senza alcun paragone, perché è gente che ha la coscienza di appartenere a un popolo e a una storia.
132 – Là dove la creatura umana non sa con certezza a chi appartiene, dove non vive con chiarezza una appartenenza, allora, se un bambino è piccolo, diventa schizofrenico, diventa psicologicamente alterato, pieno di complessi, bloccato.
Perciò i complessi che si trattengono e non fanno agire, o la violenza che fa agire sconsideratamente, derivano dall’assenza di una coscienza di appartenenza.
Un bambino che non appartenga a nessuno è un povero bambino.
Al contrario, la creatura uomo è nella posizione di vivere serenamente solo nella coscienza di appartenere.
Appartenere vuol dire che tutta la sua carne e le sue ossa, tutto il moto delle esigenze da cui nascono i pensieri, i desideri, i sentimenti, tutta la energia è come voce di un altro che si identifica in lui, è come qualcosa d’altro che sta dietro e che lo fa.
135 – A noi è stato dato di riconoscere che cosa è Dio e, attraverso Cristo, di riconoscerlo come Colui di cui siamo fatti, a cui apparteniamo, affinché attraverso noi entri nel mondo, si comunichi agli altri.
«Invano sono fuggito: dappertutto ho ritrovato la Legge»
Paul Claudel
La legge è questa appartenenza: la legge del bambino è l’appartenenza a sua madre.
138-141 – Il popolo di Israele ha capito di appartenere a Dio attraverso una storia, la storia che gli era capitata.
Così è di noi. È una senso più banale del termine […] è una storia attraverso cui Dio vuole che noi comprendiamo e che gli apparteniamo.
È il frutto di una storia il capire che apparteniamo: non è frutto di un ragionamento, anche se il ragionamento lo conferma; non è il frutto di una indagine, anche se l’indagine aiuta.
Vivere, esistere è appartenere a Dio, appartenere al Signore.
139 – Quanta gente ha avuto analoghi incontri – padre, madre, scuola, amici, compagnia -, è entrata nella comunità, e adesso non si può dire che la loro vita è appartenere a Dio, che l’appartenenza a Dio è il contenuto della lo coscienza di loro stessi!.
Quando dico «io», il sentimento del mio io è che appartengo a un Altro. Questo è proprio ciò per cui l’uomo è fatto.
E infatti si chiama poi amore, perché l’amore in una creatura è il riconoscimento di essere invaso e fatto in tutta la trama della propria carne e del proprio sangue.
140 – Che devozione, che stima, che attenzione dobbiamo avere verso tutto ciò che ci accade, in quanto è legato alla nostra compagnia o è giudicato da essa, perché la nostra compagnia è il segno della appartenenza a Dio!
La nostra comunità, la nostra Fraternità è il segno della nostra appartenenza a Cristo nel Suo Corpo, che è la Chiesa.
Perciò, tutto ciò che accade deve essere giudicato e voluto in funzione di questa appartenenza tra di noi, di questa appartenenza al nostro corpo, che è segno dell’appartenenza a Cristo, cioè a Dio.
141 – L’uomo che incomincia a capire che il suo essere, la sua personalità è appartenere a un Altro è un uomo diverso.
Ci potrebbe essere una analogia lontanissima, però attraente e patetica: quando una ragazzina è sbandata, smarrita, depressa e inquieta, e incontra un ragazzino che le dice: « Io ti voglio sposare», quella stessa ragazzina da un giorno all’altro è un’altra, è un altro essere, è un’altra persona; da quando percepisce che la sua vita appartiene a un altro, la sua personalità cambia, cioè manifesta potenzialità che prima era come bloccata nel profondo.
Bene, è una lontanissima analogia di quello che capita all’uomo che ha la coscienza d’appartenere a Cristo, a Dio: «io» vuol dire «appartenere a Te», perché tu sei tutto di me, sei il Signore, io Ti appartengo anche con tutto il seguito doloroso dei miei errori e dei miei tradimenti, e questo si chiama misericordia e perdono, perché tu li bruci continuamente e li distruggi e io sono continuamente nuovo in questo riconoscimento di Te, mio Signore, cui appartengo, tutto, anche dunque nei miei errori.
143 -144 – è un tipo di essere così nuovo l’uomo che riconosce di appartenere a un Altro, cioè che l’essenza della sua vita è l’amare – perché amare è riconoscere che la mia vita sei Tu, cioè la mia vita è affermare Te.
147-153 – […] «Vendi quello che hai e seguimi», e quello se ne andò triste. Perché? Perché la moralità è appartenere. Se quel ragazzo avesse avuto la coscienza di appartenere, che apparteneva a Dio, al Signore, che apparteneva a quell’uomo che aveva lì davanti, allora avrebbe lasciato tutto, come hanno fatto altri, gli sarebbe andato dietro; invece per lui la morale erano le leggi, e lui le aveva rispettate tutte.
La moralità è appartenenza.
Allora, sono pieno di peccati e di errori, e Gli appartengo; e sono sicuro, Signore, che tu, siccome appartengo a te che sei risorto da morte, e mi farai risorgere dal mio male, ne sono sicuro!
Se Cristo, a cui appartengo, è risorto da morte, come si fa a dire che io non risorgerò dalla morte del mio male?
148 – Il giovane ricco se ne va e Gesù scaglia l’invettiva contro i ricchi, dalla quale si vede che ricco non è chi ha i soldi, ma chi non è disponibile a Lui, cioè non Gli appartiene, non gli appartiene con tutto quello che ha, anche coi soldi che ha in tasca!
C’è una cosa esistenziale, c’è una condizione psicologica, esistenziale di questo passaggio, il passaggio che è la conversione alla coscienza che il proprio essere è di appartenere a Cristo, appartenere al Signore, a Dio.
149 – C’è una condizione, però, di questo passaggio di conversione al senso dell‘appartenenza attraverso la fedeltà a una storia, destinata a vincere il mondo: perché Cristo, con buona pace di tutti gli aperturisti, non passa alla coscienza e al cuore degli altri, e alla umanità intera, attraverso la natura dell’uomo, ma passa attraverso coloro che sono stati da Lui chiamati!
Passare dal sentimento della mia persona come amor proprio, come possesso di me, come voglia di me stesso, come legge a me stesso, al sentimento di appartenenza, che è il sentimento più liberante che ci sia, più liberante della gioia – perché non esiste gioia grande come il bambino che appartiene alla madre, neanche quella dei primi momenti in cui una donna appartiene a un uomo – questo passaggio implica sacrificio;: sembra perdersi.
150 – Questo è l’unico uomo (Abramo), al di fuori di Cristo, con la “U” maiuscola, perché è l’uomo “di”, che ha capito che la propria persona è “di” un Altro, che la giustizia è la volontà di un Altro: non è la mia misura o il mio progetto o i miei paragoni.
«Seguimi», Cristo a Pietro! Questa è la più bella descrizione della condizione inevitabile: che, per appartenere, uno deve strapparsi dalla carne.
151 – Una ragazza di quindici o sedici anni, che faceva una vita comunissima, ma era come abituata, dalla lettura biblica, da buona ebrea, a sentire l’appartenenza totale del suo essere al Mistero di Dio, e perciò era tutta protesa a quello che doveva accadere.
152 – L’uomo che riconosce finalmente che la sua natura è di appartenere a un Altro è un uomo sempre positivo: è sempre positivo perché appartiene a un Altro.
153 – Nel silenzio rendiamo il cuore disponibile perché i semi di queste parole, il seme della parola «appartenenza a Lui» entri dentro le zolle della nostra terra, in modo tale da farne non più deserto ma terra promessa, piena di rigoglio.
158 – L’esperienza del movimento non è nient’altro che la scoperta e la volontà di vivere l’esistenza come appartenenza a Cristo.
Allora, se l’esperienza del movimento è essere educati a vivere, a riconoscere e a vivere la vita come appartenenza a Cristo, è tutta la vita che appartiene a Cristo.
161-162 – (Domanda in una assemblea) «Come l’appartenenza, e quindi la Fraternità, è frutto di grazia, è frutto di avvenimenti che sono accaduti e che accadono?»
L'appartenenza è come abbandonarsi.
Come il bambino: la forza del bambino è l’abbandono che ha: dire che è frutto di una storia vuol dire che è una grazia, vuol dire che non è un progetto nostro.
169-170 – Uno va in convento, va in monastero, perché vuole essere in una compagnia, sceglie una compagnia che lo aiuti ad andare a fondo dell’amore a Cristo, nel vivere l’appartenenza a Cristo e nel testimoniare al mondo.
(Intervento/domanda) «L’appartenenza è un giudizio di valore».
Tu dici che il punto non è tanto il mettersi insieme in un gruppo, perché quello può avere tanti motivi secondari, ma è l’aderire alla Fraternità come tale.
170 – Perché la Fraternità come tale non può essere dettata da interessi, affettività, da simpatie, da conoscenze: si entra nella Fraternità perché si vuole vivere quell’esperienza, l’esperienza dell’appartenenza a Dio.
La Fraternità di CL è l’esperienza di appartenenza al Signore che la storia ci ha condotto a intuire e che volgiamo cercare, da poveri cristi, di vivere fino in fondo.
176 – […] «l’inizio di una civiltà nuova della verità e dell’amore». Non si può non avere questa passione, se si ha il desiderio di vivere la propria vita come appartenenza a Cristo, come fede, come il Papa continua ad insegnarci.
188-191 – La conversione è il realizzarsi della verità di se stessi: convertirsi è realizzare la propria verità e la propria verità è l’appartenenza totale a Dio attraverso Cristo, è la propria appartenenza totale a Cristo.
189 – La verità di me stesso in tutto quello che sto facendo è la coscienza di quella appartenenza o, per dirla in termini cristiani, è la memoria di Cristo.
La modalità con cui Cristo ti ha raggiunto, è la modalità con cui ti aiuta a prendere coscienza della tua verità, a realizzare la verità di te stesso, cioè a tenere presente la tua identità con Lui, ad avere coscienza della tua appartenenza, del tuo appartenere a Lui.
La maturità della fede nella persona è la conversione, vale a dire è il realizzare la verità di se stessi, e la verità di me stesso è che io appartengo totalmente, o Cristo, sono fatto di Te, Ti appartengo più di quanto il bambino nel seno di sua madre, infinitamente di più!
191 – Se la verità della nostra vita è questa Presenza cui apparteniamo tutti, essa esalta, approfondisce, rende eterno l’amore alla donna e all’uomo, ai figli alle cose.
197 – L’Esodo nuovo è dalla banalità del lavare i piatti alla gioia profonda di Pasqua, che è nel lavare i piatti con quella verità di sé che è l’appartenere a un Altro.
206-207 – La conversione sta nel realizzare la verità di sé, e la verità di sé è l’appartenenza a Cristo, la coscienza dell’appartenenza a Cristo. La Fraternità è un aiuto a tale conversione […].
297 – Non può appartenere alla nostra compagnia uno se è totalmente indifferente a questa realtà del movimento, che è l’insieme, la totalità dello spazio, in cui il Signore ci chiama a collaborare, perché attraverso esso la Sua Chiesa e la vita del mondo abbiano una sia pur infinitesimale contributo di verità e di bontà nuova.
299 – Non è necessario per essere iscritti alla Fraternità, che si sia in un gruppo particolare. Per sé, basta il riconoscimento di appartenenza alla nostra compagnia grande, a una unità che è fatta per quella potente Presenza che riconosciamo è Cristo, in un certo modo questa appartenenza cercherà di esprimersi.
È questo il valore simbolico ed educativo del sacrificio del fondo comune.
coscienza di appartenere
128 – La conversione è un cambiamento della coscienza di se stessi, vale a dire il passaggio alla percezione di sé come se fossimo padroni di noi stessi, alla coscienza di appartenere a un Altro.
132-136 – I complessi che trattengono e non fanno agire, o la violenza che fa agire sconsideratamente, derivano dall’assenza di una coscienza di appartenenza.
La creatura uomo è nella posizione di vivere serenamente solo nella coscienza di appartenere.
Appartenere vuol dire che tutta la carne e le sue ossa, tutto il moto delle sue esigenze da cui nascono i pensieri , i desideri, i sentimenti, tutta la sua energia è come la voce di un altro che sta dietro e che lo fa.
133 – Il popolo di Israele era definito dalla coscienza di appartenenza a Javhè, di appartenere a Dio.
Se la nostra giornata, la nostra vita di uomini, avesse dentro sempre più imponente, come contenuto della coscienza, del sentimento di sé, il sentimento di questo appartenere a Dio, come quando si era piccoli si apparteneva alla mamma, se facessimo crescere in noi questo sentimento che io sono appartenenza a te, Ti appartengo, che questa è la mia natura e la mia essenza di uomo, la nostra vita respirerebbe.
134 – L’unico caso nella storia del mondo ad avere una idea così pura, netta, limpida, assoluta di Dio, ad aver raggiunto la coscienza di appartenere a Lui, che la sua storia apparteneva a Lui. È l’unico nella storia.
135 – A noi è stato dato, come ad Israele. A noi è dato di parlare di questa appartenenza, e riconoscere questa appartenenza.
[…] Una coscienza diversa di se stessi, che viene quando uno capisce che appartiene a un Altro.
136 – Dio ha fatto capire al popolo di Israele che gli apparteneva liberandolo dall’Egitto, facendo muovere Abramo e poi Isacco e poi Giacobbe: vale a dire, la coscienza dell’appartenenza a Dio è emersa nel popolo di Israele come frutto di una storia.
Dio ha prodotto una certa storia, così che, a un certo punto, il popolo di Israele, nei suoi vertici, nei suoi momenti più coscienti, cioè nei suoi capi e nei suoi profeti, nella gente più attenta, ha capito che apparteneva a Dio.
146-147 – La nostra vita sarà giudicata dall’amore, vale a dire dalla passione della testimonianza a Cristo, e la passione della testimonianza a Cristo è il riverbero della passione dell’appartenenza a Lui, comunque siamo.
147 – Se quel ragazzo (il giovane ricco) avesse avuto la coscienza di appartenere, che apparteneva a Dio, al Signore, che apparteneva a quell’uomo che aveva lì davanti, allora avrebbe lasciato tutto, come hanno fatto gli altri, gli sarebbe andato dietro; invece per lui la morale erano le leggi, e lui le aveva rispettate tutte – il fariseo – la moralità è appartenenza.
189 – Da che cosa hanno derivato (gli ebrei) questa coscienza di appartenere a Dio? Un angelo glielo ha detto? Macché! Un riflessione dei loro filosofi? Ma neanche un po’! È lo stupore della storia che hanno avuto. Lo stupore della storia.
193- […] il cristiano, cioè chi vive la conversione, chi vive quindi la coscienza di appartenenza a Cristo (perché la conversione è questo), chi vive la memoria di Cristo è un altro uomo, è come uno nato ad un altro livello, è come essere nato non dalla carne e dal sangue. È un’altra nascita, nel senso letterale della parola.
196 – La prima cosa che volevo dettagliare è la speranza: la speranza della connessione fra questa memoria, fra questa coscienza di essere posseduti da Cristo, e le cose di tutti i giorni, in famiglia, al lavoro, nel movimento, nella società
207 – La conversione sta nel realizzare la verità di sé, e la verità di sé è l’appartenenza a Cristo, la coscienza dell’appartenenza a Cristo.
passione dell’appartenenza
146 – La nostra vita sarà giudicata dall’amore, vale a dire dalla passione della testimonianza a Cristo, e la passione della testimonianza a Cristo è il riverbero della passione dell’appartenenza a Lui, comunque siamo.
senso di appartenenza
149 – Passare dal sentimento della mia persona come amor proprio, come possesso di me, come voglia di me stesso, come legge a me stesso, al sentimento di appartenenza, che è il sentimento più liberante che ci sia, più liberante della gioia – perché non esiste gioia grande come il bambino che appartiene alla madre, neanche quella dei primi momenti in cui una donna appartiene a un uomo – questo passaggio implica sacrificio;: sembra perdersi.
163 – (Gli ebrei hanno) un senso di appartenenza a Dio totale: i salmi sono l’espressione di questo.
Da che cosa hanno derivato (gli ebrei) questa coscienza di appartenere a Dio? Un angelo glielo ha detto? Macché! Un riflessione dei loro filosofi? Ma neanche un po’! È lo stupore della storia che hanno avuto. Lo stupore della storia.
178 – […] Se uno chiede alla Madonna di capire sempre più il senso di appartenenza che aveva lei, lentamente queste cose diventano mature; non so come, ma diventano mature.
sentimento di appartenenza
149 – Passare dal sentimento della mia persona come amor proprio, come possesso di me, come voglia di me stesso, come legge a me stesso, al sentimento di appartenenza, che è il sentimento più liberante che ci sia, più liberante della gioia, questo passaggio implica un sacrificio: sembra di perdersi.
164 – È stata una storia che ha dettato la chiarezza dei capitoli del Deuteronomio che vi ho citato stamattina e che sono proprio l’espressione del sentimento di appartenenza, come di uno che è schiavo di un altro, o meglio, dirà Cristo: «Figlio» di un altro, come un bambino; andate a leggere il Salmo 131 (130) sulla Bibbia di Gerusalemme.
Ascesi
29 – «A Dio nulla è impossibile»! Questa frase sta quindi all’inizio della storia della vera umanità, sta agli inizi della storia vera del popolo di Israele, sta agli inizi della storia del popolo nuovo, del mondo nuovo, nell’annuncio dell’angelo alla Madonna, e sta all’inizio dell’ascesi dell’uomo nuovo, sta all’inizio della prospettiva e della mossa dell’uomo nuovo.
97 – La Diaconia centrale ha la responsabilità di tutti i gruppi di fronte alla Chiesa, perciò chiediamo un’ultima obbedienza a essa. Insisto sulla frase «ultima obbedienza ad essa» perché evidentemente, dato e detto quello che abbiamo specificato prima, non è che la Diaconia potrà pretendere di entrare nei dettagli o nella pratica della vostra vita di Fraternità, se non per indicare una strada di ascesi in sintonia con l’esperienza del movimento, oppure per correggere, se ci fossero, degli errori clamorosi.
177-178 – «Che cosa è l’ascesi?»
«La domanda della presenza di Cristo dentro ogni situazione o occasione della vita»
Che diventi familiare in noi la domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita, questo è l’ascesi.
Attesa
15 – E la buona novella, l’annuncio buono che è questa attesa, propria della struttura stessa del nostro essere e della nostra vita, ha trovato compimento, ha già trovato il suo compimento, non nelle opere che noi sappiamo fare, non nell’energia che noi pretendessimo estrarre dal nostro cuore così debole e ambiguo, ma perché Dio l’ha attuata per noi.
82 – Il tempo si compie. Si sta compiendo il tempo, vale a dire l’attesa o la misura della Sua manifestazione, la tensione alla manifestazione finale.
151 – Ed ella rispose: «Sì, fiat!». Sì: che strappo assoluto rispetto a qualsiasi possibile immaginazione, a cui normalmente si sarà ancorata come ogni uomo a tutta la sua immaginazione; in questa attesa, che rappresentava il cuore del cuore dell’ebreo, che strappo alla sua immaginazione!
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